Oggi, 39 anni fa: Angelo Jacopucci vola dal ring all’immortalità

Era il 19 Luglio 1978. Oggi, ma trentanove anni fa. In piena stagione balneare, tra i mille colori e suoni della sempre gioiosa riviera romagnola, i riflettori erano accesi nello Stadio Municipale di Bellaria di Rimini per illuminare il campionato d’Europa dei pesi medi. Un titolo che allora occupava le prime pagine dei giornali e a cui veniva riservata l’ “apertura” nei notiziari sportivi delle reti televisive ed era in tutto e per tutto un quasi-mondiale, ma di quelli “veri”.

C’era ansia a bordo ring. Timore mischiato a speranza. Una tensione palpabile che sembrava salire verso il cielo insieme alla torrida umidità di una lunga estate. Il nostro 29enne Angelo Jacopucci (33-3-0; 7 ko), un bel ragazzo biondo, longilineo ed elegante di Tarquinia che combatteva con il manuale del pugilato in mano, campione italiano della categoria, era chiamato a sfidare il campione in carica, il 27enne mancino inglese Alan Minter (30-6-0), ben noto per la pesantezza dei colpi, la tremenda carica agonistica e la “cattiveria” sportiva che si portava tra le corde.

Il 19 Novembre dell’anno precedente, Jacopucci era incappato, contro l’inesperto e non trascendentale britannico Frank Lucas (6-4-0), in un pesante ko al secondo round del tutto inatteso. Il classico incidente di percorso che aveva però alimentato le malevoli voci di chi riteneva il pugile laziale certamente dotato di notevoli qualità tecniche, ma anche penalizzato da scarsa potenza e modeste doti d’assorbimento dei colpi.

Non si vuole qui rivangare tutto quanto precedette e seguì l’appuntamento con Minter. Tanti altri l’hanno già fatto con dovizia di particolari, a partire dal giornalista Maurizio Roveri che seguì l’evento e il tragico seguito in prima persona. Si vuole semplicemente, con il massimo affetto e rispetto, ricordare un vero pugile, un interprete mai dimenticato della Nobile Arte.

Ho sempre pensato che Angelo Jacopucci, contro Minter, volesse non solo vincere ma ancor più dimostrare a chi ne dubitava quanto grande fosse il suo cuore, quanto immensa fosse la sua volontà di vittoria. Voleva dimostrare di non essere solo un fragile esempio di bello stile, ma gettare in faccia al mondo lo spirito guerriero che gli ardeva dentro.

E si batté come un leone. Probabilmente forzò la sua basilare indole di tecnico e di tattico per obbedire all’istinto, al desiderio di uscire dalla trincea con il pugnale tra i denti anziché affidarsi al consueto e freddo raziocinio.

Niente di meglio per Alan Minter, il “giaguaro” destinato a diventare uno degli “immortali” del pur favoloso boxing d’Oltremanica. Si trovò di fronte uno sfidante proprio come nemmeno aveva immaginato e soffrì ripetutamente, ma è nella lotta a viso aperto che il “giaguaro” prima o poi azzanna. Il miglior Jacopucci che si fosse mai visto sul ring cedette di schianto al dodicesimo round, azzannato appunto da un grande campione, a sua volta ignaro delle successive conseguenze.

Poi…Poi tutti sappiamo purtroppo come finì.

L’arbitro, l’angolo, il medico di ring…Inutile ormai cercare responsabilità. E’ tutto finito.

Ma è doveroso alzarsi metaforicamente in piedi e in silenzio ricordare Angelo Jacopucci in questo mesto anniversario. La boxe è fatta anche di ciò, ma il bel ragazzo di Tarquinia è ancora nei cuori di chi sa e ricorda.

Grazie, Angelo. Grazie.

Oggi, 52 anni fa…Monzon, Chirino, Benvenuti e…il destino!

Era una giornata più fredda del solito quella del 14 Luglio 1965 a Buenos Aires. Nel cuore dell’inverno argentino di 52 anni fa, nella capitale era programmata una riunione di pugilato di medio livello.
Negli spogliatoi di un’arena periferica, si stavano preparando alla battaglia due pesi medi. Uno, alto e magro come un chiodo; un 23enne su cui già qualche appassionato aveva puntato l’attenzione. Si chiamava Carlos Monzon e aveva già sostenuto 25 match, vincendone 19 (14 per ko), perdendone 3 (con Antonio Aguilar, Felipe Cambeiro e Alberto Massi) e pareggiandone altrettanti (con Andres Selpa, Caledonio Lima ed Emilio Alé Ali), oltre ad un NC con Albino Veron nel 1963, al secondo incontro della carriera.
Parte del pubblico e della critica era scettica nei suoi confronti: troppo rigido di tronco, troppo monotono, troppo elementare…Sì, picchiava abbastanza forte, ma erano bastati pugili tecnici sconfiggerlo e l’ormai vecchio “Loco” Selpa l’aveva fermato sul pareggio. Niente a che vedere con Lausse, Thompson, Gatica, Salim, Merentino e tanti altri medi del passato, compreso lo stesso Selpa. Eppoi che caratteraccio! Sempre impassibile, estraneo a tutto, immusonito, brusco e distaccato con i tifosi. Lontano anni luce dalla consueta allegria e famigliarità dei suoi connazionali campioni “veri”!
Mentre si stava svestendo per prepararsi al match con il modesto e semisconosciuto Alberto Retondo (11-9-6; 3 ko) nell’incontro-clou della serata, era già arrivato ormai alla conclusione del riscaldamento un 21enne che avrebbe aperto di lì a pochi minuti le “danze” con il proprio debutto a torso nudo. Era una ragazzotto non molto alto, con i capelli scuri e arrivava da San Juan. Si chiamava Josè Roberto Chirino e aveva sostenuto una discreta carriera dilettantistica, vincendo parecchi incontri per ko e con i colori della Nazionale aveva partecipato alle Olimpiadi di Tokio. Lo vennero a chiamare e saltellando e tirando colpi all’aria si avviò verso l’arena. Passarono pochi minuti ed era già di ritorno, felice come una Pasqua, dopo aver messo ko il povero Miguel Juan Carranza in due riprese.
“El Flaco” (Il Magro) o “La Escopeta” (La Doppietta) Monzon, come lo soprannominavano i tifosi, nemmeno lo degnò di uno sguardo e un’ora dopo ne diede a sua volta un sacco e una sporta allo sfortunato Retondo, il quale sostenne poi solo un altro match e si ritirò quindi dal ring, come capitò a tanti altri avversari futuri del peso medio che allora non “convinceva” molti appassionati.
Perché tutta questa lunga premessa, legata a quel giorno ormai avvolto nel buio e a due incontri che nessuno ricorda più? Semplice!
Per uno strano gioco del destino e ingnari di quanto sarebbe accaduto, si trovarono a sedere sulla stessa panca Carlos Monzon e José Roberto Chirino, entrati (purtroppo…) nella storia anche del pugilato italiano.
Il 7 Novembre 1970, al PalaEur di Roma, Monzon battè brutalmente per ko al 12° round il grande, mitico Nino Benvenuti e s’avviò a diventare uno dei più straordinari pesi medi della storia della boxe. Al nostro campionissimo fu offerta la rivincita l’8 Maggio 1971 a Montecarlo, ma in vista di tale disperato appuntamento venne sottoposto ad un test, il 17 Marzo sul ring di Bologna.
Contro chi?
José Roberto Chirino, che contro ogni aspettativa lo battè ai punti costringendolo a due conteggi e facendo capire all’Italia intera che il “Nino nazionale” non era più lui…E poco dopo, in Costa Azzurra, avvenne infatti ciò che avvenne. Chirino, a titolo di curiosità, non diventò mai un campione e la sua dimensione rimase quella di un onesto pugile di medio livello, ma soprattutto una speranza “mancata”.
Gli intrecci e le coincidenze di cui è capace il destino sono davvero incredibili. Nemmeno il più fantasioso degli scrittori avrebbe mai immaginato che un giorno lontano si trovassero insieme in un anonimo spogliatoio della periferia di Buenos Aires coloro che un giorno avrebbero scompaginato le pagine della storia del pugilato italiano…

Il pugile del tempo e del luogo sbagliato

Voi gli potete dire ciò che volete, ma non é contento.

E non curatevi se egli combatta con la canottiera o a torso nudo. Conta poco. Soldi ne vede pochissimi, la fama nemmeno sa cosa sia e le palestrine semideserte dei vari tornei a pagamento in giro per l’Italia non lo gratificano di certo. E non lo gratificano nemmeno le differite o le registrazioni con orari a piacimento di emittenti televisive per pochi “ammalati” di boxe. In fila per anni in attesa di una maglia azzurra che non arriva mai o di un titolo incerto come i sogni all’alba o con la valigia pronta per volare all’estero e finire purtroppo frequentemente molto male, sono un destino che non facilita la riscossa.

Tutto procede per inerzia. Tutto va avanti per non andare indietro e bene che vada rimane fermo. E lui s’allena, fatica, fa sacrifici insieme alla sua famiglia, rinunciando a tante cose. Non glielo ordina nessuno. Nemmeno il medico. Se lo fa è perché ha dentro di sé un’irrazionale passione a cui non sa chiudere la porta in faccia. Però, così non c’è futuro. Non c’è una ventata e nemmeno un refolo d’aria che faccia pensare ad un domani diverso.Procede nelle brevi, sia nella vita come sui giornali.

I suoi cari lo rimproverano e l’accarezzano, qualche amico gli chiede com’è andata, in Facebook alcuni appassionati gli dicono che è un “campione” allorché vince e glielo ridicono per consolarlo quando perde, anche se é lui il primo a sapere di non essere un campione. Sempre così. E un po’ per volta le tempie s’ingrigiscono o il “fuoco” del guerriero si spegne. In fondo, alla fine sa di avere fatto tutto, piccolo o grande che sia stato, per se stesso. Rimpianti e soddisfazioni, ricordi e delusioni si bilanceranno nel suo cuore e gli rimarrà l’orgoglio di essere stato pugile.

E’ nato in un periodo e in un luogo sbagliati, mille anni lontano da ciò che aveva vagheggiato sfogliando giornali e fotografie dei suoi predecessori dei bei tempi andati. Peccato. Ma la vita è così. Una ruota che gira all’impazzata o cigolando. In un modo o nell’altro non si può evitare di vivere ciò che a ciascuno è stato riservato di vivere.

Ritorneranno giorni migliori. Il pugile non sa quando e per chi, ma ne è comunque sicuro. Altrove è rispuntata l’alba. Rispunterà anche qui.

Il pugilato non é per tutti…

Ogni volta che accade si spera che sia l’ultima. Ma l’ultima non é mai. E’ nella logica delle cose che sia così, perché nello sport il rischio è sempre in agguato. La natura offre benessere attraverso l’attività fisica, però richiede talvolta una contropartita ad altissimo prezzo. Gli incidenti incombono su chi la pratica come le nubi nere che, nelle giornate estive, rovesciano improvvisi diluvi sulla terra. Così tra i podisti, i nuotatori, i ciclisti e tutti gli altri atleti della domenica e pure tra i professionisti. Quando poi una disciplina è basata sul contatto fisico, ancora di più. Tralasciando la “conta” dei morti in cui si dilettano coloro che fanno delle tragedie motivo di macabra polemica, mi soffermo sulle ultime vittime del pugilato, da sempre considerato sport ad alto rischio. Due pesi massimi canadesi: Tim Hague e David Whittom; due uomini grandi e grossi che sembravano il ritratto della forza e della salute. Il primo è deceduto, mentre il secondo sta combattendo disperatamente per sopravvivere. Eppure…eppure sono convinto che seppure il pugilato abbia nel suo DNA il “rischio”, tale minaccia si trasformi in realtà quasi sempre dopo avere dato segnali dei quali chi doveva accorgersene non s’è accorto. E’ sufficiente scorrere la biografia e il record dei due ragazzoni nordamericani per rendersi conto che un briciolo di avvedutezza li avrebbe salvati. Perché? Semplicissimo. Perché sul ring non avrebbero dovuto salirci! Non si scala il Monte Bianco in scarpette da ginnastica né si scende negli abissi marini, se mediocri nuotatori; non si pilota una Formula1 perché si ha la patente né si gioca una partita di rugby dopo anni di poltrona; non si vola dallo Stelvio in bici ai 100 all’ora quando si è abituati solo alle ciclabili della città né ci si tuffa dalle rocce di Acapulco avendo appena fatto salti “a bomba” nella piscina comunale…
Non si va sul ring per combattere, quando non si è (o non si è più) in grado di farlo.
Ci si può fare male, tremendamente male. E’ indispensabile avere l’integrità fisica non intaccata da una carriera durissima o da ripetuti ko ravvicinati; una preparazione tecnica che consenta non tanto di colpire quanto di non essere colpiti; una freddezza psicologica e un supporto all’angolo che permetta di capire ciò che sta accadendo, per di dire “basta” quando il limite tra la luce e buio sta per essere superato.
Quei pugili canadesi non possedevano tali requisiti e probabilmente tanti lo sapevano. Ma, si dice, in fondo la boxe pretende coraggio! Già, ma lo pretende sempre dai pugili…E invece, quando l’orgoglio e il coraggio accecano l’atleta, ecco che dovrebbe intervenire l’ “altro” coraggio: quello di chi deve impedire di combattere e, con le buone o le cattive, vieta al proprio atleta di giocarsi troppo…tutto.
E dirò di più. Se qualcuno preposto a tutelare il presente e il futuro del pugile-uomo fosse a sua volta talmente accecato dalla passione e dal “tifo-amore” da non rendersi conto di quanto potrebbe accadere, allora dovrebbe essere addirittura chi gestisce l’avversario ad intervenire, a dire che il match è squilibrato e persino pericoloso, ad avere la saldezza e la nobiltà d’animo di rinunciare ad una facile vittoria infarcita però dei rischi di provocare due vittime: soprattutto chi si è giocato l’integrità fisica, ma anche il rivale che ne è stato l’involontario strumento.
Esistono tanti modi di amare il pugilato. Lo penso, l’ho scritto e lo ripeto. Ciascuno può ritagliarsi un proprio ruolo, il proprio angolo dove estrinsecare la passione per il ring senza salirvi sopra per battersi. Lassù ci deve andare solo chi può farlo con serenità e sicurezza. Lassù ci deve andare solo chi va a vincere o perdere con un pugile come lui e non colui che, senza saperlo, potrebbe trovarsi di fronte un avversario invisibile che talvolta chiede in cambio persino la vita.

Non é l’acqua della Costa Smeralda ma concime organico!

Un “pensierino” semplice-semplice e senza pretese, metaforicamente ad alta voce ma non troppo; se qualcuno volesse condividerlo, mi farebbe piacere; al contrario, lo butti nel cestino; tanto nessuno di noi perderà il sonno per questo e staremo esattamente come adesso.
In questi anni così difficili, credo che ciascun italiano abbia fatto i conti con mille problemi ai quali non era più abituato. La campanella della spensierata ricreazione è suonata da un pezzo a sancirne la fine e il ritorno alla realtà-reale ha fatto male. Molto male. Inutile ricordare di quante tragedie piccole e grandi sia costellata la tribolata strada che stiamo percorrendo ormai da tanto tempo.
Non voglio neppure indagare le cause e le colpe, anche se mi viene da dire che chiunque potrebbe scrivere per tre giorni di fila a tal riguardo. Mi limito solo a constatare…a prendere atto…a emettere un sospiro che soltanto io sento e del quale non frega niente a nessuno. Siamo sprofondati nel concime organico bovino (meglio noto come “letame”) sino quasi alle narici. Ecco la mia unica certezza. Ma dal momento che sono ottimista, credo che ne usciremo o ne usciranno i posteri, perché il mondo ha ingoiato e digerito anche di peggio e troverà il purgante adatto anche stavolta. Non ho dubbi.
Ciò detto, non riesco però ad esimermi dal dire che davvero non sopporto una sola cosa: la pretesa di coloro che hanno piedi e naso ben lontani dal suddetto concime organico di convincerci che la sostanza dove siamo immersi e in cui annaspiamo per non affogare ingloriosamente non è ciò che pensiamo, ma è la trasparente e azzurra acqua della Costa Smeralda. Ecco! Questo proprio no… le cause del tracollo le troverà un giorno Sherlock Holmes, i nomi dei colpevoli li rivelerà il Commissario Montalbano. Siamo disposti a credere anche agli asini che volano e alle tasse che calano, ma c’è un limite. Il trionfalismo, lungi da risultare consolatorio, diventa un inno alla nostra (non del tutto improbabile) stupidità e alla (assolutamente certa) stupidità, “frullata con l’arroganza”, di chi se ne rende divulgatore.
Vale per la vita economica, politica, sociale, culturale e sportiva. Sì, perché quando il morbo dilaga non ha confini! E’ inutile che ci diciate che ora stiamo meglio di ieri, che i disoccupati sono in costante diminuzione, che la scuola è “bella”, che la gente è sicura e i pericoli sono soltanto demenziali “percezioni”.
Non è vero e non è vero perché, se così fosse, ce ne accorgeremmo e faremmo girotondi di giubilo. Così come non è vero che nell’infinitesimale segmento di società rappresentata dal microcosmo del pugilato la riscossa sia impetuosa. Non è vero e non è vero perché, se così fosse, ce ne accorgeremmo e faremmo brindisi sfrenati. Nei Promessi Sposi, Alessandro Manzoni narra di tal Don Ferrante che non voleva credere assolutamente alla peste…Infatti, di cosa morì? Di peste!.
Ecco, signori governanti politici e sportivi. Ormai è chiaro che vi permettete quasi tutto…Quasi! Perché invece di proclami trionfalistici, di fanfare suonate nel sottoscala di casa, di altoparlanti montati nello sgabuzzino degli attrezzi, non ci date piuttosto i numeri, le percentuali, le date, le verità inconfutabili e semplici come la vecchia nota della spesa che teneva la nonna? Tanto, nel puttanaio comunicativo di oggigiorno, per venirne a conoscenza bastano due minuti.
Non cambierà niente, ma fareste una figura migliore e almeno la gente avrebbe la certezza di nuotare non nelle “chiare, fresche, dolci acque” di petrarchesca memoria, bensì in una sostanza inconfondibilmente bovina e cercherebbe di tenere la bocca chiusa. E se proprio dovesse buttare male, almeno eviterebbe di essere nominata “pirla alla memoria” come il povero Don Ferrante!

Testimone: lo gnomo, il biondino e un puledro

29 Maggio 1989. Palasport di Bergamo.
Nel “contorno” della riunione incentrata sul vacante campionato europeo dei massimi-leggeri tra Angelo Rottoli e il norvegese Magne Havnaa era previsto il quarto match tra il massimo di Sestri Levante Stefano Vassallo e l’ugandese George Ajio. Ma, sinceramente, più che l’ennesima puntata della serie, m’incuriosiva l’esibizione all’angolo del mio concittadino Arnaldo Tagliatti, un singolare “tuttofare” della boxe su cui si potrebbero scrivere decine di libri.
Un personaggio che definire bizzarro e imprevedibile sarebbe poco. Era stato il primo campione d’Italia del professionismo estense tra i pesi gallo e in piena guerra, nel 1942, al Teatro Verdi di Ferrara era stato sconfitto per la cintura europea dal grande Bondavalli. Poi nel dopoguerra aveva cominciato la sua misteriosa avventura di giramondo. Si conosce appena qualcosa delle sue permanenze in Spagna, ma la ricomparsa ufficiale in Italia si verificò all’inizio degli anni “60 quando, insieme a Libero Golinelli (futuro allenatore di Nino Benvenuti), importò una folto gruppo di pugili brasiliani che accompagnava avanti e indietro per la penisola con un pullmino Volkswagen su cui campeggiava la scritta “Cobra” e l’immagine del terribile rettile.
C’erano elementi di modestissimo valore ma pure alcuni veri talenti, quali Renato Moraes, Antonio Paiva e soprattutto quel Pedro Carrasco (di radici spagnole), futuro campione europeo e mondiale. Ci sarebbe stato da pagare una cifra per assistere ai duetti tra Tagliatti e Golinelli, trovatisi chissà come e chissà perché in Brasile, perché entrambi assolutamente fuori dai canoni della cosiddetta “normalità” e simili all’abbinamento fuoco-benzina. Per giunta, Tagliatti era stato fascista e Golinelli capo partigiano…Figuratevi un po’!
Ma torniamo a Bergamo!
Tagliatti, alto come un gnomo (ma di quelli proprio piccolini!), accompagnò sul ring l’ugandese George Ajio, un pachidermico gigante con addosso almeno 40 kg. di troppo, il quale si muoveva con la velocità di un bradipo durante la siesta. Sotto al suo angolo, per sfortunata casualità, un giornalista della televisione norvegese con i biondi capelli che arrivavano alle spalle e una sofisticata attrezzatura appoggiata sul tavolo. Alla fine della prima ripresa Ajio rientrò all’angolo e lo gnomo l’accolse lanciandogli addosso un’abbondante quantità d’acqua con la spugna, parte della quale finì dalle parti del giornalista vichingo. Questi cominciò ad inveire a muso duro, ignaro di chi stesse stuzzicando. Tagliatti rimase per un attimo sconcertato, poi: “Oh, biondino! Guarda che qui stiamo facendo la boxe e non un balletto. Se non ti va bene, spostati e vatti a pettinare!”.
Secondo round. Ajio rientra soffiando come la camera d’aria bucata di un Tir e la scena si ripete. Il “biondino” s’infuria e fa cenno che sono a rischio le strumentazioni…Tagliatti lo guarda e, tanto per essere chiari su quanto lo consideri, immerge ancora più in profondità la spugna nel secchio e prendendo palesemente la mira lo centra in pieno con una doccia d’acqua non propriamente trasparente, quindi si siede sulla scaletta a un metro da lui e dà libero sfogo ad un vocabolario internazionale a luci rosse e per i tre minuti successivi neanche guarda il suo pugile (tanto, che lo guarda a fare?).
Fine della terza ripresa. Il giornalista con gli occhi iniettati di sangue si mette di schiena al ring facendo scudo con il corpo alla sua attrezzatura e Arnaldo Tagliatti (capace, a seconda dei momenti, di farti crepare dalle risate o destarti istinti omicidi…), intuendo che la sua vittoria sul norvegese è a un passo, gli spara un’ultima “spugnata” che lo rende simile ad uno che sia caduto in una vasca da bagno. Inveendo come un ossesso, lo scandinavo prende tutte le sue cose e le sposta dall’altro capo del tavolo, mentre Tagliatti festeggia il successo “per abbandono” con un sorriso sornione e gli grida: “Bravo, era ora! Ci voleva tanto? Vengono qui a fare i fighetti mentre noi lavoriamo!…Ma vai dal parrucchiere che è meglio!”.
Nel frattempo, il povero George Ajio perde ai punti tra l’indifferenza di tutti (per prima la sua), domandandosi forse perché la gente si diverta più a guardare l’angolo che non il ring.
Un paio d’ore dopo siamo al ristorante. Si cena a buffet e quando io e i miei amici arriviamo le “cavallette” del cibo “a scrocco” hanno già duramente colpito. Siamo in coda e attendiamo comunque il nostro turno, ma proprio sul più bello mi sento tirare per un braccio; è Arnaldo Tagliatti che mi dice: “Hai visto come ha lavorato il mio puledro?”.
L’osservo per capire se sta scherzando o no. Poi realizzo che sta parlando del match dell’ugandese e che il termine “puledro” è riferito proprio a lui. Sorvolando sulla similitudine con l’animale meno adeguato nell’intero mondo della natura a rendere l’idea di chi e come fosse George Ajio, vigliaccamente non lo contraddico perché con Tagliatti rischiavi di fare l’alba, se non gli davi ragione. Oppure ti piantava il celeberrimo dito indice nel petto sino alla terza falange, lasciandoti il livido per dieci giorni.
In quel preciso istante la montagna ugandese compie a sorpresa il movimento più agile della serata e dribbla me e i miei amici come fosse Mohammed Ali. Un battito di ciglia e gli siamo alle spalle e subito constatiamo che “Georgione” ha un’idea del tutto personale di cosa sia un buffet. Molto semplicemente, prende TUTTO ciò che c’è nei vari vassoi e lo deposita sui tre piatti che manovra, rendendoli simili per altezza ai Colli Euganei. Il culmine lo raggiunge con il vitello tonnato sul quale noi covavamo ancora una timida “speranziella”, essendo abbastanza abbondante…Con ammirevole maestria riesce a metterlo in precario equilibrio sui suoi piatti e se ne va infine soddisfatto.
Non ci resta che una malinconica insalatina, unica cosa non gradita dal “puledro” e mentre consumiamo il frugale pasto “vegetariano”, accanto a noi George Ajio, con il tavolo che gli arriva alla cintura, e Arnaldo Tagliatti, con il tavolo che gli arriva al mento, mangiano “a quattro palmenti”.
L’antico campione dei gallo aveva trionfato per la seconda volta nella stessa sera!

Passò non molto tempo e dopo avere girato il pianeta in lungo e in largo facendo di tutto e di più, lo gnomo ferrarese firmò la sua ultima bizzarria. A quasi ottantanni partì tutto solo da Barcellona in auto e venne a Ferrara per fare visita a sua sorella, con una tirata che nemmeno tanti ventenni reggerebbero. Si addormentò serenamente poche ore dopo per sempre nella vecchia casa dove tutto era cominciato nel 1914…
Era il torrido 22 agosto 1992.
Per Arnaldo, il lungo viaggio era definitivamente concluso.

Boxe: in tavola risotto al tartufo o spaghetti scotti?

Ogni tanto bisognerebbe osservare le cose con occhio ingenuo perché attraverso la semplicità si arriva talvolta a capirle per la via più breve, quella percorsa dalla gente che arriva al “nocciolo” senza perdersi in contorsionismi mentali. Sto parlando di pugilato, quindi un minuscolo segmento della realtà, ma forse se tale approccio venisse adottato anche per le questioni determinanti nella vita di ciascuno di noi, forse il mondo andrebbe meglio.
Come qualsiasi persona che abbia un minimo di familiarità con la boxe, liberandomi da ogni esperienza passata e presente, leggo sulla carta stampata e in internet le notizie riguardanti tale disciplina sportiva…
Un macello!
Tra eventi annunciati e subito cancellati; tra regole incerte come le previsioni del tempo; tra sigle internazionali più numerose delle vendite “3X2” nei supermercati; tra una folla di campioni non si sa bene di cosa, vorrei possedere una magica bussola per non perdermi.
Bei tempi quando a soli sei anni elencavo orgogliosamente a memoria gli otto campioni d’Italia, d’Europa e del Mondo!…
A complicare e aggravare ulteriormente il “casino”, sempre più spesso si leggono sulle locandine appese alle vetrine dei bar, nei cartelloni stradali e nei rari articoli che i giornali dedicano al pugilato, informazioni totalmente fasulle.
Non so se per incompetenza o per malizia.
Il dato incontestabile è che sono comunque informazioni per l’appunto false. Credo che qualsiasi appassionato abbia notato la disinvoltura con la quale un titolo UE diventa Europeo, una cintura ad interim o comunque valevole per qualsiasi fantasiosa entità geografica si trasformi in Mondiale…
Si tratta di errore o si “ciurla nel manico”? Forse entrambe le cose. Ma il risultato è che chi mastica appena un po’ di pugilato si sente preso per i fondelli e manda tutto e tutti a quel paese, mentre chi non è abbastanza informato compra il biglietto o si mette dinanzi alla TV per assistere ad uno spettacolo e invece gliene viene propinato un altro e non di rado pure scarso.
Come se uno entrasse in un ristorante e scegliesse nel menu il risotto ai tartufi e gli venisse poi portato in tavola un piatto di spaghetti scotti.
Naturalmente l’equivoco (se così lo si vuole “generosamente” definire), coinvolge anche piccoli o importanti sponsor inconsapevoli, che prima o poi si rendono conto dell’accaduto e di boxe non ne vogliono mai più sentire parlare; ma pure i giornali “macchiati” dalla svista e persino le amministrazioni comunali.
Insomma, nel malandato caravanserraglio del pugilato italiano contemporaneo non sarebbe male se chi di dovere controllasse con attenzione e pure severità tali “furbatine” o “sviste”, perché la boxe non appartiene “a questo o a quello”, che se la possono vendere come voglioni, ma a tutti.
O almeno così dovrebbe essere.
Altrimenti, come sta infatti accadendo, ad essa finiscono per interessersi appunto solo “questo o quello”.