Testimone: lo gnomo, il biondino e un puledro

29 Maggio 1989. Palasport di Bergamo.
Nel “contorno” della riunione incentrata sul vacante campionato europeo dei massimi-leggeri tra Angelo Rottoli e il norvegese Magne Havnaa era previsto il quarto match tra il massimo di Sestri Levante Stefano Vassallo e l’ugandese George Ajio. Ma, sinceramente, più che l’ennesima puntata della serie, m’incuriosiva l’esibizione all’angolo del mio concittadino Arnaldo Tagliatti, un singolare “tuttofare” della boxe su cui si potrebbero scrivere decine di libri.
Un personaggio che definire bizzarro e imprevedibile sarebbe poco. Era stato il primo campione d’Italia del professionismo estense tra i pesi gallo e in piena guerra, nel 1942, al Teatro Verdi di Ferrara era stato sconfitto per la cintura europea dal grande Bondavalli. Poi nel dopoguerra aveva cominciato la sua misteriosa avventura di giramondo. Si conosce appena qualcosa delle sue permanenze in Spagna, ma la ricomparsa ufficiale in Italia si verificò all’inizio degli anni “60 quando, insieme a Libero Golinelli (futuro allenatore di Nino Benvenuti), importò una folto gruppo di pugili brasiliani che accompagnava avanti e indietro per la penisola con un pullmino Volkswagen su cui campeggiava la scritta “Cobra” e l’immagine del terribile rettile.
C’erano elementi di modestissimo valore ma pure alcuni veri talenti, quali Renato Moraes, Antonio Paiva e soprattutto quel Pedro Carrasco (di radici spagnole), futuro campione europeo e mondiale. Ci sarebbe stato da pagare una cifra per assistere ai duetti tra Tagliatti e Golinelli, trovatisi chissà come e chissà perché in Brasile, perché entrambi assolutamente fuori dai canoni della cosiddetta “normalità” e simili all’abbinamento fuoco-benzina. Per giunta, Tagliatti era stato fascista e Golinelli capo partigiano…Figuratevi un po’!
Ma torniamo a Bergamo!
Tagliatti, alto come un gnomo (ma di quelli proprio piccolini!), accompagnò sul ring l’ugandese George Ajio, un pachidermico gigante con addosso almeno 40 kg. di troppo, il quale si muoveva con la velocità di un bradipo durante la siesta. Sotto al suo angolo, per sfortunata casualità, un giornalista della televisione norvegese con i biondi capelli che arrivavano alle spalle e una sofisticata attrezzatura appoggiata sul tavolo. Alla fine della prima ripresa Ajio rientrò all’angolo e lo gnomo l’accolse lanciandogli addosso un’abbondante quantità d’acqua con la spugna, parte della quale finì dalle parti del giornalista vichingo. Questi cominciò ad inveire a muso duro, ignaro di chi stesse stuzzicando. Tagliatti rimase per un attimo sconcertato, poi: “Oh, biondino! Guarda che qui stiamo facendo la boxe e non un balletto. Se non ti va bene, spostati e vatti a pettinare!”.
Secondo round. Ajio rientra soffiando come la camera d’aria bucata di un Tir e la scena si ripete. Il “biondino” s’infuria e fa cenno che sono a rischio le strumentazioni…Tagliatti lo guarda e, tanto per essere chiari su quanto lo consideri, immerge ancora più in profondità la spugna nel secchio e prendendo palesemente la mira lo centra in pieno con una doccia d’acqua non propriamente trasparente, quindi si siede sulla scaletta a un metro da lui e dà libero sfogo ad un vocabolario internazionale a luci rosse e per i tre minuti successivi neanche guarda il suo pugile (tanto, che lo guarda a fare?).
Fine della terza ripresa. Il giornalista con gli occhi iniettati di sangue si mette di schiena al ring facendo scudo con il corpo alla sua attrezzatura e Arnaldo Tagliatti (capace, a seconda dei momenti, di farti crepare dalle risate o destarti istinti omicidi…), intuendo che la sua vittoria sul norvegese è a un passo, gli spara un’ultima “spugnata” che lo rende simile ad uno che sia caduto in una vasca da bagno. Inveendo come un ossesso, lo scandinavo prende tutte le sue cose e le sposta dall’altro capo del tavolo, mentre Tagliatti festeggia il successo “per abbandono” con un sorriso sornione e gli grida: “Bravo, era ora! Ci voleva tanto? Vengono qui a fare i fighetti mentre noi lavoriamo!…Ma vai dal parrucchiere che è meglio!”.
Nel frattempo, il povero George Ajio perde ai punti tra l’indifferenza di tutti (per prima la sua), domandandosi forse perché la gente si diverta più a guardare l’angolo che non il ring.
Un paio d’ore dopo siamo al ristorante. Si cena a buffet e quando io e i miei amici arriviamo le “cavallette” del cibo “a scrocco” hanno già duramente colpito. Siamo in coda e attendiamo comunque il nostro turno, ma proprio sul più bello mi sento tirare per un braccio; è Arnaldo Tagliatti che mi dice: “Hai visto come ha lavorato il mio puledro?”.
L’osservo per capire se sta scherzando o no. Poi realizzo che sta parlando del match dell’ugandese e che il termine “puledro” è riferito proprio a lui. Sorvolando sulla similitudine con l’animale meno adeguato nell’intero mondo della natura a rendere l’idea di chi e come fosse George Ajio, vigliaccamente non lo contraddico perché con Tagliatti rischiavi di fare l’alba, se non gli davi ragione. Oppure ti piantava il celeberrimo dito indice nel petto sino alla terza falange, lasciandoti il livido per dieci giorni.
In quel preciso istante la montagna ugandese compie a sorpresa il movimento più agile della serata e dribbla me e i miei amici come fosse Mohammed Ali. Un battito di ciglia e gli siamo alle spalle e subito constatiamo che “Georgione” ha un’idea del tutto personale di cosa sia un buffet. Molto semplicemente, prende TUTTO ciò che c’è nei vari vassoi e lo deposita sui tre piatti che manovra, rendendoli simili per altezza ai Colli Euganei. Il culmine lo raggiunge con il vitello tonnato sul quale noi covavamo ancora una timida “speranziella”, essendo abbastanza abbondante…Con ammirevole maestria riesce a metterlo in precario equilibrio sui suoi piatti e se ne va infine soddisfatto.
Non ci resta che una malinconica insalatina, unica cosa non gradita dal “puledro” e mentre consumiamo il frugale pasto “vegetariano”, accanto a noi George Ajio, con il tavolo che gli arriva alla cintura, e Arnaldo Tagliatti, con il tavolo che gli arriva al mento, mangiano “a quattro palmenti”.
L’antico campione dei gallo aveva trionfato per la seconda volta nella stessa sera!

Passò non molto tempo e dopo avere girato il pianeta in lungo e in largo facendo di tutto e di più, lo gnomo ferrarese firmò la sua ultima bizzarria. A quasi ottantanni partì tutto solo da Barcellona in auto e venne a Ferrara per fare visita a sua sorella, con una tirata che nemmeno tanti ventenni reggerebbero. Si addormentò serenamente poche ore dopo per sempre nella vecchia casa dove tutto era cominciato nel 1914…
Era il torrido 22 agosto 1992.
Per Arnaldo, il lungo viaggio era definitivamente concluso.

Boxe: in tavola risotto al tartufo o spaghetti scotti?

Ogni tanto bisognerebbe osservare le cose con occhio ingenuo perché attraverso la semplicità si arriva talvolta a capirle per la via più breve, quella percorsa dalla gente che arriva al “nocciolo” senza perdersi in contorsionismi mentali. Sto parlando di pugilato, quindi un minuscolo segmento della realtà, ma forse se tale approccio venisse adottato anche per le questioni determinanti nella vita di ciascuno di noi, forse il mondo andrebbe meglio.
Come qualsiasi persona che abbia un minimo di familiarità con la boxe, liberandomi da ogni esperienza passata e presente, leggo sulla carta stampata e in internet le notizie riguardanti tale disciplina sportiva…
Un macello!
Tra eventi annunciati e subito cancellati; tra regole incerte come le previsioni del tempo; tra sigle internazionali più numerose delle vendite “3X2” nei supermercati; tra una folla di campioni non si sa bene di cosa, vorrei possedere una magica bussola per non perdermi.
Bei tempi quando a soli sei anni elencavo orgogliosamente a memoria gli otto campioni d’Italia, d’Europa e del Mondo!…
A complicare e aggravare ulteriormente il “casino”, sempre più spesso si leggono sulle locandine appese alle vetrine dei bar, nei cartelloni stradali e nei rari articoli che i giornali dedicano al pugilato, informazioni totalmente fasulle.
Non so se per incompetenza o per malizia.
Il dato incontestabile è che sono comunque informazioni per l’appunto false. Credo che qualsiasi appassionato abbia notato la disinvoltura con la quale un titolo UE diventa Europeo, una cintura ad interim o comunque valevole per qualsiasi fantasiosa entità geografica si trasformi in Mondiale…
Si tratta di errore o si “ciurla nel manico”? Forse entrambe le cose. Ma il risultato è che chi mastica appena un po’ di pugilato si sente preso per i fondelli e manda tutto e tutti a quel paese, mentre chi non è abbastanza informato compra il biglietto o si mette dinanzi alla TV per assistere ad uno spettacolo e invece gliene viene propinato un altro e non di rado pure scarso.
Come se uno entrasse in un ristorante e scegliesse nel menu il risotto ai tartufi e gli venisse poi portato in tavola un piatto di spaghetti scotti.
Naturalmente l’equivoco (se così lo si vuole “generosamente” definire), coinvolge anche piccoli o importanti sponsor inconsapevoli, che prima o poi si rendono conto dell’accaduto e di boxe non ne vogliono mai più sentire parlare; ma pure i giornali “macchiati” dalla svista e persino le amministrazioni comunali.
Insomma, nel malandato caravanserraglio del pugilato italiano contemporaneo non sarebbe male se chi di dovere controllasse con attenzione e pure severità tali “furbatine” o “sviste”, perché la boxe non appartiene “a questo o a quello”, che se la possono vendere come voglioni, ma a tutti.
O almeno così dovrebbe essere.
Altrimenti, come sta infatti accadendo, ad essa finiscono per interessersi appunto solo “questo o quello”.

Testimone: l’indio del “muy bien”

Ferrara, venerdì, 27 Aprile 1990. Vigilia del derby emiliano valevole per il Tricolore dei welter tra Alessandro Duran e Paolo Pesci. A metà pomeriggio, nella vecchia palestra della Pugilistica Padana in via Lucchesi, ad un tiro di schioppo dal Castello Estense e dalla Cattedrale, entra Rocco Agostino, manager di entrambi i due protagonisti, seguito dal suo amministrato dominicano Freddy Cruz e da un gruppo di pugili argentini: il superpiuma Miguel Angel Francia, il welter Hugo Luero, il superleggero Juan Carlos Villareal e il piuma Sergio Martinez. Tutti sono lì per l’ultima sgambata prima degli imminenti impegni e si guardano attorno con curiosità osservando appesi alle pareti i manifesti dei match del loro connazionale Juan Carlos Duran, del quale probabilmente conoscono il nome ma non la storia. Per la cronaca, Cruz e Francia chiuderanno poi in parità uno dei combattenti più belli visti a Ferrara nell’ultimo mezzo secolo; Hugo Luero, già campione argentino dei superleggeri ma ormai agli spiccioli della carriera, uscirà sconfitto ai punti contro il medio Agostino Cardamone, facendogli passare uno dei momenti più duri della carriera con un tremendo montante al corpo nella fase finale del match; infine, il giovane picchiatore Villareal (destinato a diventare pugile di livello internazionale) metterà ko in poche battute il tunisino Ayari. E ricordando qualcuno di loro viene da domandarsi come possa essere finito nelle schiere dei giramondo, nonostante il talento che sprizzava da ogni poro.
Misteri della boxe…
L’attenzione dei dilettanti che si stanno allenando, dei curiosi e dello stesso Juan Carlos Duran viene subito catalizzata da Martinez, un brevilineo con capelli corti e nerissimi, gli occhi scuri, gli zigomi sporgenti e la pelle olivastra da “indio” purosangue. Trascina infatti a stento la sua sacca e cammina con il busto piegato in avanti, come chi sta soffrendo di un gran male alla schiena. Poco dopo ricompare in una tenuta d’allenamento che, per quanto è sdrucita, sembra risalire all’epoca dei “conquistadores” spagnoli e comincia a riscaldarsi. Ad ogni movimento una smorfia gli si disegna sul viso però dalla sua bocca non esce un lamento.
Ad un certo punto, mi avvicino e gli domando: “Come stai?”. “El Coquito” (questo il suo soprannome che significa “piccolo cocco”, a rimarcarne la durezza), mi guarda e risponde: “Muy bien!”. Non ne sono per niente convinto, ma ne prendo atto. Poi insisto: “Con chi combatti?”. E lui: “No sé” (Non lo so). Faccio un attimo mente locale e deduco che il suo avversario non può essere che il 27enne Piero Morello, il talentuoso superpiuma siciliano radicato in Toscana, già campione italiano ed europeo della categoria, di tre anni più vecchio di lui. Veloce, tecnico, furbo, vincitore di Renzo, Curcetti, Amand e altri pari-peso di buon quotazione, Morello non mi pare proprio il tipo più adatto da affrontarsi in quelle condizioni. Passano alcuni minuti e mi s’avvicina Carlos Duran, il quale mi chiede cos’abbia quel ragazzo. Gli riferisco del breve dialogo che ho avuto con lui e allora, questa volta naturalmente in spagnolo, gli ripete la domanda: “Como stas?”. Risposta fotocopia: “Muy bien!”. Carlos ribatte: “No creo…Te duele la espalda?” (Non mi sembra…ti fa male la schiena?). “Un poquito. Pero estoy muy bien” (Un pochino. Però sto molto bene).
Carlos s’allontana preoccupato e proprio in quell’istante, mentre tenta di passare sotto le corde per entrare nel ring, Sergio Martinez si blocca e fatica non poco per riassumere una posizione semi-verticale. Carlos allora ritorna sui suoi passi ed esclama: “Questo ragazzo non può combattere! Ha un avversario forte eppoi non “passerà” neanche la visita medica…”.
Proviamo a pensare cosa si può fare e l’unica “ideuzza” per provare a tamponare l’emergenza è quella di chiedere l’aiuto di Ermanno Turrolla, il massaggiatore di fiducia, e di un medico sportivo.
Detto e fatto.
Alla fine dell’allenamento sono entrambi sul posto e si prendono cura dell’indio, che li guarda con una certa diffidenza e ribadisce, mentre fatica persino a muoversi e a respirare in profondità, che sta “muy bien”. Il nostro sospetto è che tema di vedersi annullare il match e quindi svanire la borsa della quale ha evidentemente molto bisogno. Il massaggiatore lo manipola un po’, il medico gli fa un’iniezione di potenti antinfiammatori…E si attende il giorno dopo.
Il mattino seguente, in mezzo alla consueta baraonda delle operazioni di peso, arriva l’argentino dichiarato idoneo alla visita medica…e questa è già una bella notizia. Sale sulla bilancia con espressione impenetrabile e postura quasi corretta.
Domanda inevitabile: “Come stai?”. Risposta altrettanto inevitabile: “Muy bien!”. Non poteva che essere così, considerando che appena poche ore prima asseriva la medesima cosa nonostante sembrasse spezzato in due…Anzi! Galvanizzato dalla diminuzione del dolore, aggiunge: “Esta noche voy a ganar con el boleo!” (Stasera vincerò con lo “sventolone”). Perplessità di tutti i presenti.
Ed ecco il momento della verità. Al suo angolo, elegante, concentrato e in piena forma, il favorito Piero Morello. All’angolo opposto, con pantaloncini sgualciti e scoloriti di almeno un paio di misure inferiori, Sergio Atilio Martinez “El Coquito”, il quale fatica a sfilarsi una strettissima maglietta ex-rossa ed ora ormai rosa per gli anni di lavaggi, il quale si lascia sfuggire un’ultima e breve smorfia di dolore. I pochi che “sanno” sono curiosi di vedere come andrà a finire e qualcuno è persino preoccupato per l’incolumità dell’argentino.
Gong!
Morello mette in azione il suo lungo e veloce jab, ma dopo pochi secondi Martinez parte all’assalto come indiavolato. Sembra che sia questione di vita o di morte e affonda randellate a tutto braccio sorprendendo Piero, il quale certamente non s’aspetta un inizio di tale difficoltà. Con la mobilità delle gambe cerca di uscire dalle traiettorie di Martinez, ma alcuni “boleos” lo centrano e allora s’affida alla sua superiore tecnica ed esperienza, però il momento è difficile. All’improvviso, una profonda ferita gli si apre sul sopracciglio per l’impatto con l’ennesimo “boleo” e il sangue zampilla copioso. Gong! Il round è finito, ma è finito pure il match perché Piero Morello non è in grado di riprendere le ostilità. Vince Sergio Atilio Martinez e la delusione all’angolo del nostro pugile è grande.
Il bravo siculo-toscano rientrerà dopo quasi un anno di sosta con una vittoria sul paraguyano Figueredo, per poi dare l’addio definitivo al ring ancora giovanissimo dopo la sconfitta ai punti contro Salvatore Curcetti, in un match valevole per il titolo italiano.
E Martinez? Pochi minuti dopo un combattimento vinto nientemeno che su un campione europeo, con lo sguardo fiero e malinconico della sua gente, è già nel parterre a guardare gli altri match. La gente si complimenta e lui risponde con cenni d’assenso del capo, tenendosi una mano sulla schiena.
Mai visto un pugile in quelle condizioni non solo vincere un incontro, ma neppure entrare sul quadrato. Una grande, umile e sconosciuta lezione di sport e di vita.
Peccato che il suo immenso coraggio, l’incredibile capacità di sopportare il dolore e la non comune potenza gli frutteranno poco. Diventerà in breve uno dei tanti “duri” collaudatori di pugili di livello e concluderà parecchi anni dopo una carriera costellata più da sconfitte che da vittorie.
Il suo momento di sorprendente gloria s’era acceso e subito spento a Ferrara e oggi nessuno lo ricorda più.
Succede a chi nasce pugilisticamente nel posto sbagliato.

Testimone: A Sofia, da padre in figlio fra trionfo e tragedia

L’Arena Armec di Sofia. Venerdì 28 Aprile, cioè qualche giorno fa.
Concluso il rituale e lungo controllo sulla correttezza delle operazioni di bendaggio di Kubrat Pulev e Kevin Johnson, mi siedo in uno dei posti riservati alla giuria, rammaricandomi di non aver potuto assistere nemmeno ad un combattimento di “contorno”. Il colpo d’occhio è impressionante. Il pubblico ha riempito l’immenso palasport per vedere un match valevole per la corona Interc.le Wba, non un campionato del mondo! Stefano Carozza, il giudice casertano alla mia destra, mi allunga il programma e gli do un’occhiata. Scorro i nomi dei pugili e non li conosco, salvo il fratello di Pulev e…

Per coincidenza, alzo gli occhi e noto nella fila davanti alla nostra un ragazzone alto, con i capelli cortissimi e i tratti del viso palesemente nordici, accanto ad una persona, il cui volto non mi è nuovo. Però é il giovane che catalizza la mia curiosità. Io ho un grande difetto: non ricordo mai i nomi. M pure una qualità: sono molto fisionomista; ricordo le facce e percepisco le somiglianze anche a tanti anni di distanza.
Sono colto dalla tentazione di alzarmi e presentarmi e ne spiego le ragioni a Carozza, il quale mi conferma che il ragazzo è sceso dal ring da poco, vincitore per ko.

Se il mio non è un abbaglio, se è proprio chi penso che sia, credo di poter regalare a quel pugile un momento di gioia. Mi chino verso di lui e gli domando: “Tu sei Havnaa?”. Mi guarda con curiosità e scruta il distintivo della Wba che ho sul taschino della giacca. “Sì, sono io”.

E in un istante mi sento proiettato all’indietro nel tempo; al caldo 26 Maggio 1989, quando partii da Ferrara insieme all’amico Davide Maia in direzione Bergamo, per assistere al match di Massimiliano Duran contro l’inglese Jonjo Green (vinto da Momo per kot al 3° round), nell’ambito di una manifestazione incentrata sul vacante Europeo dei massimi-leggeri tra l’idolo di casa Angelo Rottoli e il norvegese Magne Havnaa. Quella notte si esibirono anche Paziente Adobati (pari con il britannico Tony Dore) e il massimo ligure Stefano Vassallo (vittoria ai punti sull’ugandese George Ajio).
Arrivati nell’hotel che ospitava i pugili, ci trovammo nel bel mezzo di un folto gruppo di giornalisti e tifosi norvegesi che facevano da corona ad un poderoso atleta dai capelli cortissimi e biondi, il quale stava bevendo un succo di frutta.
“Quello è Havnaa-Dissi a Davide-E’ l’avversario di Rottoli”. “Ne sei sicuro?-Ribatté lui-Ma se non l’hai mai visto!…”. Non rimase che una cosa da fare per risolvere il dubbio: “Scusa, tu sei Magne Havnaa?”, chiesi allo slanciato vichingo. Gentile e sorridente, mi rispose: “Proprio io! Però non mi chiamo Havnaa (con due “a” finali all’ “italiana”), ma Havnoo (con due “o” finali alla “norvegese”)”. Lo ringraziai e ci stringemmo la mano.
Poche ore dopo, sul ring, sorrideva assai meno e assalì Rottoli sin dal primo colpo di gong con colpi lunghi e pesanti. Angelo si trovò spiazzato e in grave difficoltà, sorpreso dalla determinazione e dalla carica agonistica del rivale. Cercò di riordinare le idee, di girare attorno al quadrato in attesa che la tempesta norvegese calasse d’intensità, poi al quarto round sull’arcata sopraccigliare sinistra di Havnaa s’aprì una profonda ferita e nella quinta ripresa il combattimento venne sospeso, per cui la cintura europea andò a cingere i fianchi del bravo pugile bergamasco.
Certo il match era ancora aperto, ma sicuramente la sorte diede una bella mano al nostro rappresentante e non fu davvero benigna con l’ospite. Havnaa rientrò negli spogliatoi molto deluso, forse pensando anche al piccolo Kai Robin nato solo da quattro mesi, a cui avrebbe voluto fare un ragalo “speciale”. Però a Magne il destino aveva riservato una pronta riscossa: l’anno dopo diventò infatti campione mondiale Wbo e rimase sul trono anche nel 1991, per poi ritirarsi dall’attività nel 1993, ancora giovane.

Ma la vita è troppo spesso bastarda, maledetta, cieca… Il 29 Maggio 2004, appena quarantenne, un tragico incidente in barca lo fece scomparire nelle fredde acque del suo mare. Se ne andò per sempre da “vichingo”, lasciandosi alle spalle l’amatissima moglie, una figlia, il fratello, suo fedele compagno di ring e per primo il quindicenne Kai Robin, a cui stava insegnando l’A-B-C del pugilato.

Ma rieccomi nell’Arena Armec di Sofia.

Racconto questa storia a Havnaa il giovane, mentre la persona accanto a lui mi osserva con curiosità e sorpresa. Il bimbo di allora somiglia al papà in maniera sorprendente, sia nel volto che nel fisico. “Ma tu sei italiano? Eri proprio lì a Bergamo?”, mi rivolge questa domanda almeno tre volte per essere sicuro di avere capito bene. “Eri a bordo ring? Veramente a bordo ring?”. “Certo che lo ero lì, a tre metri dal ring e tuo papà mi ha anche insegnato a pronunciare il suo nome. Vedi come lo dico bene?”. Nel frattempo, un nuovo flash m’illumina la memoria e porgo la mano al manager dell’imbattuto massimo-leggero figlio d’arte, che ora riconosco: “E’ un onore per me stringere la mano a Joey Gamache, campione del mondo dei superpiuma, leggeri e superleggeri negli anni ’90…”.
Guardo Kai Robin Havnaa. Ha un sorriso che gli va da un orecchio all’altro, occhi che trasmettono gioia ed emozione. E’ felice e lo sono pure io. “Quella sera, a Bergamo, secondo me tuo papà era in vantaggio ai punti! Buona fortuna Havnaa e fatti onore. Spero che tu riesca ad arrivare dov’è arrivato lui”. Mi congedo. Tre minuti sono sufficienti talvolta a strappare un sorriso, a rinfrescare un ricordo.
Da oggi seguirò la sua carriera con un interesse particolare. Per me è una questione di nostalgia. Per lui è invece una questione esistenziale: riannodare sempre più saldamente un filo che lo lega ad un padre meraviglioso di cui ha goduto troppo brevemente.
Le magie della boxe sono incredibili e talvolta stupende.

Testimone: un pugile, un taxi, il passato che ritorna…

Venerdì, 21 Aprile 2017. Vale a dire, appena qualche giorno fa. Si sono appena concluse le operazioni di peso per il match valevole per la cintura Int.le Wba dei superwelter tra Michel Soro, beniamino di Villeurbanne (alle porte di Lione) e l’argentino Javier Francisco Maciel.
Sono lì come s.visor e insieme ai giudici Stefano Carozza, Michel Miksiuta e all’arbitro Oliver Palomo salgo in taxi per rientrare in hotel.
Parliamo del più e del meno quando l’autista, un signore di colore dai capelli leggermente brizzolati, domanda: “Siete italiani?”. Gli rispondo che solo io e un giudice lo siamo, mentre gli altri due viaggiatori sono rispettivamente belga e spagnolo. “Di quale parte dell’Italia?”, insiste in perfetta lingua “nostrana” il taxista. “Io sono di Ferrara e l’amico è di Caserta”, gli preciso, mentre fa “capolino” la curiosità. “Io conosco molto bene l’Italia-Sottolinea l’autista- L’ho girata da tutte le parti…Ero un pugile!”. “Eri un pugile? Ma come ti chiami?-Lo incalzo, confidando nella mia memoria “pugilistica”-Eri professionista?”. “Sì, ero professionista e mi chiamo Lomami”, specifica quasi sussurrando il nostro conduttore. “Lomami Wa Lomami?”, esclamo io, mentre mi si riapre in un secondo lo scrigno dei ricordi. “Sì, Lomami Wa Lomami sono proprio io- Sorride il driver, probabilmente felice che qualcuno si ricordi ancora di lui- Mi ricordo che sono stato a Ferrara con un mio cugino che era fortissimo e doveva combattere contro un ragazzo che poi ha fatto strada: Duràn”. Incredibile, la vita è proprio strana e il mondo talvolta microscopico! “Si chiamava Kitenge Wa Kitenge tuo cugino?”. “Proprio così, era bravissimo ma poi nella vita ha fatto altre cose…”.
Come d’incanto mi scorrono “dentro” le immagini del’11 Marzo 1988…
Palasport di Ferrara, io ero l’organizzatore della serata in qualità di presidente della Pug.Padana Vigor. Alessandro Duran disputava da imbattuto il 17° match della carriera e come professionista si cimentava anche il superleggero venezuelano José Luis Limpio, allora residente all’ombra del Castello Estense, contro il marocchino Mohammed Ouhmad. A causa di qualche impiccio, mi recai presso lo spogliatoio di Kitenge per avvisare che l’incontro sarebbe stato anticipato di quindici minuti. Bussai. La porta si aprì in fessura e fece capolino un ragazzo di colore che riconobbi: Lomami! Ascoltato il mio avviso, mi rispose bruscamente che il suo pupillo sarebbe salito sul ring solo all’ora prestabilita e senza tanti convenevoli mi richiuse la porta in faccia. Mi venne un certo timore e nel corridoio, incontrando papà Carlos, gli dissi: “Attenzione e occhi aperti! Dentro lo spogliatoio di Kitenge c’è aria cattiva. Sono qui per vincere e non in vacanza. L’ho capito dalla faccia di quello che non mi ha fatto nemmento entrare”.
Previsione azzeccata! Quel match fu, secondo me, il più bello, emozionante e teso della prima parte della carriera di Alessandro. Anzi. Fu quello che fece capire che possedeva le qualità per ergere davvero! Il giovane “pelato” Kitenge Wa Kitenge, tecnico, furbo, velocissimo (era stato olimpico per lo Zaire) gli fece vedere le streghe per 4-5 riprese, poi Duran inventò una combinazione di alta scuola e lo fece cadere al tappeto. Quest’episodio segnò la svolta del match e fece volgere l’ago della bilancia decisamente dalla sua parte. Ma che incontro!….
Ora, a 29 anni di distanza, mi ritrovavo davanti il volto di colui che mi aveva chiuso la porta in faccia; un volto molto più buono e tranquillo di quello di allora. Il volto di un ex-pugile che aveva affrontato La Rocca, Rosi, Laing, Skouma, Martinese, Prieto, Ros, ecc…Un collaudatore di gran lusso che, se curato come si deve, avrebbe potuto fare tanto di più. Aveva indubbie qualità, ma il suo destino era “quello”, anche se si tolse belle soddisfazioni.
In un attimo, dentro al taxi e sotto lo sguardo stupito di arbitro e giudici, cominciamo a parlare di quando viveva in Italia, delle Marche, di Chiaravalle, di Kalambay, Sugar Beya, Mudimbi,Diavila, Bolemi, Salay, Eymono, Muyanga Kia, Messa, Bingunia, Nzolameso…I tanti zairesi suoi compagni d’avventura di un’epoca difficile eppure felice. “Che fine hanno fatto?”, gli domando. “Con Kalambay, Diavila e qualche altro ho ancora contatti; molti li ho persi di vista…Lubaki e Zadindia Mbeke vivono a Parigi. Lavoriamo tutti e stiamo bene. Io sono anche allenatore presso un club di boxe di Lione e sono venuto qui dall’Italia appena ho smesso di boxare. Mi sono trovato ottimamente e non ho avuto problemi”.
Gli dico che sono contento di sapere che dei pugili si sono inseriti bene nel vita “normale” e gli esprimo i miei migliori auguri per il domani.
“Oggi però siamo diventati un po’ vecchi-Conclude sorridendo Lomami Wa Lomami-Però non ci possiamo lamentare”.
Lo salutiamo e mentre il taxi scompare nel traffico i miei compagni di viaggio commentano con stupore la coincidenza di cui sono stati testimoni.
A me viene da pensare che questa è una piccolissima storia, ma bella da raccontare.
Eccola qui…

Testimone: a Bologna l’attacco del vichingo e l’ “arrivano i nostri”!

Era il 29 Novembre 1971.
Il palasport di Bologna era pieno e il clou del programma furono i dieci, avvincenti round tra Carlo Duran e il duro statunitense Lonnie Harris, conclusisi con l’applauditissima vittoria ai punti del primo. Nei match di contorno, l’imbattuto Domenico Adinolfi sconfisse, al limite dei mediomassimi, il tutt’altro che “comodo” inglese Roy John, mentre il superwelter marchigiano Osvaldo Smerilli fu fermato sul pari dal “rosso” di Mirandola Walter Guerneri e Luciano De Luca ebbe la meglio sullo spagnolo José Ungidos.

Quando salì sul ring l’invitto massimo spezzino 26enne Giorgio Bambini, un bel ragazzone dal fisico imponente, la gente di Bologna l’accolse con un misto di curiosità e di diffidenza. La città delle Due Torri si considerava infatti la capitale italiana dei massimi dai tempi di Franco Cavicchi, del titolo europeo conquistato dinanzi ai 50.000 spettatori dello Stadio Comunale, delle indimenticabili sfide con Heinz Neuhaus, Ingemar Johansson, Mino Bozzano, Uber Bacilieri, ecc, e inoltre perché era la terra di un altro amatissimo colosso felsineo: Dante Cané.

Il compianto Bambini aveva conquistato nel 1968 il bronzo alle Olimpiadi di Città del Messico, cedendo per ko in semifinale ad uno statunitense che si chiamava George Foreman…Tanti anni dopo, in occasione di una rimpatriata a Punta Marina degli olimpionici italiani, quando sul ring lo speaker gli domandò come mai non s’era rialzato dal tappeto al 2° round benché desse la sensazione di poterlo fare, sollevando l’applauso degli spettatori rispose: “Non mi sono rialzato, perché altrimenti stasera non sarei qui!…”.
Ma torniamo alla serata bolognese…
Il primo a scavalcare le corde fu il 24enne canadese Billy Nielsen, nome che denotava evidenti origini scandinave, ma ancor più esse erano certificate dall’aspetto fisico dell’ospite. Con i capelli biondissimi acconciati a “caschetto”, una poderosa muscolatura e le braccia sulle quali risaltavano tatuaggi d’ispirazione marinara, aveva uno sguardo preoccupante, perché da esso trasparivano determinazione e atteggiamento di sfida. Aveva già sostenuto una ventina di combattimenti in Canada e negli Stati Uniti, con vittorie e sconfitte in numero pressoché identico contro avversari anche di discreta quotazione e i successi li aveva ottenuti quasi tutti per ko. Io ero seduto in una fila circa a metà del parterre e quando lo vidi, pensai che se avessi dovuto immaginare un guerriero vichingo non poteva che avere proprio le sue sembianze…
Poco dopo, accompagnato da Rocco Agostino, arrivò Giorgio Bambini avvolto in un accappatoio rosso. Sembrava un ragazzino rispetto al “vichingo”, anche se in realtà aveva due anni in più. La faccia “da buono”, persino un po’ timido e l’emozione di chi per la prima volta affrontava l’esame di una platea così vasta.

Quando suonò il gong, Nielsen si lanciò di corsa sul nostro pugile, tirando randellate brutali. La tecnica, il senso tattico, l’eleganza…Tutte cose che, ammesso e non concesso che il “guerriero di Odino” possedesse, aveva lasciato negli spogliatoi. Sembrava un indemoniato con l’unico obiettivo di sbriciolare Bambini, come se avesse con lui tremendi conti in sospeso. Giorgio sembrava una barchetta in piena tempesta ma lo salvava la superiorità tecnica, per cui riusciva a limitare leggermente i danni, mentre i colpacci larghi e violenti di Nielsen gli arrossavano braccia e volto e spesso fendevano per fortuna l’aria. Poi seguì la seconda ripresa, quindi la terza…Un destraccio di Nielsen lo fece volare al tappeto e l’arbitro, anch’egli in confusione per tenere a bada il biondo marinaio, con commovente patriottismo trasformò la caduta in scivolata. Il “vichingo” non la prese affatto bene e aggredì di nuovo Bambini incurante di ogni regola: testa bassa, spinte, pugni dove capitava. Una furia che infiammò, per reazione, il pubblico, tutto a fianco del nostro ragazzone…Al quinto round, incoraggiato dalle grida degli spettatori e da quelle all’angolo di Rocco Agostino, l’arbitro squalificò Nielsen.

Cominciò a volare di tutto sul ring: palle di carta, bicchieri di plastica, avanzi di panini, arance e qualsiasi cosa risultasse utile al bombardamento…
Il verdetto fu frettoloso e rischioso perché Billy Nielsen, probabilmente avvezzo alle roventi risse nelle bettole dei porti, voleva picchiare chiunque fosse a tiro.
Allorché scese dal ring, eravamo tutti in piedi e il lancio sul diavolo biondo aumentò ancora. Quando passò accanto alla fila dov’ero seduto, accanto a me c’era un esagitato ometto di mezza età che in dialetto bolognese gliene diceva di tutti i colori. Non appena ebbe Nielsen “a tiro”, il “cretinotto” ebbe una geniale pensata! Si chinò verso terra e raccolse un pacchetto vuoto di “Nazionali”… Intuii immediatamente cosa stava per fare, ma non ebbi il tempo di sconsigliarlo! Lanciò il “proiettile”, come tanti altri, verso il canadese. Ma ebbe due “sfighe”! La prima fu quella che proprio in quel preciso istante il rissaiolo si voltò dov’era lui e purtroppo pure io e vide benissimo chi era il colpevole dell’affronto; la seconda fu che con incredibile precisione lo centrò in pieno viso!
Passò un decimo di secondo e Billy Nielsen partì all’attacco scavalcando ad una ad una le fila di sedie, mentre la gente se la dava a gambe. Vidi il “cretinotto” impallidire come un cencio e farsi ancora più piccolo, mentre il cappello di un carabiniere volava in aria e due spettatori cadevano come fuscelli sulle poltroncine, buttativi dal vichingo che non aveva occhi che per il mio vicino e forse (inquietante sospetto!) anche per me, credendoci probabilmente “compari”. Il “cretinotto” per arretrare prese a lavorare di gomito cercando di passarmi dietro e io, intuita la sua strategia, a gambe e braccia larghe facevo ostruzione per impedirglielo, perché non avevo nessuna voglia di trovarmi ad essere proprio io, per altro innocente, a fornire per primo spiegazioni al vichingo.
Sembravamo Gigi Riva e Mario Bellugi durante un corpo-a-corpo calcistico dell’epoca!
Ormai Nielsen era a due soli passi e il “cretinotto” era rimasto davanti a me nonostante le gomitate, predestinato ad una complicata esperienza, quando avvenne il miracolo!
Come nei film western, arrivarono i “nostri” sotto forma di ulteriori rinforzi di carabinieri e addetti alla sicurezza che letteralmente s’aggrapparono in gruppo a Billy Nielsen, bloccandone a stento l’avanzata e rimediando sicuramente pure diversi lividi.
Non feci in tempo a ringraziare il cielo, che il mio vicino era già scomparso come un anguilla inseguita da uno squalo. Secondo me, era già arrivato sotto le Due Torri!
Fu quello l’ultimo match nella carriera dello sfortunato e indimenticabile Giorgio Bambini.

E Billy Nielsen? Nessuno lo ricorda: uno dei tanti passati e caduti nell’oblio…
Anzi, no!
Due lo ricordano: il sottoscritto e l’ometto che, credo, da quella sera la boxe la vide soltanto in TV!

Testimone: abbandono di pugili, arbitro e spettatori…trionfo delle zanzare!!

Era la sera del 27 luglio 1983.
Una di quelle come solo le estati ferraresi sanno fornire: umidissima, caldissima e con una appiccicosa nebbiolina a fungere da tappeto a strade, prati, campi e canali. Ero in auto con Carlos Duran al volante e Massimiliano ed Alessandro in veste di “navigatori”. Dal Lido delle Nazioni stavamo raggiungendo Copparo dove si sarebbe svolta la rivincita valevole per il titolo italiano dei superwelter tra Daniele Zappaterra ed Ernesto Ros, fratello minore del più popolare Bepi, l’indimenticabile peso massimo degli anni “60.

Quando arrivammo al campo sportivo, una prima bizzarria: il “povero” Daniele, residente sulle rive del Po (a Ro Ferrarese) e quindi ad un tiro di schioppo da Copparo, stava disponendo con i suoi collaboratori le sedie a bordo ring…Strano modo per prepararsi all’imminente match! In effetti, il beniamino di casa aveva fatto tutto da solo: pugile, finanziatore dell’evento, promoter e pure gli impicci dell’ultimo secondo gli stavano purtroppo sulle spalle…
Conquistata la cintura l’anno precedente con Rosario Pacileo, l’aveva poi messa in palio quattro mesi prima a Ferrara contro lo stesso Ros, il quale aveva vinto il combattimento ai punti, ma un banale e superficiale erroraccio aveva fatto sì che il match fosse disputato con guanti di peso sbagliato, per cui il verdetto era stato annullato tra mille polemiche e la ripetizione della sfida con il veneto si preannunciava quindi bollente e irta di difficoltà.

Tra i professionisti in cartellone figuravano anche il superwelter Angelo “Bum Bum” Liquori, che pareggiò con lo zairese Folly Muianga Kia, attivissimo collaudatore dell’epoca, e il debuttante padovano Marco Rinaldo che fu sconfitto da un altro zairese, il medio Butangi Nzolameso, avversario troppo ostico per un ragazzo al primo match.
Per quanto riguarda poi il combattimento tricolore, quella non fu proprio la sera di Daniele Zappaterra! Oberato da mille impegni e stress, salì sul ring in precarie condizioni psico-fisiche e non bastasse questo, una vasta ferita s’aprì sull’arcata sopraccigliare quando il match era ancora apertissimo e fu costretto a cedere il titolo per intervento medico alla settima ripresa.

Ma il vero clou della serata fu il combattimento d’apertura tra dilettanti…Ancora oggi se ne parla tra appassionati della zona per rivivere qualcosa davvero d’inusuale sui ring.

Dirigeva il confronto PierLuigi Poppi, divenuto in seguito importante arbitro Ebu e Wba e tuttora presidente del Comitato Regionale Emiliano della Fpi. La gente s’era appena seduta a bordo ring e sull’antistante tribuna, allorché prese forma qualcosa d’inquietante…
Sul campo, circondato da prati e frutteti, vennero spente le luci salvo i potenti riflettori del quadrato e in quel preciso istante, come richiamati da un tonante tamburo di guerra, si levarono dalle circostanti campagne foltissimi sciami di feroci e fameliche zanzare. Sciami?
No. Meglio dire “nuvole”.
A modo suo, uno spettacolo incredibile anche per la gente del posto, che pure con i micidiali insetti è in bellicoso rapporto da secoli e secoli. Da ogni lato e come compagno il tipico “zzzzz” ma moltiplicato milioni di volte, un oscuro e multiforme nembo invase il ring. Passarono appena pochi secondi e mentre gli spettatori delle file più vicine se la davano a gambe, i pugili cominciarono ad usare braccia e pugni più per difendersi dalle zanzare che per fronteggiare il rivale.
Poppi, per stile e onorabilità del ruolo, cercava di darsi un contegno e muoveva le mani a mo’ di tergicristallo davanti al viso benché fosse in palese difficoltà. Terminò la prima ripresa e l’intervallo fu, sia per gli atleti che per i rispettivi maestri, qualcosa di molto simile ad un incubo, essendo divenuti comodo bersaglio per le picchiate cruente degli insaziabili insetti.
Al gong, il match riprese in condizioni ancora più impossibili e (non è un’esagerazione!) le figure sul ring sembravano dietro ad una tenda, tant’era difficile distinguerle in mezzo a quel volteggiare instancabile e sempre crescente di zanzare. Ad un certo punto Poppi aprì le braccia e fermò il combattimento…Nessuno sapeva cosa fare…Qualche minuto dopo, spuntati chissà come, intrepidi volontari cominciarono a girare attorno al ring con innumerevoli bombolette spry premute a tutto gas per tentare di allontanare le forze d’invasione.
I pugili e i maestri lasciarono precipitosamente il quadrato in preda a crisi di tosse e solo PierLuigi Poppi, come l’ultimo giapponese a difesa dell’isola del Pacifico, rimase stoicamente a presidiare il ring. Ma mentre lo spry sembrava quasi avere effetti dopanti sulle scatenate zanzare, risultò fatale all’arbitro che, dopo qualche ondeggiamento, s’abbandonò sull’ultima corda ormai prossimo a defungere per il micidiale aerosol a cui era stato suo malgrado sottoposto…
Per fortuna, subito soccorso dal medico di servizio e da volonterosi, dopo qualche minuto d’apprensione si riprese e nel frattempo le perfide zanzare, il cui tipico orario di guerra tra il tramonto e le prime ombre della sera era scaduto, fecero ritorno ben pasciute e soddisfatte nei loro “covi”.

In conclusione, per la prima e probabilmente unica volta nella storia della boxe, un match vide l’abbandono di tutti: pugili, maestri, spettatori e persino dell’arbitro.
Il verdetto? Non saprei. Forse No Contest.
In realtà, vittoria prima del limite per le zanzare copparesi, da allora ancora imbattute!
Complimenti…