Cinquantatré anni fa…la grandezza della boxe italiana non dal clou, ma dal contorno!

Un paio di giorni fa, senza che molti se ne ricordassero, sono trascorsi esattamente 53 anni da un’incredibile notte milanese, in cui il pugilato italiano era ancora sulle prime pagine dei giornali, nelle aperture dei Telesport e soprattutto nelle chiacchiera della gente, persino di quelle a cui della boxe non importava tantissimo. Era il bollente 18 Giugno 1965 e il sottoscritto non aveva potuto andare a Milano, perché eravamo agli ultimissimi e fatali giorni dell’anno scolastico…Nell’aria, quel mattino, si percepiva l’elettricità buona e bella che sempre precede i grandi eventi sportivi. Agli italiani, da sempre “guelfi e ghibellini” anche se si tratta si scegliere la pizza, le more o le bionde, il mare o la montagna, ecc. faceva alzare la pressione il match che di lì a poche ore avrebbe visto di fronte, nello stadio di S.Siro, Sandro Mazzinghi, il guerriero “toscanaccio” di Cascine di Buti, campione del mondo Wba-Wbc dei superwelter, e lo sfidante, il “divino” dei salotti buoni dallo stile elegantemente “chirurgico”, il beniamino del mondo dello spettacolo, il predestinato alla gloria sin da quand’era ragazzino, Nino Benvenuti.

I Bartali e Coppi dell’epoca, con i guantoni alle mani anziché la sella della bici sotto al sedere! Chi non c’era non può nemmeno immaginare…Chi non c’era forse neppure può credere che, in quei giorni a cavallo dell’estate, si parlasse del “cuor di leone” e del profugo istriano dei tempi di sangue, più che di tutto il resto. Invece era proprio così.

Non voglio scrivere del match, del risultato, di tutto ciò che lo precedette e lo seguì, di una rivalità che divise per sempre i protagonisti. Sì, vinse Nino per ko al 5° round e l’immagine del sensazionale uppercut destro che pose fine ad un match sino a quel momento equilibratissimo e drammatico è ormai tra le leggende della boxe. Ma sia Nino che Sandro avevano ancora tanta storia davanti e la percorsero stupendamente.

Voglio invece soltanto ricordare i match che, tra le zanzare e la lieve foschia degli spalti meneghini, fecero da cornice al clou. Simboleggiano abbastanza chiaramente che cos’era la boxe verde-bianco-rossa di quell’epoca, sia in termini quantitativi che qualitativi, ma soprattutto nel tessuto sociale del paese.

Ecco chi vi combatté e come finirono gli incontri:

Camp. Europeo dei Leggeri:
Franco Brondi b. Kid Tano (Spagna) kot 11°r.

Camp. Italiano dei Mediomassimi:
Vittorio Saraudi b. Benito Michelon kot 9°r.

Welter:
Carmelo Bossi b. Alfredo Parmeggiani ai p. 10r.

Medi:
Carlo Duran b. Fabio Bettini ai p. 10r.

Piuma:
Carmelo Coscia b. Gabriele Ceccangeli ai p. 8r.

Questa era la boxe, questo il livello, questo il pubblico. Di cosa stiamo parlando? Di una decadenza che, rapidamente e senza freni, ha fatto scivolare il nostro pugilato in fondo alla scala.

Peccato…Era così bello!

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Le incredibili favole del ring: il debutto, la disfatta, il mito…

Manuel Jimenz? E chi è costui? Un pugile…Ma quale pugile? Chi l’ha mai sentito nominare?

Credo che stavolta nemmeno i più accaniti “talebani” pugilistici di Facebook sarebbero in grado di ragguagliare la gente su tale remoto supergallo dominicano, che iniziò e terminò la carriera in un battito di ciglia. O quasi. Tra il 1968 e il 1969 debuttò, combattè e scomparve. E sì, perché l’oggi più o meno  settantenne latino-americano non era proprio nato per avere un futuro sul ring. Disputò appena sei match, perdendone cinque (quattro per ko) e ottenendo il punto più alto della carriera pareggiando con Rigoberto Riasco che, un giorno lontano, sarebbe diventato addirittura campione del mondo.

Allora, perché parlare di Manuel Jimenez dopo cinquant’anni?

Forse per coincidenza, per curiosità o per amore verso semplici e sconosciute storie di boxe che profumano (o ci piace pensare che profumino…) di fiaba, avvolte nel buio del passato…

Esattamente oggi, il 15 Giugno di mezzo secolo fa, nell’ “anno domini” 1968, immaginiamo il timido, emozionatissimo, debuttante Manuel salire la scaletta che lo conduceva tra le sedici corde del “Gymnasio Neco de la Guardia” di Panama City. All’angolo opposto, un ragazzino non molto alto, con gli occhi vivacissimi e impertinenti che trasmettevano una sicurezza unica, i capelli corti e neri come la pece e l’atteggiamento di chi si sentiva un re quand’era ancora uno scudiero.  Di lui si diceva già un gran bene.

Manuel aveva la testa piena di sogni allora e il fatto che l’avversario, il quale aveva già vinto due match, avesse soli 16 anni gli dava un certo conforto…Un bambino o poco più, che proprio l’indomani avrebbe compiuto i 17. Un bambino o poco più che sperava di battere, per mettere in bacheca la prima vittoria, la più importante per iniziare a percorrere la strada giusta.

Ma quando suonò il gong, il debuttante non fece nemmeno in tempo a frenare almeno un po’ il cuore che gli batteva a mille, a respirare profondamente e a mettersi in guardia come Dio comanda, che ebbe la sensazione di trovarsi nel mezzo di una tempesta a Capo Horn e senza salvagente; di essere una margherita investita da una frana…Di essere, purtroppo, un pugilino di poco conto finito tra le mani di qualcuno nato con pietre al posto delle mani! Divenne rapidamente tutto buio per lui, anestetizzato da un ko che gli aveva tolto persino il dolore. I suoi secondi provarono a rincuoralo, come sempre succede al cospetto delle disfatte più dure. Tutto era appena cominciato e già finito. In pochi secondi…

Non ricordava nemmeno il nome di quel “bambino o poco piu” che l’aveva demolito con facilità irrisoria. Glielo ricordò il suo maestro: “Roberto Duràn…tiene las manos de piedra ese chico!..” (Ha le mani di pietra questo ragazzino).

Sì, proprio lui! Il leggendario, indimenticabile, immenso “Mano de Pedras” Duràn, campione di tutto e di più…Ci piace, oggi, mandare gli auguri per i suoi 67 anni a colui che è uno dei più grandi della storia della boxe. Ma ci piace ancora di più immaginare, che da qualche parte, un certo Manuel Jimenez stia pensando a quel lontanissimo giorno in cui, finendo ko contro Duràn, diede però un senso ad un sogno di gloria pugilistica svanito prestissimo e che comunque aveva condotto lui, proprio lui, a vantare il privilegio di evere incrociato i guantoni con uno degli dei dell’Olimpo della Noble Art.

Ai nipotini, agli amici, ai vicini di casa forse racconterà questa piccola e umile storia.

Chissà se gli crederanno!

Dalla Noble Art all’osteria: il crollo continua…

Qualche tempo fa, scrivendo su queste pagine, avevo sottolineato come la televisione può certamente rilanciare, ma anche uccidere il pugilato. Inutile riscaldare minestre stracotte o scoprire l’acqua calda. Si parla più o meno sempre delle stesse cose.

E di cosa si dovrebbe parlare?

Gli sparuti appassionati italiani di oggi, se amano davvero la boxe, non possono fare altro che ricordare le glorie di un passato più o meno remoto, visto che nel presente c’è ben poco da esaltarsi, oppure discutere dei mali di una disciplina che sino a ieri era nel cuore di ogni sportivo e che ora annaspa per tenere almeno il naso fuori dall’acqua. Purtroppo, della salute ci si cura soprattutto quando viene meno e non quando si sta bene! Come quelle persone che ai giardini pubblici passano le ore a raccontarsi l’un l’altro i propri malanni.
Ecco a chi somiglia oggi l’appassionato-tipo” nostrano!
Si preoccupa e tanto dell’amatissimo pugilato, attaccandosi ad ogni flebile e talvolta persino invisibile sintomo di vago miglioramento, pur di continuare a sperare ma poi, una brutta sera, si siede davanti alla televisione e vede cose orribili…
Premetto che quanto di triste e per certi versi in gran parte ridicolo è accaduto venerdì scorso a Palermo, in occasione del match tricolore dei superleggeri Ballisai-Bentivegna sotto gli occhi dei soliti quattro gatti inossidabili tra spettatori e telespettatori, non è né più grave di quanto è successo in occasioni precedenti. Il brutto è che si é trattato appunto di un ulteriore puntata dello “sbracamento”, tanto da fare sperare che meno gente l’abbia visto e meglio é…E ciò, detto da chi si lamenta per il poco spazio riservato dai media alla boxe, è il massimo dei massimi del paradosso!
In Italia, tanto per non tenerla troppo lunga, con perfetto ordine e correttezza si sono disputati match che alla vigilia promettevano “sangue e bombe a mano”. Perché la boxe è la boxe. O almeno lo era. Tutto qui.
Alla rinfusa, solo alcuni dei tantissimi esempi che si possono fare: Mazzinghi-Benvenuti, con l’Italia divisa in due tifoserie agguerritissime…Loi-Ortiz, per una rivincita che doveva vendicare l’ingiustizia patita da Duilio negli Usa…Cavicchi-Neuhaus, che si portava appresso il ricordi “tedeschi” della guerra…Carnera-Uzcudun, con il friulano opposto ad un basco, in pieno Ventennio…Bosisio-Jacovacci, dove persino il colore della pelle era diverso…Benvenuti-Monzon, con l’inatteso crollo del nostro campione forse più popolare di tutti i tempi…
Combattimenti “alla morte”, davanti a folle immense. Con le fiamme che uscivano metaforicamente dalle narici dei tifosi. Eppure non successe assolutamente niente! Chi vinse festeggiò, chi perse se ne tornò negli spogliatoi a rimuginare la rivincita.

Negli ultimi anni invece è accaduto di tutto e con frequenza sempre crescente, in ambienti e tra folle che, paragonati a quelli dei match sopra ricordati, potrebbero sembrare una “pizzata” tra colleghi in confronto al pranzo matrimoniale dei reali d’Inghilterra.
Siamo stati testimoni di match di cui non sono stati annunciati verdetti, di scazzottate da osteria d’infimo livello tra le corde del quadrato, di inseguimenti e pestaggi a bordo ring e nei dintorni degli impianti, di comportamenti agli angoli e di parole a microfoni da far piangere e ridere contemporaneamente, delle vicende di protagonisti su cui è meglio stendere un pietoso velo di silenzio.

Ecco. Palermo è stata l’ultima tappa, con la novità dei fischi e delle schiene girate di alcuni all’esecuzione dell’inno di Mameli, come se il ring rappresentasse la Bastiglia a cui dare l’assalto, ovviamente senza problemi, considerando che in Italia e quindi anche nel pugilato ormai si può fare di tutto senza pagare mai dazio. Era compreso, nello show, pure l’inseguimento all’arbitro Francesco Ramacciotti (giudici, i corretti Bertaccini, Cardullo e Virgillito). Una azione perfetta da comica finale, se non fosse stato per la povera vittima designata.
Ma di tutto ciò, sinceramente me ne infischio e molto più di me, presumo che se ne infischierà lo stesso Goffredo Mameli.
Concludo con una sola e semplicissima domanda: che effetto ha avuto sui telespettatori e coloro che avevano deciso di passare la serata andando al pugilato, lo “spettacolo” di Palermo e tutti gli altri simili che l’hanno preceduto? Sulle donne e i bambini in lacrime per la paura?
Dite voi…
Mi sa che mi toccherà, tra un po’, rimpiangere i tempi nei quali inorridivo solo per il livello di certi match proposti! Bei tempi, quelli! Ed è tutto dire…

Senza pubblico e cultura la boxe italiana nei sottoscala!

Alla fine, dopo complicate contorsioni mentali, mi sorge il dubbio che la malattia n°1 del pugilato italiano non sia la scarsa copertura televisiva o le “brevi” riservate dai giornali o la maledizione degli dei dell’Olimpo, ma semplicemente la modestissima partecipazione di pubblico alle manifestazioni, sintomo incontestabile “che non gliene può fregar di meno”.
Per quale ragione le TV e i giornali, obbligati a rispettare criteri commerciali, dovrebbero concedere spazi ad una disciplina a cui manca persino il sostegno dei propri appassionati? Se la gente non attraversa nemmeno più la strada davanti a casa per andare a sedersi a bordo ring, perché dovrebbe invece sintonizzarsi su un canale televisivo o acquistare un giornale, ai quali interessa principalmente raccogliere pubblicità e “clienti”?

Non tantissimi anni fa, ad esempio, a Roma il pugilato lo si vedeva al PalaEur, a Milano al Palasport o al PalaLido, a Bologna nell’impianto di P.le Azzarita, ecc. Oggi, invece, è stato relegato in strutture di dimensioni molto più ridotte ma, nonostante ciò, si è testimoni spesso di sparuti drappelli di spettatori che una volta neanche avrebbero riempito gli atri d’ingresso di tali palazzi dello sport. E’ in corso una triste corsa al ribasso e anche quelli che dovrebbero essere gli appuntamenti-super, dilettantistici e professionistici, vengono allestiti con preoccupante frequenza nella “periferia del mondo”, seguiti solo dagli addetti ai lavori, dai compagni di palestra e dai famigliari più stretti, in sedi sperdute, talvolta in ombra e maliconiche come sottoscala.

Si salvano talvolta qua e là le riunioni locali, perché il nome di qualche atleta circola ancora per le strade delle piccole realtà, per i bar e finisce sulle pagine del giornale del posto, garantendo un afflusso di sportivi e curiosi che, in proporzione al numero degli abitanti, è molto più rilevante che non quello che si registra nelle metropoli, dove il pugilato se lo “filano” ogni giorno di meno.
Il pubblico non conosce i protagonisti e non ha quasi più cultura pugilistica; si sfoga principalmente su Facebook, contorcendosi in pallidi ricordi del passato e nei fantasy-match (Garibaldi avrebbe vinto la guerra in Iraq? Cleopatra sarebbe diventata Miss Universo? Leonardo arriverebbe su Marte?).

Si vive di ricordi, con gli occhi al contrario, mentre attorno ai ring gli spazi vuoti aumentano e i ragazzi in tuta che hanno appena combattuto o sono in attesa di combattere, sono diventati lo “zoccolo duro” degli spettatori. La boxe sta diventando, in Italia, sempre più uno sport di “nicchia”, in cui tutti “se la dicono e se la cantano” nel disinteresse delle persone comuni, le sole che potrebbero ridarle speranza e respiro.
I dati televisivi raccontano di una rapidissima e vertiginosa caduta a precipizio e se ieri si registravano cifre di telespettatori a sei zeri, adesso si stappa lo spumante per poche manciate di “pugilomani” da telecomando.

Ci sarà pure qualche ragione, se in Europa ci sono Paesi dove il pugilato è risorto alla grande e nel volgere di breve tempo, mentre da noi é alla canna del gas! Le graduatorie europee e iridate indicano che i talenti sono rari come una gazzosa nel Sahara; le chiacchiere da Caffè dello Sport dimostrano che ormai nessuno sa cosa accade sui ring nostrani né tantomeno ne parla; i titoli internazionali che contano (Europei e Mondiali tra i prof e le medaglie olimpiche tra i dilettanti) sono da un pezzo scomparsi all’orizzonte; lo spettacolo è sovente imbarazzante e ancor più imbarazzante il tentativo di spacciarlo come qualcosa di grandioso. Allora ci si rifà con immagini del piccolo schermo che arrivano da oltreconfine, tanto incredibili che sembra di vedere i marziani a passeggio sulla spiaggia di Riccione e persino impietose, se paragonate a quelle nostrane.

Bisogna ripartire, subito e daccapo, dal “campanile”, dalle manifestazioni in cui il ragazzino comincia a farsi amare dalla sua gente e a crescere per diventare un giorno, se ha talento e personalità adeguati, un atleta conosciuto e riconosciuto anche dalla massaia che appende il bucato in terrazza. O la gente tornerà ad amare la boxe e a comprare il biglietto per affollare gli spalti attirati dal livello tecnico-agonistico dei match o in Italia nemmeno la Fata Morgana riuscirà a risanarla! Si devono offrire i mezzi e il tempo ai giovani per diventare competitivi, senza inchiodarli sin dalla prima giovinezza e a vita in un ruolo d’impiegati statali del ring, cosa umanamente comprensibile ma che cozza con il sogno di riavere un giorno qualche campione di alto livello.
In sintesi, non la TV, non i giornali, ma i compratori di biglietti sono la primaria salvezza della boxe verde-bianco-rossa! Il resto, televisioni per prime, arriverebbe da solo (e senza pagarlo…).
Infine, a proposito di “campioni”, sarebbe pure saggio usare con rispetto e parsimonia tale termine. “Campione” era storicamente il più forte, coraggioso e abile dei guerrieri, poi racconto è stato adottato per i “super” dello sport. E allora, prima i pugili diventino davvero campioni, poi (solo poi!) potranno caricarsi le spalle di tale appellativo, altrimenti lo si inflaziona. E se cose inflazionate, si sa, valgono poco.

Molto poco…

Il dito nel vasetto della Nutella o sotto il martello…Il pugilato Italiano!

Un dito si può immergere nel vasetto della Nutella o metterlo sotto un martello. Una bella differenza! E’ un po’ il dubbio che coglie colui che prova a riflettere sul pugilato italiano…
Talvolta, quando qualche giornale nazionale ha poco da scrivere, compare qualche riga sulla boxe nostrana e purtroppo, essendo ormai praticamente andati quasi tutti “in esaurimento” coloro che un tempo erano i giornalisti (grandi giornalisti!) specializzati (Betti, Signori, Mosca, Gherarducci, Astorri, Pignata, Roveri, Melli, Boschi, Minini, Grassi, Pignata, Bruno e tanti altri, tra i quali pure a volte Gianni Brera), bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento, cioè di volonterosi i quali (si capisce lontano un chilometro) di boxe non sanno spesso praticamente niente. Capita quindi di sorbirsi i soliti lamenti riguardo alla nostra “Noble Art”, sempre meno arte e meno nobile. Per indicare tutti i reali o supposti guasti di cui essa è rimasta vittima, passando in un batter d’occho dai tutt’altro che remoti anni di Kalambay, Parisi, Piccirillo, Minchillo, Massimiliano e Alessandro Duran, Loris e Maurizio Stecca, Nati, Rosi, Galvano, Nardiello, Cardamone, Belcastro, Castiglione, Dell’Aquila, Zoff, Luca e Silvio Branco, Raininger, Beya e diversi altri, alle malinconie di oggi, non basterebbe un libro grosso come l’elenco telefonico di Tokio.
Eppure quei tempi, appena lì dietro all’angolo, venivano già considerati solo una pallida ombra dei “favolosi” anni “60” di Benvenuti, Mazzinghi, Burruni, Duran, Bossi, Lopopolo, Visintin, Manca, Rinaldi, Galli, Rollo, Atzori, Bertini, Golfarini, Adinolfi, ecc.
Sino a ieri e l’altro ieri, in Italia c’erano “super” in grado d’arrampicarsi sulla cima del mondo contornati da tanti in grado almeno di provarci e magari fallire, ma sempre a testa altissima. Insomma, quello tricolore era un pugilato di altissimo livello internazionale, competitivo e chi non se ne rese conto allora, se ne rende conto adesso e con sbigottimento.
Tanto per entrare nel concreto, scorrendo le Top Ten dei vari enti mondiali (Wba, Wbc, Ibf, Wbo), si deve tribolare parecchio prima di imbattersi negli italiani che vi fanno capolino: Emiliano Marsili (10° Wbc, 7° Wba nei leggeri) e Devis Boschiero (6° Ibf nei s.piuma). Da restare senza parole!
Ma se qualcuno, in preda a masochismo conclamato, vuole aumentare la sofferenza, dia un’occhiata alle graduatorie dell’Ebu, cioè di quella piccola-grande Europa pugilistica in cui, in un passato non jurassico, l’Italia ricopriva il ruolo di protagonista e guardava talvolta dall’alto, e spesso almeno da pari a pari, Gran Bretagna e Francia, lasciando gli altri distaccati sul pavé.
Nessuno dei nostri detiene adesso una cintura continentale (già un record in negativo) e sono inseriti tra i primi dieci solo i mediomassimi Kolaj e Demchenko (rispettivamente 4° e 7°); Signani, Della Rosa e Goddi (4°, 8° e 9° nei medi); Fiordigiglio (7° nei superwelter); Scarpa (8° nei superleggeri); Marsili e Di Silvio (4° e 9° nei leggeri); Boschiero (6° nei s.piuma); Tommasone (10° nei piuma); Rigoldi (4° nei supergallo) e Obbadi (3° nei mosca). Sinceramente, sono molti tra questi pur valorosi pugili quelli che possono davvero giungere alla conquista della cintura continentale?
Domanda: è normale? Forse per altri pugilati, sì; ma per quello italiano, no! Una volta ancora viene da esclamare: l’Italia non è San Marino!
Pochissimo pubblico? Scarsissima attenzione dei media? Sponsor rari come mosche bianche? La gente comune che non conosce nemmeno il nome delle nostre “punte2”?…Ma davvero c’è da meravigliarsi?
O piuttosto c’è da meravigliarsi che ancora tantissimi ragazzi e ragazze rispondano al richiamo del ring; che ogni giorno centinaia di persone ammalate di “passionaccia” aprano le palestre; che un po’ di pubblico paghi il biglietto, quando non annusa anticipatamente “fregature” in termini di qualità dei programmi; che i “poveri” pugili affrontino duri match su 10-12 round per borse risibili?
Inutile provare a nascondere la crisi con titoli che contano poco e che infatti che con ampia frequenza nemmeno vengono difesi dopo essere stati conquistati. Il valore reale di un pugile trova riscontro, da noi, in tre corone storiche e progressive: campionato d’Italia, d’Europa e del Mondo. Il resto è solo “contorno”.
Anche per i dilettanti ci sarebbe molto da dire, con le uniche medaglie importanti identificabili in quelle attribuite agli Europei, ai Mondiali e alle Olimpiadi, le quali da anni non finiscono al collo degli italiani. Pure in questo settore, il resto è solo “contorno”. Se l’Aiba, immersa nel consueto sonno (per non dire di peggio), non pubblicasse sul proprio sito ufficiale graduatorie che risalgono alle Guerre Puniche, risulterebbe interessante verificare quanti sarebbero gli italiani presenti tra i primi dieci in ciascuna categoria.
Vabbé, un’altra volta…
In sostanza, solo qualità, meritocrazia, orizzonti vasti, competenza e professionalità di tutte le componenti, spettacolo dentro e fuori dal ring possono ridare fiato al pugilato nostrano.
O ci si dovrà accontentare solo dei ricordi o dei match oltre i confini.
Gran brutta prospettiva.

Vincere, perdere e i “top gun” della tastiera

Vincere e perdere è l’essenza dello sport.

Vincere e perdere è la legge scritta e non scritta a cui, ad altissimo o bassissimo livello, s’inchinano tutti coloro che decidono di competere in qualsiasi disciplina agonistica. Ed è quasi sempre una legge giusta, dura, crudelmente semplice e senza appelli. “Quasi” sempre. Sì, perché talvolta l’imprevedibilità degli eventi, l’intervento di fattori eccezionali o l’inadeguatezza dei giudizi umani rimescolano le carte.

Ma, nella maggior parte dei casi, chi è più bravo, forte, coraggioso e determinato trionfa. L’altro soccombe.

In un tempo nemmeno troppo lontano, i bar, i circoli, gli ombrelloni sulla spiaggia, le panchine dei giardini dei pubblici e qualsiasi luogo dove vi fosse facilità d’aggregazione, erano le “arene” in cui si svolgevano infinite e talvolta incandescenti discussioni tra sportivi che, guardandosi negli occhi e spesso a volume altissimo, valutavano gli eventi sportivi avvenuti o prossimi ad avvenire.

Ora quelle battaglie tra “tuttologi” di sport, spesso caratterizzate da sberleffi, battute e siparietti degni dei migliori interpreti delle “commedie all’italiana”, hanno ceduto il posto alle tastiere dei computer. Inutile perdersi in “ciance”. Questi sono i tempi e questo è il futuro, piaccia o non piaccia.

Vero è che dietro l’anonimato della sedia e dello schermo e persino dei protagonisti delle discussioni, i tasti dei computer diventano molto frequentemente i grilletti di mitragliatrici caricate a parole con cui sparare su chiunque, nella certezza di restare perfettamente incolumi. Una specie di delirio di onnipotenza che consente ad ogni utente, qualora lo voglia, di colpire tutti. Non più “occhi negli occhi” quali amici-nemici ai tavolini del “Caffè dello Sport”, a lanciarsi prese per i fondelli e feroci ironie, al termine delle quali non mancava mai una comune risata liberatrice. No. Talvolta invece tanta maleducazione, ignoranza, supponenza e persino cattiveria. E’ facile per chi è cattivo e poco sa, trovare la propria minuscola e imbarazzante vendetta verso il prossimo, aggredendolo nascosto dietro l’ “ingarbuglio” buio e inestricabile di internet…

Basta un nonnulla a scatenare i “top gun” della tastiera. Un verdetto approvato o non condiviso, un semplice giudizio su una squadra o su un atleta, un commento di una prestazione sportiva non ben accolta dai “serial-killer” di Facebook. Persino le impossibili fantasy-sfide tra campioni di epoche lontane…

Ripeto: questi sono i tempi e questo è il futuro, piaccia o non piaccia.

Ma parlare di prestazioni agonistiche non è come assaltare le mura di Gerusalemme! O non dovrebbe esserlo.

Il rispetto, anzi, il più sincero e dovuto rispetto dovuto a chi si mette in gioco tra le corde di un ring sul quale solo pochissimi hanno il coraggio di salire, è quello di dire la verità. Se non la si dice, infatti, si brucia persino l’eventuale germoglio di un’eventuale rivincita perché lo sconfitto ripeterà gli errori già commessi. Se non la si dice, chi sarebbe bene abbandonasse la scena per tutelare la propria salute e il proprio domani, si rimetterà in gioco rischiando tanto, troppo. Se non la si dice, allora la stessa base della sfida, “vittoria-sconfitta”, perde ogni senso a tanto varrebbe gettare tutto nel dimenticatoio delle cose inutili.

Vincere è un privilegio straordinario, un attimo fuggente da inchiodare per sempre alle pareti della memoria. Perdere, seppure in negativo (ma non sempre!) è la stessa cosa, l’altra faccia della medesima medaglia meritevole di finire affissa nell’esistenza di ogni atleta. Vincere e perdere reclamano spesso l’identico e pesante pedaggio a chi ha il cuore d’affrontare il rischio. Troppo facile, troppo banale, dietro i bugiardi tasti della famosa e maledetta tastiera, lanciare insulti e, peggio, secchiate di zuccheroso e ipocrita buonismo.

“Sei sempre il migliore! Non è successo niente! Tornerai più forte di prima! Ti hanno derubato! Ti hanno imbrogliato! Resti il n°1! Il tuo avversario era dopato! La giuria era corrotta!”…..Ecc.ecc.ecc…

Di queste cose non se ne può più. Dalla gara di bocce al dopolavoro, alla corsa dei sacchi in parrocchia al campionato mondiale dei pesi massimi accompagnano sempre il verdetto finale, in una filastrocca che si conosce ormai a memoria.

Ma almeno bisognerebbe tornare ad una cosa semplice-semplice: riconoscere che uno vince perché è più forte e perde perché è più debole. Tutto qui! Questo è il rispetto che si deve ad un atleta, che di vittoria e sconfitta assaggia il sapore più o meno tante volte nella propria vita ed è il primo a conoscere sempre la verità-vera.

E se il risultato è dubbio? Se qualcosa non ha “quadrato” come si deve? Allora, prepara la rivincita, caro atleta. In solitudine e senza “starnazzamenti” rimetti insieme i cocci, campione o non campione che tu sia. Alla fine, vittoria e sconfitta finiranno per andare all’angolo giusto ed è questa l’unica cosa che conta. Nello sport e nella vita.

l’incredibile storia in ascensore di Gustavo Ballas, l’ex-iridato tra Paradiso e Inferno

Si può prendere l’ascensore tante volte nella vita. Ma può succedere anche di premere il tasto sbagliato e di scendere in basso invece che salire in alto. Persino tanto in basso da trovarsi all’Inferno. E da lì è difficile ritornare su. Qualcuno ce la fa, ma molti non riescono nemmeno più a trovare l’ascensore. E rimangono tra le fiamme. Per sempre.
Certamente anche in Italia qualcuno ricorderà il pugile argentino Gustavo Ballas che tra qualche giorno, il 10 Febbraio, compirà sessant’anni. Sì, è proprio lui, il supermosca che negli anni “80 fu campione del mondo e rimase ai vertici internazionali per tre lustri. Lui, che quando combatteva in ogni angolo dell’Argentina, ma soprattutto nell’immenso e mitico Luna Park di Buenos Aires dove solo le “stelle” avevano l’onore di reggere il cartellone, attirava folle immense ed era amato come uno di quei campioni “speciali” che sembrano eterni e incorruttibili come gli dei dell’Olimpo.
Ecco.
Gustavo l’ascensore lo prese tanti anni e tanti anni fa, quando sembrava ospite “fisso” del Paradiso e tutto gli sorrideva. 120 match professionistici in carriera, con 105 vittorie (29 ko), 9 sconfitte e 6 pareggi. Tra il 1976 e il 1990 la media di otto match all’anno, con punte di dodici, perché Gustavo lo chiamavano “Mandrake” per la diabolica abilità nell’evitare i colpi, come una specie di “clone” di Nicolino Loche, “El Intocable” per il quale la gente impazziva e non per i pugni che dava, ma per quelli che non prendeva.
E’ stato dipendente dall’alcol e poi dalla droga per ventisei anni, Ballas. La natura gli ha fortunatamente ragalato un fisico di ferro, altrimenti non sarebbe più con i piedi su questa terra da un pezzo. “Mandrake”, lo racconta lui stesso, si era arreso dapprima alla bottiglia seguendo le cattive compagnie che sempre, come luride sanguisughe, s’attaccano al personaggio di successo e tuttora maledice l’alcol, perché lo ritiene responsabile del successivo passo verso gli stupefacenti. Ricorda ancora la “prima volta” e l’affascinante e ricca signora che gli allungò la “roba” nel suo appartamento, nel periodo in cui tutto sembrava possibile e permesso… Nemmeno sapeva cosa fosse, ma stordito dalle bevute l’accettò.
Il famoso tasto sbagliato. Quello che conduce all’Inferno!
Era campione del mondo. Cominciò in breve ad essere anche un ubriacone e un drogato. “Quando bevi non sai ciò che fai e prendi tutto quello ti offrono e viceversa. T’illudi di dominare queste due bestiacce e invece solo loro a dominare te…”.
Poi, miracolosamente Gustavo ha ritrovato in un folgorante attimo di lucidità l’antico orgoglio del campione che fu. Ha capito che doveva combattere il più duro dei match e in solitudine, lontano dalle ovazioni del Luna Park. “All’inizio è difficile, perché sei abituato a vivere con le schifezze che il tuo corpo richiede-Confessa “el campeon”- Sì, non mentirò, costa un po’. Ma con la volontà e il desiderio si viene fuori. Non ho avuto problemi con la famosa “ricaduta” in 10 o 15 anni. Fortunatamente non mi è successo; non ho mai voluto che succedesse. Nella mia città oggi sono molto rispettato e nessuno mi offre più quei veleni. Quando sei un bambino, è il problema…”.
Gustavo Ballas accusa infatti il mondo dello sport, soprattutto del pugilato, di non preoccuparsi se un ragazzo va a scuola o no, se studia o spreca il suo tempo e per questo non ha una propria palestra come tanti ex-colleghi. “Io avrei al massimo uno o due pugili, perché pretenderei per prima cosa il loro impegno sui libri– Sostiene amaramente- L’ignoranza apre la strada alle tragica fine di tanti atleti, una volta finita la carriera…”.
Da guerriero vero, non cerca alibi, non dà colpe a nessuno e se gli si chiede se gli hanno rubato i soldi manager o tecnici disonesti, alza le spalle affermando di essere l’unico colpevole di avere buttato tutto ciò che la boxe gli aveva dato, in cambio di alcol e droga.
Il lungo viaggio di Ballas è stato lungo, sofferto, pieno di scossoni, ma alla fine il famoso ascensore l’ha riportato lassù, se non in Paradiso almeno in quei paraggi…
Si è messo ad aiutare chi l’aveva aiutato e si autodefinisce uno psicologo da “strada”, perché studiando, copiando, ascoltando e rivoltando in positivo ciò che aveva sofferto in prima persona, adesso spende il suo tempo per un’organizzazione dedita al recupero dei ragazzi finiti male.
“Non c’è gioia più grande di sentire una mamma che ti ringrazia di avere salvato suo figlio-Sottolinea con orgoglio “Mandrake”-E’ una soddisfazione che nemmeno la conquista del campionato del mondo mi ha dato. Oggi raddrizzo le barche altrui, ma ho raddrizzato per prima la mia. Anche economicamente. Quando sono tornato nella mia città di Villa Nueva, vicino a Villa Maria, sono stato costretto a vivere un paio d’anni dai miei suoceri perché non avevo più niente. Oggi ho di nuovo una mia casa, una mia auto e certamente non sono ricco, ma vivo bene”.
A chi gli chiede perché abbia scelto di offrire i suoi giorni all’esistenza del prossimo, risponde che ha sempre amato farlo, sin da quand’era bambino, e ora trova motivo di profonda gioia e appagamento nell’indagare cosa si cela dietro alla vita di ogni drogato, per poi cercare di risolverne i guasti.
Ricorda infine con commozione e tenerezza suo figlio Gustavo, che vive in Cile e  laggiù è stato contattato da una appassionato che fu grande tifoso del papà, il quale gli ha chiesto se poteva metterlo in contatto con lui…Gustavo Ballas nemmeno immaginava di avere qualcuno che lo ricordasse ancora, tanto lontano dal suo Paese. Ma la gioia più inattesa gli è arrivata una sera, mentre stava guardando la televisione con sua moglie. C’era un servizio su Mike Tyson, in quei giorni in Argentina. Un intervistatore domandò ad “Iron Man” quali pugili argentini ammirasse maggiormente e Tyson rispose: “Carlos Monzon e Gustavo Ballas”.  “Come faceva Mike a conoscermi e a ricordarsi di me? Il mio regno è stato effimero e pensavo che tutti parlassero ormai più dell’alcool e della droga che delle mie imprese sul ring…”
Scuote la testa tuttora incredulo, colui che fu un idolo del Luna Park eppoi un prigioniero dell’Inferno.
Ce l’ha fatta. Ha ritrovato l’ascensore e ha premuto il tasto giusto. Ora, da “psicologo di strada”, ogni giorno ascolta il suono del gong e riprende a combattere. Per gli altri…e senza guantoni alle mani.