Vincere, perdere e i “top gun” della tastiera

Vincere e perdere è l’essenza dello sport.

Vincere e perdere è la legge scritta e non scritta a cui, ad altissimo o bassissimo livello, s’inchinano tutti coloro che decidono di competere in qualsiasi disciplina agonistica. Ed è quasi sempre una legge giusta, dura, crudelmente semplice e senza appelli. “Quasi” sempre. Sì, perché talvolta l’imprevedibilità degli eventi, l’intervento di fattori eccezionali o l’inadeguatezza dei giudizi umani rimescolano le carte.

Ma, nella maggior parte dei casi, chi è più bravo, forte, coraggioso e determinato trionfa. L’altro soccombe.

In un tempo nemmeno troppo lontano, i bar, i circoli, gli ombrelloni sulla spiaggia, le panchine dei giardini dei pubblici e qualsiasi luogo dove vi fosse facilità d’aggregazione, erano le “arene” in cui si svolgevano infinite e talvolta incandescenti discussioni tra sportivi che, guardandosi negli occhi e spesso a volume altissimo, valutavano gli eventi sportivi avvenuti o prossimi ad avvenire.

Ora quelle battaglie tra “tuttologi” di sport, spesso caratterizzate da sberleffi, battute e siparietti degni dei migliori interpreti delle “commedie all’italiana”, hanno ceduto il posto alle tastiere dei computer. Inutile perdersi in “ciance”. Questi sono i tempi e questo è il futuro, piaccia o non piaccia.

Vero è che dietro l’anonimato della sedia e dello schermo e persino dei protagonisti delle discussioni, i tasti dei computer diventano molto frequentemente i grilletti di mitragliatrici caricate a parole con cui sparare su chiunque, nella certezza di restare perfettamente incolumi. Una specie di delirio di onnipotenza che consente ad ogni utente, qualora lo voglia, di colpire tutti. Non più “occhi negli occhi” quali amici-nemici ai tavolini del “Caffè dello Sport”, a lanciarsi prese per i fondelli e feroci ironie, al termine delle quali non mancava mai una comune risata liberatrice. No. Talvolta invece tanta maleducazione, ignoranza, supponenza e persino cattiveria. E’ facile per chi è cattivo e poco sa, trovare la propria minuscola e imbarazzante vendetta verso il prossimo, aggredendolo nascosto dietro l’ “ingarbuglio” buio e inestricabile di internet…

Basta un nonnulla a scatenare i “top gun” della tastiera. Un verdetto approvato o non condiviso, un semplice giudizio su una squadra o su un atleta, un commento di una prestazione sportiva non ben accolta dai “serial-killer” di Facebook. Persino le impossibili fantasy-sfide tra campioni di epoche lontane…

Ripeto: questi sono i tempi e questo è il futuro, piaccia o non piaccia.

Ma parlare di prestazioni agonistiche non è come assaltare le mura di Gerusalemme! O non dovrebbe esserlo.

Il rispetto, anzi, il più sincero e dovuto rispetto dovuto a chi si mette in gioco tra le corde di un ring sul quale solo pochissimi hanno il coraggio di salire, è quello di dire la verità. Se non la si dice, infatti, si brucia persino l’eventuale germoglio di un’eventuale rivincita perché lo sconfitto ripeterà gli errori già commessi. Se non la si dice, chi sarebbe bene abbandonasse la scena per tutelare la propria salute e il proprio domani, si rimetterà in gioco rischiando tanto, troppo. Se non la si dice, allora la stessa base della sfida, “vittoria-sconfitta”, perde ogni senso a tanto varrebbe gettare tutto nel dimenticatoio delle cose inutili.

Vincere è un privilegio straordinario, un attimo fuggente da inchiodare per sempre alle pareti della memoria. Perdere, seppure in negativo (ma non sempre!) è la stessa cosa, l’altra faccia della medesima medaglia meritevole di finire affissa nell’esistenza di ogni atleta. Vincere e perdere reclamano spesso l’identico e pesante pedaggio a chi ha il cuore d’affrontare il rischio. Troppo facile, troppo banale, dietro i bugiardi tasti della famosa e maledetta tastiera, lanciare insulti e, peggio, secchiate di zuccheroso e ipocrita buonismo.

“Sei sempre il migliore! Non è successo niente! Tornerai più forte di prima! Ti hanno derubato! Ti hanno imbrogliato! Resti il n°1! Il tuo avversario era dopato! La giuria era corrotta!”…..Ecc.ecc.ecc…

Di queste cose non se ne può più. Dalla gara di bocce al dopolavoro, alla corsa dei sacchi in parrocchia al campionato mondiale dei pesi massimi accompagnano sempre il verdetto finale, in una filastrocca che si conosce ormai a memoria.

Ma almeno bisognerebbe tornare ad una cosa semplice-semplice: riconoscere che uno vince perché è più forte e perde perché è più debole. Tutto qui! Questo è il rispetto che si deve ad un atleta, che di vittoria e sconfitta assaggia il sapore più o meno tante volte nella propria vita ed è il primo a conoscere sempre la verità-vera.

E se il risultato è dubbio? Se qualcosa non ha “quadrato” come si deve? Allora, prepara la rivincita, caro atleta. In solitudine e senza “starnazzamenti” rimetti insieme i cocci, campione o non campione che tu sia. Alla fine, vittoria e sconfitta finiranno per andare all’angolo giusto ed è questa l’unica cosa che conta. Nello sport e nella vita.

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l’incredibile storia in ascensore di Gustavo Ballas, l’ex-iridato tra Paradiso e Inferno

Si può prendere l’ascensore tante volte nella vita. Ma può succedere anche di premere il tasto sbagliato e di scendere in basso invece che salire in alto. Persino tanto in basso da trovarsi all’Inferno. E da lì è difficile ritornare su. Qualcuno ce la fa, ma molti non riescono nemmeno più a trovare l’ascensore. E rimangono tra le fiamme. Per sempre.
Certamente anche in Italia qualcuno ricorderà il pugile argentino Gustavo Ballas che tra qualche giorno, il 10 Febbraio, compirà sessant’anni. Sì, è proprio lui, il supermosca che negli anni “80 fu campione del mondo e rimase ai vertici internazionali per tre lustri. Lui, che quando combatteva in ogni angolo dell’Argentina, ma soprattutto nell’immenso e mitico Luna Park di Buenos Aires dove solo le “stelle” avevano l’onore di reggere il cartellone, attirava folle immense ed era amato come uno di quei campioni “speciali” che sembrano eterni e incorruttibili come gli dei dell’Olimpo.
Ecco.
Gustavo l’ascensore lo prese tanti anni e tanti anni fa, quando sembrava ospite “fisso” del Paradiso e tutto gli sorrideva. 120 match professionistici in carriera, con 105 vittorie (29 ko), 9 sconfitte e 6 pareggi. Tra il 1976 e il 1990 la media di otto match all’anno, con punte di dodici, perché Gustavo lo chiamavano “Mandrake” per la diabolica abilità nell’evitare i colpi, come una specie di “clone” di Nicolino Loche, “El Intocable” per il quale la gente impazziva e non per i pugni che dava, ma per quelli che non prendeva.
E’ stato dipendente dall’alcol e poi dalla droga per ventisei anni, Ballas. La natura gli ha fortunatamente ragalato un fisico di ferro, altrimenti non sarebbe più con i piedi su questa terra da un pezzo. “Mandrake”, lo racconta lui stesso, si era arreso dapprima alla bottiglia seguendo le cattive compagnie che sempre, come luride sanguisughe, s’attaccano al personaggio di successo e tuttora maledice l’alcol, perché lo ritiene responsabile del successivo passo verso gli stupefacenti. Ricorda ancora la “prima volta” e l’affascinante e ricca signora che gli allungò la “roba” nel suo appartamento, nel periodo in cui tutto sembrava possibile e permesso… Nemmeno sapeva cosa fosse, ma stordito dalle bevute l’accettò.
Il famoso tasto sbagliato. Quello che conduce all’Inferno!
Era campione del mondo. Cominciò in breve ad essere anche un ubriacone e un drogato. “Quando bevi non sai ciò che fai e prendi tutto quello ti offrono e viceversa. T’illudi di dominare queste due bestiacce e invece solo loro a dominare te…”.
Poi, miracolosamente Gustavo ha ritrovato in un folgorante attimo di lucidità l’antico orgoglio del campione che fu. Ha capito che doveva combattere il più duro dei match e in solitudine, lontano dalle ovazioni del Luna Park. “All’inizio è difficile, perché sei abituato a vivere con le schifezze che il tuo corpo richiede-Confessa “el campeon”- Sì, non mentirò, costa un po’. Ma con la volontà e il desiderio si viene fuori. Non ho avuto problemi con la famosa “ricaduta” in 10 o 15 anni. Fortunatamente non mi è successo; non ho mai voluto che succedesse. Nella mia città oggi sono molto rispettato e nessuno mi offre più quei veleni. Quando sei un bambino, è il problema…”.
Gustavo Ballas accusa infatti il mondo dello sport, soprattutto del pugilato, di non preoccuparsi se un ragazzo va a scuola o no, se studia o spreca il suo tempo e per questo non ha una propria palestra come tanti ex-colleghi. “Io avrei al massimo uno o due pugili, perché pretenderei per prima cosa il loro impegno sui libri– Sostiene amaramente- L’ignoranza apre la strada alle tragica fine di tanti atleti, una volta finita la carriera…”.
Da guerriero vero, non cerca alibi, non dà colpe a nessuno e se gli si chiede se gli hanno rubato i soldi manager o tecnici disonesti, alza le spalle affermando di essere l’unico colpevole di avere buttato tutto ciò che la boxe gli aveva dato, in cambio di alcol e droga.
Il lungo viaggio di Ballas è stato lungo, sofferto, pieno di scossoni, ma alla fine il famoso ascensore l’ha riportato lassù, se non in Paradiso almeno in quei paraggi…
Si è messo ad aiutare chi l’aveva aiutato e si autodefinisce uno psicologo da “strada”, perché studiando, copiando, ascoltando e rivoltando in positivo ciò che aveva sofferto in prima persona, adesso spende il suo tempo per un’organizzazione dedita al recupero dei ragazzi finiti male.
“Non c’è gioia più grande di sentire una mamma che ti ringrazia di avere salvato suo figlio-Sottolinea con orgoglio “Mandrake”-E’ una soddisfazione che nemmeno la conquista del campionato del mondo mi ha dato. Oggi raddrizzo le barche altrui, ma ho raddrizzato per prima la mia. Anche economicamente. Quando sono tornato nella mia città di Villa Nueva, vicino a Villa Maria, sono stato costretto a vivere un paio d’anni dai miei suoceri perché non avevo più niente. Oggi ho di nuovo una mia casa, una mia auto e certamente non sono ricco, ma vivo bene”.
A chi gli chiede perché abbia scelto di offrire i suoi giorni all’esistenza del prossimo, risponde che ha sempre amato farlo, sin da quand’era bambino, e ora trova motivo di profonda gioia e appagamento nell’indagare cosa si cela dietro alla vita di ogni drogato, per poi cercare di risolverne i guasti.
Ricorda infine con commozione e tenerezza suo figlio Gustavo, che vive in Cile e  laggiù è stato contattato da una appassionato che fu grande tifoso del papà, il quale gli ha chiesto se poteva metterlo in contatto con lui…Gustavo Ballas nemmeno immaginava di avere qualcuno che lo ricordasse ancora, tanto lontano dal suo Paese. Ma la gioia più inattesa gli è arrivata una sera, mentre stava guardando la televisione con sua moglie. C’era un servizio su Mike Tyson, in quei giorni in Argentina. Un intervistatore domandò ad “Iron Man” quali pugili argentini ammirasse maggiormente e Tyson rispose: “Carlos Monzon e Gustavo Ballas”.  “Come faceva Mike a conoscermi e a ricordarsi di me? Il mio regno è stato effimero e pensavo che tutti parlassero ormai più dell’alcool e della droga che delle mie imprese sul ring…”
Scuote la testa tuttora incredulo, colui che fu un idolo del Luna Park eppoi un prigioniero dell’Inferno.
Ce l’ha fatta. Ha ritrovato l’ascensore e ha premuto il tasto giusto. Ora, da “psicologo di strada”, ogni giorno ascolta il suono del gong e riprende a combattere. Per gli altri…e senza guantoni alle mani.

Daniel Leullier se n’é andato, facendo riaffiorare un caro ricordo di oltre mezzo secolo fa…

Un ricordo di tantissimi anni fa…Era la sera del 24 Settembre 1962. Io mi trovavo in auto con mio padre e mia madre esattamente dinanzi all’ingresso principale del palasport di Bologna (allora si poteva ancora!), in piazzale Azzarita, dopo un’affollatissima riunione di pugilato incentrata sul match tra Tommaso Truppi, il medio brindisino imbattuto e allora beniamino di Modena, e colui che ancora si chiamava Juan Carlos Duran. Mio padre fece pochi metri e si fermò, indicando un ragazzone biondo e con il volto segnato dalla recente battaglia, fermo sui gradini di accesso con la sacca in mano. Mia madre disse: “Ma è quello che ha incontrato Mazzinghi?”. In effetti era lui (aveva perso ai punti sopportando l’insopportabile) e sembrava non sapere che fare, mentre il luogo si stava svuotando…Mio padre abbassò il finestrino e gli chiese se aveva bisogno di qualcosa e il ragazzone biondo, allargando le braccia, ci fece capire che l’avevano lasciato a piedi e non sapeva come fare per rientrare in albergo. Allora mio padre l’invitò a salire e lui, tenendosi premuto sul viso un sacchetto con alcuni cubetti di ghiaccio, ci disse il nome dell’hotel, ringraziando con grande trasporto. Attingendo alle mie modeste conoscenze linguistiche da scuola media, riuscii a comunicare e ad interpretarne il nome e l’indirizzo. Fu un percorso di una decina di minuti e non di più…Quando scese strinse le mani a tutti noi con esprimendo sincera gratitudine e ci diede appuntamento alla “proxiéme fois” (alla prossima volta).

Si chiamava Daniel Leullier ed era un coriaceo, orgoglioso, solidissimo “giramondo” che, in quegli anni, affrontò praticamente quasi tutti tra i migliori pesi medi e mediomassimi d’Europa sempre a testa alta e battendosi da vero guerriero.

Basti pensare che nel suo record, tra il 1960 e il 1969, raccogliendo più sconfitte che vittorie (16-36-9; 7 ko), compaiono i nomi di Diallo, Bettini, Santini, Leveque, Mazzinghi, Benvenuti, Ballarin, Gumpert, Lugli, Calhoun, Swift, Folledo, Bogs, Pyaskowy, Prebeg, McCormack, Marklewitz, Jensen e tanti altri ancora (alcuni più volte!). Negli anni in cui combatteva era un trasportatore e per non saltare gli allenamenti aveva persino preso l’abitudine di fermarsi con il suo camion nei parcheggi e sostenere nei dintorni le sedute di footing…Altra gente. Altri pugili.

E’ giunta la notizia, in queste ore, che quel valoroso comprimario, quel pugile “vero” pur non essendo mai stato neppure somigliante ad un campione, se n’è andato. Ha percorso la sua lunga strada dalla natia Amiens attraverso il mondo per ritornare infine da dov’era partito.

Ne hanno dato notizia i suoi figli, che devono essere orgogliosi del loro padre.

Per me resta l’indelebile ricordo di uno dei primi pugili che vidi “da vicino”, con ancora mio babbo e mia mamma accanto.

Buon viaggio, Daniel Leullier. Almeno stavolta meriti la prima pagina.

La Noble Art della boxe? O dell’ “inciucio”?

Andiamo male; siamo alla frutta; non ci sono più soldi; non si trova uno sponsor; i ragazzi non combattono mai; in Nazionale ci vanno solo i raccomandati e ci stanno a vita; la boxe possono farla solo quelli in divisa; in federazione nessuno sa mai niente e non ti rispondono nemmeno al telefono; ai tornei ormai dobbiamo pagarci tutto; nessuno ci considera; le televisioni se ne fregano di noi; i giornali ci mettono solo tra le brevi; gli arbitri danno sempre vinto a quelli di certe società; ormai l’attestato da tecnico lo danno a cani e porci; a vederci vengono quasi sempre solo quattro gatti; la burocrazia è ormai insopportabile; Boxe Ring non arriva mai; cambiano sempre i regolamenti senza chiederci niente; praticare il pugilato è diventato un lusso; alle Olimpiadi, Mondiali ed Europei è stato un disastro; i professionisti sono alla sbando …

Eccetera, eccetera, eccetera…bla-bla-bla…

Una brevissima sintesi di alcune delle frasi che si sentono pronunciare entro pochissimi minuti, quando tecnici, atleti e dirigenti societari di boxe si trovano a discutere del solito argomento: il pugilato!
Tutti sanno che non si tratta di un’esagerazione, ma di una verità sancibile sotto giuramento. Ormai il popolo della boxe potrebbe persino evitare la fatica di aprire bocca. Tanto sempre lì si va a finire…
Poi arrivano le quadriennali elezioni ed esplode il fermento dell’attesa. Vuoi vedere che stavolta, con soltanto una narice fuori dall’acqua, il popolo della boxe squillerà le trombe della riscossa e spalancherà le finestre per cambiare aria?

Calma, calma, calma…

Improvvisamente, colpiti da uno tsunami di camomilla, alcuni rivoluzionari dei precedenti quattro anni con il fumo che usciva dal naso cominciano a fischiettare, a fare finta di nulla, a sostenere che ci devono pensare…Poi vi accorgete che sottobanco hanno promesso il voto a tutti e tre i candidati, se sono come oggi tre, ma altrimenti sarebbero disponibili ad “inciuciare” anche con otto, dodici, venti…L’importante è conquistare un attestato di gratitudine in ogni caso da parte di chi risulterà vincitore, chiunque egli sia.

Però, il massimo dei massimi, è il fatidico “non posso espormi”…

La frase viene sussurrata con gli occhi dilatati che girano attorno, a verificare che non siano agenti della “Spectre” dietro ai classici occhiali scuri e il Borsalino in testa. Ma che c…vuole dire “non posso espormi”? Oh, gente! State parlando di elezioni della Fpi delle quali, in giro per l’Italia, frega solo a voi (e talvolta nemmeno tanto). Nella parte avversa non c’è mica “il cartello di Medellin”, l’Isis o la Yakuza…Si sono alcuni signori, qualcuno pure di una certa età, che non manderanno killer a fare sommaria giustizia, né a rompervi le gambe con la mazza da base-ball, ma che sono semplicemente in cerca di voti, in qualche modo. “Non posso espormi”?…Ai vostri pugili però lo chiedete di esporsi. Cavolo, come lo chiedete! Sul ring, faccia a faccia con un avversario che picchia davvero, giocandosi talvolta i connotati e il futuro! E voi “non potete esporvi” per una cazzata simile? Ma non vi vergognate un pochino? Appena, appena? E se la ritorsione, la terribile vendetta fosse quella di non chiamare un vostro atleta per un “ritirino” ad Assisi, con voi al seguito, cosa cambierebbe? Se il ragazzo valesse, lo chiamerebbero comunque perché servirebbe soprattutto proprio a loro; se non valesse, finirebbe subito un’inutile presa per i fondelli. Pensate forse che facciano un’adunata di tutti i giudici d’Italia per farvi perdere i match? Non diciamo barzellette, per favore…Avete un concetto tanto basso e meschino di coloro che vi governano? Li considerate individui così meschini da vendicarsi su di voi colpendo i ragazzi? Mamma mia, che mondo…

E se fosse così, sareste ugualmente disposti a votarli? Allora avreste deciso di restare schiavi a vita per una semplice e disinteressata passione sportiva, perché sarebbe sempre così, sempre! Se questo è il vostro criterio, sarà uguale anche fra quattro anni, otto, sedici…

Ammesso e non concesso che la vostra paura, i vostri tatticismi, le vostre omertà fossero giustificati da episodi reali, per liberarvi una volta per tutti da chi vi guarda con occhio vendicativo e pieno di sottintesi, avreste due armi gratuite, indolori e alla portata di tutti: un sonoro “vaffa” che non nuoce alla salute ma colpisce meglio di un bazooka eppoi il voto. Ed infine, ad una certa età, certe paure sono ridicole come una signora ottantenne in perizoma.

Volete somigliare anche voi ad un’ottantenne in perizoma?

Una solitudine che non fa sentire soli

Nel silenzio dello spogliatoio prima della sfida
Nella spossatezza quotidiana dell’allenamento
Nelle notte che precede l’ora della verità
Nella disperazione che segue la sconfitta
Nell’esaltazione che accompagna la vittoria
Nello sguardo intenso di chi l’ammira
Nell’occhiata compassionevole di chi non capisce
Nell’incertezza del domani
Nel sempre tormentato sogno fatto di ombre
Nel sussulto del gong che dice “comincia”
Nel sospiro del gong che dice “basta”
Negli applausi e nei fischi di una folla senza memoria
Nel dolore che non conosce chi non l’ha provato
Nella paura e nel coraggio…

Chi sale sul ring è fondamentalmente una persona sola sin da quando decide di scegliere una strada priva di scorciatoie e fatta sempre di continue ed erte salite, estranea a tutto ciò che è logico ma illuminata da una luce che s’accende unicamente per chi la vede con l’irrazionale razionalità del guerriero.
Una persona sola perché, se è vero che si nasce e si muore soli, il pugile ripete la metafora del nascere e del morire ogni volta che indossa i guantoni e scavalca “quelle” corde.
Una solitudine che è amica e compagna di vita, che riempie l’esistenza con il suo non-essere, che parla ed ascolta perché è lì, unicamente per chi combatte.
Una solitudine speciale, fatta per i forti.
Una solitudine che non fa sentire soli.

Un vera, piccola fiaba di boxe…

Una piccola storia di sport. Una di quelle cose accadono un po’ dovunque, ma nessuno ne parla mai se i protagonisti sono portabandiera di discipline “minori” o presunte tali, come in effetti quasi sempre succede. Poi, è sufficiente che in un campo di calcio un giocatore faccia ciò che è normale per qualsiasi altro atleta e si guadagna le prime pagine sui giornali o i titoli d’apertura nelle televisioni. Ma così va il mondo…

Santo Stefano pugilistico a Vicenza. Un match lontano mille chilometri dalle grandi ribalte. Due ragazzi sul ring che si battono con coraggio, lealtà e danno tutto quello di cui sono capaci. Mattia Musacchi, peso piuma ferrarese con i tratti somatici dell’eterno bambino e che nulla ha a che fare con gli stantii stereotipi del pugile povero, proveniente dall’emarginazione e analfabeta…Davanti, un guerriero che sempre si è fatto ammirare ovunque si è esibito. Musacchi sta vincendo e all’ultima ripresa indovina il colpo da manuale, sotto forma di un uppercut al mento che fulmina lo sfortunato avversario. Ma questi non sa neppure cosa significhi la parola “resa” e si rialza…E’ in crisi e sta appeso soltanto ad un orgoglio che meriterebbe un monumento. Uno sguardo che dura un istante tra angolo e Musacchi. Entrambi hanno capito. Il messaggio è chiaro. Il pugile con la faccia da bambino abbassa le mani e comincia a danzare per il ring senza più colpire perché rispetta e comprende il momento del ragazzo che ha davanti. Contro, ma identico a lui. Il pubblico intuisce e applaude. Il gong suona. Il match è finito.

Uno ha vinto e l’altro ha perso. Uno è stato più bravo e l’altro meno. Tutto normale.

E il pubblico però continua ad applaudire…

Una piccola storia di sport come tante altre che la boxe e altre discipline che chiedono il tributo della sofferenza talvolta regala a confermare la propria “nobiltà”.

Mi piace averla raccontata perché è semplice, silenziosa e in punta di piedi come i valori a cui, in questo mondo malato, pochi prestano attenzione.

Una minuscola fiaba dal sapore quasi natalizio, nella quale due giovani con i guantoni alle mani hanno ricordato che spesso, sul ring, basta essere i più bravi e non i più “feroci”. Rispettare e risparmiare può essere un premio migliore che infierire.

Forse per questo le amicizie tra ex avversari di ring durano una vita.

Caro pugilato, ti scrivo una lettera…

Caro pugilato italiano,
oggi ti scrivo perché spero che mi ascolterai. L’atmosfera natalizia favorisce il desiderio di andare alla ricerca delle persone e delle cose che si amano. E il nostro “amore” dura abbondantemente da oltre mezzo secolo, per cui possiamo dirci tutto ciò che ci passa nel cuore fregandocene del mondo intero, dal momento che niente e nessuno può scalfire un legame così duraturo. Ne abbiamo passate talmente tante insieme, che nemmeno un maremoto riuscirebbe ormai a dividerci.

Tu mi hai visto bambino e io ti ho visto grande; tu mi hai sopportato da quando indossavo il grembiulino nero delle elementari e io ti ho sopportato nonostante le innumerevoli notti in bianco per l’adrenalina di immense gioie o il peso di dolorose delusioni. Ma siamo ancora qui…cambiati e tanto, perché il tempo non guarda in faccia a nessuno e non so se adesso sarei ancora in grado di reggere le pazzie che ho fatto per venirti a vedere, per partecipare alla tua vita, per far sì che niente andasse perduto dei tuoi valori profondi di sport che non è solo sport, ma filosofia, arte, pedagogia, musica, danza ed eterna Fiaba con la “F” maiuscola.

Speravo, essendo tu antico e forte come una bronzea statua greca, che rimanessi magnifico come ti avevo conosciuto e che gli anni ti sfiorassero appena, simili ad un venticello che passa e va senza lasciare tracce. E invece sei cambiato pure tu come me, come noi, comuni mortali di carne e ossa. Ai miei capelli bianchi, corrisponde oggi la tua schiena curva; alle mie debolezze, le crepe affiorate sul tuo bronzo; al mio fiato più corto, il tuo muschio incrostato simile a quello di una quercia dalle radici inaridite.
Eppure io e te non vogliamo vivere di soli ricordi e se a volte cedo a questa naturale debolezza dicendo che numerosi tuoi campioni di un tempo erano migliori di quelli attuali, aggiungo subito che molti tuoi campioni di oggi sono migliori di quelli di un tempo. Però ciò non basta, vecchio e amatissimo amico. Non basta…Per non vivere con gli occhi rivolti all’indietro dovresti tornare com’eri. Noi no. Non possiamo. Ma tu sì.

Tu lo puoi perché appunto non sei un comune mortale fatto di carne ed ossa. Punta il dito verso il futuro, mostra a me e a chi ti vuole bene una strada da percorrere per ritrovare la luce del sole e io ti seguirò insieme agli amici di sempre e a quelli nuovi che si aggiungeranno lungo il cammino.
E non venirmi a dire che sei stanco, che non ha più voglia di lottare, che sei troppo carico d’anni!
Queste cose posso dirle io, ma non tu. Non lo sopporto.
Tu non sei vecchio, amico mio! Tu sei antico e quindi prezioso e immortale!
Hai solo bisogno d’incontrare prima o poi restauratori che conoscano il mestiere e con amore e perizia ti rimettano a nuovo com’eri il giorno in cui il primo scultore ti scolpì!
Stringi i denti, urla, piangi, bestemmia il mondo e gli dei, ma tieni duro.

E proprio ora, che Natale è alle porte, voglio regalarti una bellissima notizia: il fondo della tua esistenza è prossimo…il buio più buio è lì, davanti a te.
No, non sono impazzito!
E’ un dono inestimabile che ti preannuncio perché quando ti troverai al culmine del male, sarai come l’infermo che raggiunge 40 di febbre e da quel momento la temperatura comincia a scendere perché la malattia si sta indebolendo.
Gli uomini passano, pugilato mio, ma tu no!
Ed è stata un’impagabile fortuna quella che ti ha riservato il destino di farti trovare ora nelle mani dei più inadeguati guaritori della tua lunghissima esistenza. Essi, nel loro dimenarsi senza costrutto, hanno accelerato l’avvicinarsi del fondo e del buio più nero, oltre il quale vi é però la rinascita.
Proprio come la mitica fenice che bruciava per poi riprendere il volo dalle proprie fiamme alla riconquista del cielo, più forte, vigorosa e splendida di prima.
L’agonia sta per finire, amico pugilato, il patimento lento e umiliante è giunto all’ultima tappa.
Di te si parlerà ancora tra mille anni.
Di chi ti ha fatto male non rimarrà traccia.