La boxe destinata a diventare una morta-viva o una viva-morta?

La Storia, quella con la “S” maiuscola di popoli e civiltà, é fatta di mutamenti continui, a volte lentissimi, a volte invece rapidi e inattesi. Anche la storia minuscola di ogni persona, quella con la “s” minuscola, é così…
Nella gran giostra umana, quindi, tutto cambia.
Sono crollati i grandi imperi; sono tramontati re, capi e condottieri; sono persino stati dimenticati straordinari personaggi della cultura, dello spettacolo, dello sport e dell’economia.
Una sola cosa non cambia mai, almeno tra le Alpi e Lampedusa. Il pugilato! Alla gente gliene frega sempre di meno, però coloro che amano il pigro tran-tran quotidiano ne godono. E’ come per le persone molto anziane abituate a fare pipì ad una determinata ora, a pranzare ad un’altra, a prendere il caffé ad un’altra ancora e ad esercitare l’intimità coniugale solo il sabato sera.
Così da tempi immemorabili, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.
Se qualcuno modificasse tale paralizzata “fotografia”, i vecchi ne rimarrebbero sconvolti e la loro salute ne soffrirebbe.
Quei pochi ancora appassionati alla Nobile Arte (sempre meno Arte e ancor meno Nobile), gemono nel vederla ridotta così come ciascuno può vederla. Da una vita attendono la riscossa, il risveglio, il colpo d’ali e d’orgoglio che la riporteranno in alto. E invece nulla cambia. Pipì, pranzo, caffé e intimità coniugale sono sempre gli stessi e cocciutamente immutabili. Le facce, idem. Inamovibili al centro della piazza e senza cambiamenti, come la statua di Marco Aurelio dinanzi al Campidoglio.
Tra un po’, nella sua ottusa tenacia a restare identica a se stessa, la boxe morirà.

Anzi, non morirà.

Sarà beatamente una morta-viva o una viva-morta. Ci si continuerà ad interrogare se “Sugar” avrebbe battuto Monzon, se Dempesy era migliore di Ali o se Tyson era più potente di Jack Johnson. Come i nonni e bisnonni sulle panchine dei giardinetti che trascorrono l’ora d’aria pomeridiana per stabilire se fossero più tenaci i soldati inglesi o quelli giapponesi e se Mazzini sia stato più o meno utile di Cavour all’unità d’Italia.
Davanti ad uno schermo televisivo acceso su quattro gatti assopiti e che rievoca nelle proprie traballanti immagini le trasmissioni degli albori del tubo catodico, gli appassionati insisteranno a sospirare malinconici rammentando le gesta di Carnera, Loi e Benvenuti.
Poi andranno a dormire, sognando come angioletti la grande svolta del giorno dopo, con la quale tutto si rivitalizzerà, i rami secchi riprenderanno a produrre frutti e il pugilato rivivrà i fasti di Villa Borghese, dello Stadio Comunale di Bologna, di San Siro e del Vigorelli.
Invece niente! L’alba, per la gioia dei sopraddetti amanti del tran-tran, riporterà fresco e congelato come i sofficini Findus il pugilato di sempre. Stesse facce, stesse regole, stesse tristi platee, stesse immagini televisive da fratelli Lumiére, stesse invidie, stesse miserie, stesse banalità, stesse chiacchiere a vuoto, stesse bugie. Stesse rivoluzioni culturali e tecniche rinviate per la milionesima volta alla settimana successiva.
E identici sospiri.
Chi é senza colpa, lanci la prima pietra, se la trova. Ma poi, chi per miracoloso evento la dovesse prendere in fronte (sperando senza danni), si allontani finalmente! Potrebbe esistere anche qualcosa di nuovo al di là della panchina dei giardinetti.

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Nino ha realizzato i sogni degli italiani. Storia di quelle notti magiche…

Ni-no!.. Ni-no!.. Ni-no!
Era la colonna sonora in onore forse del più grande del pugilato italiano, che fece vibrare Palasport e stadi dal 20 Gennaio 1961 a Trieste, dove debuttò come professionista, sino all’8 Maggio 1971 a Montecarlo, dove tutto finì.
Nino Benvenuti era un predestinato. Lo era stato anche alle Olimpiadi di Roma 1960, quando vinse e nessuno si stupì. Pochi mesi di riposo e si lanciò verso un decennio immortale nella storia del pugilato, dello sport e persino del costume nazionale.
Di bell’aspetto, lingua sciolta e modi signorili, aveva già stuoli di ammiratori, ma non erano pochi coloro che lo ritenevano un po’ tenero per il pugilato professionistico.
Combatteva in punta di piedi, leggermente incurvato sulle spalle e in posizione laterale per offrire il minimo bersaglio; aveva uno splendido jab sinistro e la guardia sempre alta, riflessi e tempismo rari. Non amava il corpo al corpo e del suo repertorio, infatti, erano parte integrante mille malizie che metteva in atto, all’occorrenza, con disinvolta eleganza per farle passare inosservate.
Non godeva fama di forte colpitore e ciò sembrava un limite alle sue ambizioni e qualche dubbio serpeggiava anche attorno alle doti di resistenza al dolore.

Dal 1961 al 1963 disputò ben quaranta incontri, vincendoli tutti. Ora saliva sul ring con i capelli più lunghi e sfumati di biondo; sembrava un divo dello schermo e infatti le tifose rivaleggiavano, per numero, con i tifosi.
Bruno Amaduzzi, il suo vulcanico manager bolognese, raccontava di avere capito che sarebbe diventato un grande nel match contro Nic Maric, oscuro e tenace collaudatore jugoslavo. Era il quinto combattimento di Nino e si disputò a Milano il 7 Aprile 1961.
Amaduzzi narrava che Benvenuti alla terza ripresa era completamente cotto e giunse all’ultima solo masticando dolore e orgoglio in quantità industriale, per poi crollare sul lettino degli spogliatoi stravolto dallo sforzo.
“Quella sera ho capito che era un pugile vero” diceva il manager.

Intanto la classe di Nino, supportata dalla follia tecnica e umana dell’allenatore imolese Libero Golinelli, avevano trasformato il sinistro in un’arma letale, con traiettoria a metà tra gancio e montante. In quei primi match, affrontò rivali di crescente difficoltà, tra i quali alcuni che oggi si batterebbero per titoli internazionali importanti.
Isaac Logart, Tony Montano, Gaspar Ortega, Teddy Wright e altri, erano pugili che davano del tu a qualsiasi uomo di graduatoria mondiale.
Fu però il randellatore nicaraguense Luis Gutierrez il primo che lo fece volare al tappeto, il 15 Novembre 1963 a Roma, ponendolo sull’orlo del ko in apertura di match, per poi finirci a sua volta alla 7^ ripresa.
Al ventesimo match divenne anche campione d’Italia dei medi (sì, allora indossare la cintura tricolore era un onore!), mettendo ko all’11^ ripresa il modenese-brindisino Tommaso Truppi, sul ring del PalaEur di Roma l’1marzo del 1963, dopo una sfida complicata.

Il biennio 1964-65 condusse Benvenuti alla definitiva consacrazione e lo trasformò in una star come gli appassionati di oggi neppure possono immaginare. Era dovunque. Sulle prime pagine dei quotidiani e delle riviste di gossip; nelle trasmissioni televisive; nelle pubblicità; nei cinegiornali; nei grandi eventi mondani; nei salotti-bene e nei luoghi alla moda…
Eppure sostenne ventuno combattimenti impegnativi, sconfiggendo rivali di alta quotazione, quali Fabio Bettini, Denny Moyer, un certo Juan Carlos Duran allora ancora argentino, Art Hernandez, Mick Leahy, Rip Randall (poi caduto combattendo in Vietnam), Milo Calhoun. Match sulle dieci riprese che valevano spesso assai più di odierni campionati del mondo.

E arrivò finalmente il 18 Giugno 1965.
L’Italia intera si fermò, con il cuore rivolto allo Stadio di San Siro, a Milano.
Ghelfi contro ghibellini; coppiani contro bartaliani; romani contro barbari; cristiani contro saraceni…
Una rivalità straordinariamente e ferocemente meravigliosa come poche nella storia dello sport italiano. Dopo complicatissime trattative tra Amaduzzi e il promoter meneghino Strumolo, l’imbattuto ciclone di Pontedera, Sandro Mazzinghi, aveva accettato di mettere in palio la cintura Wba-Wbc dei superwelter conquistata nel ‘63 contro Ralph Dupas proprio a Milano e averla difesa contro lo stesso Dupas a Sidney e nell’anno successivo contro Tony Montano e Fortunato Manca, rispettivamente a Genova e a Roma. Nino Benvenuti era sceso di una categoria, ma la sua tribolata vigilia alla bilancia fu nulla in confronto al dramma immane che aveva travolto Sandro.
Mazzinghi si era sposato il 2 Febbraio 1964 con Vera, una ragazza della sua terra; dopo solo dodici giorni di matrimonio, al rientro notturno da una festa a Montecatini, la sua Bmw si schiantò contro un albero e la moglie morì all’istante; Sandro si salvò, riportando però una frattura alla scatola cranica e altri gravi lesioni. Sembrava perduto per la boxe, ma con incredibile coraggio invece tornò e battè Montano e Manca.
Però, quando chiese un rinvio in vista della difficile difesa con Benvenuti per recuperare la condizione psico-fisica al 100%, non gli venne concesso e forse questa fu la scintilla che fece esplodere il mai del tutto sopito astio verso Nino.

Poi, sul ring circondato dai 40.000 di San Siro, andò come andò. Dopo cinque riprese alla morte, con Sandro all’arrembaggio e Benvenuti in difficoltà, ma pur sempre in paziente agguato, a pochi secondi dal termine della sesta, sull’ennesimo spericolato attacco di Sandro, Nino l’incrociò con un letale montante destro alla punta del meno.
Ko!
Un colpo perfetto, diventato forse il più famoso mai lanciato da un pugile italiano.

Nei mesi seguenti il triestino, seppure iridato dei superwelter, si dedicò di nuovo alla categoria dei medi e il 15 Ottobre, a Roma, conquistò la vacante cintura europea davanti all’ormai consueto tutto-esaurito del PalaEur, mettendo ko alla 6^ ripresa il talentuosissimo spagnolo Luis Folledo (se avesse incassato di più, che pugile sarebbe stato!) e non poche sofferenze nelle prime cinque, con un gancio destro devastante. Al dieci dell’arbitro Ike Powell si abbandonò ad inusuali (almeno per lui) scene di tripudio, a conferma che se l’era vista brutta e che le voci di una preparazione non da manuale erano forse giustificate.

Quindi, dopo avere superato facilmente Johnny Torres e James Shelton, ecco la rivincita con l’indomito Sandro Mazzinghi.
Quello del 17 Dicembre 1965 non fu un match pari al primo, dal punto di vista spettacolare, ma fu comunque una battaglia di rara durezza. NIno vinse nuovamente ai punti, ma di strettissima misura, seppure all’unanimità. Decisivi probabilmente un kd subito da Mazzinghi al secondo round e le ultime tre riprese (si combatteva ancora sulle quindici), che Benvenuti si aggiudicò dopo avere subito la veemente rimonta del toscano, il quale non ha mai digerito, neppure oggi, quel verdetto.

Dopo avere battuto Don Fullmer e Clarence James, nonchè il tedesco Jupp Elze per kot al quattordicesimo round in Germania, con l’europeo dei medi in palio, l’immacolato record di Nino perse la verginità!
I promoter sudcoreani gli offrirono la colossale borsa di 45 milioni di lire (allora si acquistava un condominio con tale somma!), per volare a Seoul a difendere le cinture Wba-Wbc dei superwelter contro il beniamino locale Kim-Ki Soo.
Nessuno ha mai visto quel match, se non coloro che erano a bordo-ring e quindi resta in gran parte misterioso. Fatto sta che, probabilmente non molto allenato, Nino perse il primo match della sua vita per split decision (68-74 e 69-72 per Kim Ki-Soo e 72-68 per lui), con la complicità di cartellini discutibili e la misteriosa rottura di una corda, alla penultima ripresa, che permise allo sfidante di rifiatare mentre era in crisi.

Da quel momento, con il manager Amaduzzi convenne di combattere solo tra i medi e puntò decisamente verso il mondiale della categoria, detenuto da Emile Griffith che l’aveva conquistato contro il nigeriano del Biafra, il grande Dick Tiger.
Benvenuti nel frattempo superò il bel francese Di Benedetto nell’ennesima difesa continentale, il duro inglese Harry Scott, il bravo Ferd Hernandez, il mediomassimo brasiliano di Mestre Renato Moraes, líimpresentabile tedesco Manfred Graus, l’insidioso giamaicano Milo Calhoun.

Ed ecco finalmente il magico 17 Aprile 1967.
Seguito al Madison Square Garden di New York da fedelissimi giunti dall’Italia con due aerei speciali e sostenuto da una folla di italo-americani che per fare pronunciare correttamente il ben noto “Nino-Nino”, inalberavano cartelli con la scritta “Neeno-Neeno”, Benvenuti ribaltò, quella sera, il mondo. Atterrò Griffith alla seconda ripresa, ne fu a sua volta più duramente atterrato alla quarta, ma vinse chiaramente e all’unanimità.
Mentre si cingeva i fianchi con le cinture Wba e Wbc dei medi nella baraonda festosa di un ring trasformatosi quasi in una piazzetta italiana nel cuore della Grande Mela, al di qua dell’Atlantico le prime luci dell’alba risuonavano delle grida di giubilo di 18 milioni di connazionali che erano stati incollati alla radio per ascoltare l’ormai mitica telecronaca di Paolo Valenti, alla faccia delle autorità politiche che avevano vietato la diretta televisiva per non distogliere quei poveri cretinotti che eravamo noi, dagli impegni di lavoro e di studio del giorno dopo! Quella notte entrò non solo nella storia del pugilato e dello sport, ma addirittura in quella sociale del Paese. Il ritorno a casa fu memorabile.

Forse solo a certi Capi di Stato e Pontefici furono riservati eguali manifestazioni popolari di ammirazione e di affetto. Ma quasi non ci fu tempo di rifiatare perchè, come da contratto, fu programmata l’immediata rivincita e il 29 settembre Benvenuti e Griffith salirono sul quadrato di un tempio del baseball newyorkese, lo Shea Stadium, con tutti i favori dei pronostici stavolta dalla parte del biondo triestino. Ma entrambi i protagonisti non erano gli stessi del precedente match. Forse meno concentrato Nino, sicuramente più cattivo Griffith, che vinse bene costringendo il campione a soffrire come ben poche altre volte in carriera.

La bella era comunque d’obbligo e programmata per l’inaugurazione del nuovo Madison Square Garden, il 4 marzo 1968, quando Joe Frazier divenne per la prima volta campione del mondo dei massimi battendo Buster Mathis per ko all’undicesimo round.
Nino aveva sostenuto un test di rientro il precedente 19 Gennaio a Roma, contro l’imprevedibile, fragile ma insidiosissimo statunitense Charley Austin, vincendo tra non pochi patimenti. Non c’era quindi molto ottimismo sull’esito del terzo match con Emile. Invece Benvenuti se l’aggiudicò, rompendo il grande equilibrio, mediante il solito gancio sinistro che atterrò il detentore all’undicesima ripresa, facendo pendere meritatamente i cartellini di un soffio e a maggioranza dalla sua parte.

Il trittico con Emile Griffith era chiuso per sempre e il mondiale tornava in Italia.

I successivi match sostenuti da Nino, ormai diventato un monumento vivente, gli portarono due facili vittorie contro gli inconsistenti Akasaka e Jimmy Ramos. Poi volò in Canada e negli Usa dove, rispettivamente il 17 Settembre e il 14 Ottobre del medesimo anno, battè in rivincita e senza esaltare Art Hernandez e pareggiò con l’onesto pugile di Akron, Doyle Baird. Probabilmente fu un primo, timido e sommesso segnale.
Poco dopo, il 14 Dicembre, al Teatro Ariston di Sanremo conservò le cinture iridate battendo chiaramente Don Fullmer, ma subendo un kd.
Si prese un lungo riposo nel 1969, rientrando sul ring solo il 6 Maggio al Madison Square Garden, per affrontare in cambio di una sontuosa borsa colui che era stato un campionissimo dei medi e dei mediomassimi: Dick Tiger, ormai quarantunenne e considerato agli spiccioli della carriera, come infatti fu (si ritirò un anno dopo). Però Nino, forse sottovalutando il tenacissimo vecchio, perse nettamente e finì ancora al tappeto.

Il manager Bruno Amaduzzi, nelle interminabili notti vacanziere di Loiano e dinanzi agli immancabili salami e a file di bottiglie di lambrusco, era sempre meno sorridente riguardo al futuro del proprio campionissimo.
Il 4 Ottobre, al San Paolo di Napoli, si inventò per lui, come sfidante al titolo, il ventunenne Fraser Scott, statunitense di Seattle di scarsissime credenziali e di cortissimo e anonimo futuro, a conferma che stava diventando molto, molto prudente.
Vinse Benvenuti per una frettolosa squalifica alla settima ripresa e non entusiasmò; anzi! Forse perchè, il 22 Novembre al PalaEur di Roma, ad attenderlo cíera il cubano Luis Manuel Rodriguez, sfidante ufficiale, vero fuoriclasse soprattutto tra i welter, dall’incredibile record (103 match, di cui soltanto sette persi), il quale si cimentava già a torso nudo mentre Nino sognava vanamente l’Olimpiaei di Melbourne del 1956!

Più che l’età, era la lunghezza e la durezza della carriera di Rodriguez ad alimentare l’ottimismo. Ma sul ring fu un esaltante semi-dramma, un immenso e finale sospiro di sollievo degli spettatori presenti e di milioni di italiani dinanzi alla TV.
Il cubano non diede un istante di tregua al nostro iridato. Líincalzò e lo bombardò per quasi tutto il match, costringendolo ad inenarrabili sofferenze e solo l’orgoglio e la classe permisero a Nino di sopravvivere e di restare ancora in match, sino all’undicesimo round, quando ormai la sconfitta sembrava materializzarsi di secondo in secondo. Con il volto ricoperto di sangue e le forze al lumicino, Nino Benvenuti estrasse in quella ripresa un capolavoro dalla propria infinita pinacoteca pugilistica e con un gancio sinistro di prima intenzione fece crollare in croce Luis Manuel Rodriguez sino al 10!
Ecco.
Fu proprio quello forse l’ultima immortale pennellata d’arte del triestino e probabilmente molti lo intuirono. L’atto finale di Nino, di colui che era stato considerato in Italia praticamente invincibile per vent’anni, si compì in quel momento, radioso ed esaltante come si addice a chi sta tra le nuvole dell’Olimpo dello sport.

Quattro mesi di riposo non bastarono e il 13 Marzo a Melbourne, in cambio di ben trentamila dollari, Amaduzzi e il campione accettarono le dieci riprese con il modesto statunitense Tom Bethea, appena quindici match sostenuti e reduce da quattro sconfitte consecutive. Doveva essere una tranquilla festa per i nostri emigranti e fu invece un dramma per il campione. Indietro nel punteggio dei giudici, pesantemente al tappeto per un colpo al corpo alla settima ripresa, all’inizio di quella successiva Nino, dolorante ad una mano, abbandonò e tutti le sirene d’allarme sul suo conto suonarono all’unisono.
Comunque, Amaduzzi riuscì a raschiare da quella Waterloo un’astutissima opportunità. Il 23 Maggio seguente, nella croata Umago, a due passi dal luogo dove Nino Benvenuti era nato, Isola d’Istria, riuscì a organizzare l’ennesima difesa delle cinture iridate proprio contro il medesimo mediocre statunitense che (i miracoli avvengono una volta sola!), finì ko all’ottava ripresa con irrisoria facilità.

Il 12 Settembre Nino era di nuovo tra le corde per sconfiggere alla grande, con un kot al decimo round, quel Doyle Baird che l’aveva costretto al pareggio l’anno prima ad Akron.

Poi…poi arrivò la bestia!

Il 7 Novembre, al PalaEur della capitale, per la sfida iridata Carlo Monzon uscì dal tunnel degli spogliatoi e i tifosi capitolini, stipati all’inverosimile, sommersero l’argentino di fischi e insulti. Alto, bello, la pelle ambrata tipica degli indios, lo sfidante sembrava sceso da Marte, assolutamente indifferente a tutto e con occhi carichi di feroce determinazione. In tanti, tacitamente, intuimmo che poteva essere una notte fatale. Non avevamo mai visto Monzon, ma non importava. Non aveva un record trascendentale, ma non importava. I giornali avevano scritto che era lento ed elementare con gli sparring, ma non importava. Uno non poteva avere quella faccia ed essere un bluff, pensammo in molti. Nino era ben preparato, si battè come un leone, sopportò l’insopportabile. ma non bastò. Non era più quello di qualche anno prima. Ad ogni suo sinistro, Monzon rispondeva con due sinistri; ad ogni sua scorrettezza Monzon ribatteva con una scorrettezza peggiore; ad ogni gancio sinistro affondato, Monzon restava indifferente e infieriva con colpi al corpo e al volto che emanavano dolore solo a vederli.
Alla dodicesima ripresa, l’epilogo del dramma.
Nino, ormai sfiancato, si rifugiò al proprio angolo e l’argentino di Santa Fe lo seguì senza fretta, come un boia sul patibolo, poi gli appoggiò il sinistro sul volto quasi a metterlo nella giusta posizione e calò la terribile mannaia, sotto forma di un lungo destro entrato nella storia del pugilato.
Benvenuti cadde a terra con il viso schiacciato sul tappeto eppoi, con eroico stoicismo, cercò di rialzarsi e ci riuscì, aggrappandosi andosi alle corde. Il re era stato sportivamente giustiziato, ma non era rimasto a terra. Era caduto nel miglior modo in cui poteva cadere: rimettendosi in verticale sulle proprie gambe e contro un pugile destinato a diventare uno dei più grandi campioni di tutti i tempi.
Scesero lacrime senza sosta quella notte, sia al palasport che nelle case degli italiani, persino di quelli a cui della boxe non importava nulla. Si chiudevano per sempre ricordi, gioie, esaltazioni, paure e polemiche. Su uníepoca scendeva il sipario e tutti sentimmo, dentro, che la boxe mai più sarebbe ridiventata come era stata con lui. E così purtroppo è accaduto.

Ma, qualcuno dirà, la storia non è ancora finita. È vero.

Visse ancora due momenti che però assomigliarono troppo allora, e ci assomigliano ancora oggi, a una salita verso il Calvario.
Nino Benvenuti ci riprovò di nuovo prima di rassegnarsi alle leggi del tempo e del ring.

Il 17 Marzo 1971, in un match di collaudo a Bologna, si arrese al modesto argentino Josè Chirino, subendo ben due conteggi e l’8 Agosto, allo Stade Louis II di Montecarlo, fu definitivamente frantumato in tre riprese da Carlos Monzon e il suo orgoglioso calcio all’asciugamani lanciato da Bruno Amaduzzi per sottrarlo ad un’inutile punizione, resta l’ultimo fotogramma di una carriera che è cara a chi ama il pugilato, come una diamante, come il più bello dei libri di fiabe dell’infanzia, come il campanile del proprio luogo natale.

Grazie di averci regalato quei giorni di gloria, immenso Nino.

Nino Benvenuti
(26 aprile 1938)
Mondiale superwelter Wba, Wbc 1965-1966.
Mondiale medi Wba, Wbc 1967
Mondiale medi Wba, Wbc 1968-1970.
Record: 82-7-1 (35 ko).

Se aveva peccati da espiare, la nostra boxe ne ha già espiati anche troppi!

Pochi giorni fa…Sito della Fpi. Una foto ufficiale tra tante. Una disadorna palestra quasi deserta. Sul ring due pugili e appese sopra le loro teste la bandiera italiana e quella tedesca. Sembra quasi di udire lo stridio delle loro scarpette sul tappeto e il tonfo dei guantoni rimbombare in quel malinconico vuoto.
Italia-Germania!
Ed é detto tutto…
In altri momenti non troppo lontani, qualsiasi palasport sarebbe esploso di spettatori e d’entusiasmo per tale appuntamento! L’immagine simbolica di un mondo in asfissia che si sta restringendo, essiccando. Un giorno dopo l’altro.
Se ci si abitua al nulla, la fine avanza.
Poi, appena qualche giorno e l’ennesimo organizzatore che abbassa per sempre la saracinesca, stavolta addirittura nella capitale. E ragazzi che abbandonano la canottiera azzurra in cerca di nuove strade, talvolta confidando in complicate opportunità all’estero. Altri che abbandonano semplicemente, nessuno che se ne accorge e amen.
Poche vittorie di modesto valore sia a livello dilettantistico che professionistico e tante sconfitte quando gli appuntamenti sono quelli che contano davvero.
Gli “irriducibili” aggrappati alle fastose immagini televisive che arrivano da oltreconfine, in desolante contrasto con quelle di casa, spesso provenienti da sedi che emanano tristezza e paiono uscite da decrepite telecamere di mezzo secolo fa.
E tanto altro ancora che fa male dovunque, come una grande nuvola nera e carica di pioggia che si diffonde nel cielo, lo oscura e non porta niente di buono.
Tecnici bravi e mediocri, pugili bravi e mediocri, dirigenti bravi e mediocri, arbitri bravi e mediocri. Tutto normale, se non fosse che é la mediocrità a prendere il sopravvento sulla bravura.
E le toppe attaccate alla rinfusa su una camera d’aria che non tiene più, con il solito e stravecchio mastice del clientelismo, del favore all’amico dell’amico dell’amico…I proclami imbevuti di trionfalismo e stonati come una campana crepata, lanciati vanamente nel vento per celare il momento orribile del pugilato italiano. Il peggiore della sua centenaria e gloriosa storia. Senza più campioni e nemmeno sogni.
Ma ormai é impossibile millantare l’impossibile. I palasport deserti e il disinteresse dei media sbattuti in faccia alla gente sono una verità senza veli.
Vivrà ancora la boxe italiana? Ci sarà ancora un domani per lei?
Io ne sono convinto. Ad una condizione: che quando essa avrà bevuto sino all’ultima goccia l’amaro calice di questo presente, getti il bicchiere.
Se aveva peccati da espiare, la nostra boxe, credo che ne abbia già espiati anche troppi!
E’ tempo che torni a vivere.

L’ultimo round di Carnera, l’italiano forte di Sequals

Nessuna paura! Non voglio riscrivere la storia di Primo Carnera. Già tanti l’hanno fatto meglio di quanto potrei fare io. Voglio solo ricordare la breve ed estrema parentesi di cui, ancora ragazzo con il naso appiccicato alla Tv, fui testimone. Comunque, proprio domani ricorre anche l’84^ anniversario di una sua vittoria, il 1° Settembre 1932 a Saint Paul, in Minnesota, nell’Auditorium appena inaugurato e tuttora esistente, Batté il 24enne del luogo Art Lasky, 20 match e una sola sconfitta, del quale sinceramente altro non saprei dire….

Ce lo sentimmo dire tutti o quasi…”Mangia, che diventi grande come Carnera”, “Corri, che diventi forte come Carnera!”. Casualmente, proprio ieri, si parlava di tale incoraggiamento che veniva lanciato ai bimbi della mia e delle precedenti generazioni. Non so perché, ma poco dopo mi sono tornate alla mente remote immagini. Le avevo riposte in un angolo della memoria, sono andate a cercarle e le ho ritrovate.
Sì. Quelle del maggio 1967, quando Primo rientrò in Italia dagli Stati Uniti per combattere l’ultimo round. Ricordavo quel telegiornale in bianco-nero e rivedendolo ho sentito una stretta al cuore. Il portellone dell’aereo che si apre sulla pista di Fiumicino, tantissima gente ai piedi della scaletta, rappresentanti del popolo minuto e personaggi importanti per accogliere Lui, il gigante di Sequals, che aveva deciso quando e come chiudere per sempre il “cerchio”.
Eccolo che si affaccia sorridente, felice, agita la manona come faceva sul ring per salutare i tifosi dei tempi belli. Ma ha gli occhi infossati, il viso scavato, l’elegante abito scuro che ha indossato per l’estrema passerella sembra quasi vuoto. Ha solo sessant’anni e ne dimostra tanti di più. Lo fanno accomodare su una sedia a rotelle e in tanto lo toccano, l’accarezzano però quasi con delicatezza, come se avessero timore d’infrangere un prezioso oggetto di fragile porcellana.
Fece subito ritorno nella sua Sequals, dov’era nato il 25 Ottobre 1906. Così aveva stabilito l’uomo che l’aveva lasciata con le toppe nei pantaloni per trovare, in giro per il mondo, ciò che nessuno avrebbe neppure osato sognare. Si caricò sulle spalle il poco che aveva e il tanto che non aveva e marciò verso il domani, seminando dovunque il nome del paesino natio che oggi é nella storia per le imprese del proprio figlio più grande. In tutti i sensi.
Divenne campione del mondo dei pesi massimi il 29 Giugno 1933 al Madison Square Garden e fu come scendere su Marte, come attraversare l’Atlantico a nuoto, come invertire il giro della Terra. Conobbe gli uomini più potenti e famosi, dai massimi leader politici ai divi dello spettacolo, dalle leggende dello sport ai celebrati rappresentanti dell’arte e della cultura. Eppure fu sempre il campione del popolo, degli indimenticati compaesani tra le dolci colline del Friuli e soprattutto degli emigranti italiani, sbarcati nel Nuovo Mondo con contratti di lavoro incomprensibili e permessi d’ingresso che non sapevano leggere, impossibilitati persino a comunicare tra loro perché abituati a parlare solo nei dialetti locali…Mentre Carnera diventava campione del mondo, anch’essi fecero un passetto in avanti nella considerazione della gente che li ospitava. Erano per lo più gli italiani della manovalanza da poco, ma comiciarono pure ad essere gli italiani “come Primo Carnera”, l’uomo più forte del mondo.
A Primo dissero tanto di bene, ma pure tanto di male, mettendo in dubbio ciò che aveva conquistato con le unghie e con i denti. Quando fu battuto, come in una saga della mitologia greca, ammutolì però tutti. Era passato appena un anno dal trionfo iridato, quando dovette arrendersi a Max Bear per kot all’11° round, ma cadde, si rialzò e ricadde ben 11 volte, con una caviglia fratturata, prima di arrendersi. Fu sconfitto come lui voleva, a testa alta e il cuore gonfio d’orgoglio. Come fanno gli uomini veri. E il mondo capì che pasta era fatto…
In seguito, nella vita gli accaddero tante cose e Primo Carnera vide realizzarsi favole meravigliose. Il benessere per la famiglia, le laurea degli amatissimi figli Umberto e Giovanna Maria avviati a brillanti carriere, la conoscenza di diverse lingue straniere, la capacità acquisita di leggere i classici della Letteratura italiana e Latina, l’indissolubile legame con l’adorata moglie Pina…
Poi, tanti anni dopo, la consapevolezza che l’ultimo rivale era troppo forte per riuscire a batterlo. Un rivale infido e annidato dentro di lui…Alla fine, ecco Primo sulla scaletta dell’aereo a Fiumicino. Se doveva perdere, aveva deciso però di farlo come contro Max Bear. A modo suo. E disputò gli ultimi tre minuti sino allo stremo, sino al 29 Giugno 1967, esattamente lo stesso giorno e lo stesso mese in cui, 34 anni prima, aveva raggiunto la vetta del mondo. Primo Carnera aveva lottato sino a quella data perché fosse chiaro a tutti che se non i suoi muscoli, la sua tempra era sempre quella di allora. Era un buon giorno per morire. Il pezzetto di filo che mancava a chiudere il cerchio io amo pensare che l’abbia aggiunto proprio lui, quando lo ritenne giusto. Eppoi volò tra gli immortali.
Era stato molto amato, aveva onorato il suo paese “piccolo”, Sequals, e quello “grande, l’Italia. Da dov’era partito, lì era tornato, guidato da un amore per la propria terra, immenso come il più immenso degli oceani.
Aveva trasformato la sua ultima ed estrema sconfitta in un lasciapassare verso la leggenda.
Com’é privilegio riservato solo ai grandi uomini.
E Primo lo era.

La vita maledetta della “Hiena” che insegue la speranza: Jorge Rodrigo Barrios

Ha 42 anni la “Hiena”, quel Jorge Rodrigo Barros nato a Tigre, in provincia di Buenos Aires e che già dal nome della propria città natale, ad una trentina di chilometri dalla metropoli, aveva quasi un destino tracciato. Passato professionista nel 1996 come peso superpiuma, divenne in breve tempo un idolo del pubblico argentino, il quale non poteva non ammirare un guerriero come lui, che sul ring gettava una carica agonistica, una fame di vittoria, una resistenza al dolore che andavano quasi oltre i limiti dell’umano sino a rasentare la follia, l’insano piacere di soffrire più di quanto qualsiasi suo tifoso avrebbe mai preteso. In pratica, rimase imbattuto per ben sette anni (a parte una squalifica subita contro tal Domine, che poi mise ko al 2° round due mesi dopo, nel 1997). Ci volle un altro “kamikaze” del ring, l’imbattuto brasiliano Acelino Freitas, campione del mondo Wba/Wbo della categoria con 33 vittorie di cui 30 per ko, a costringerlo alla resa per kot al 12° round all’Arena di Miami nel 2004, mentre il match era in perfetta parità, al culmine di una delle più brutali sfide della storia della boxe; chi non l’avesse mai vista, é caldamente consigliato a farlo.
Poi la “Hiena” riprese il cammino, ma forse tanto di sé era rimasto, fisicamente e psicologicamente, tra le sedici corde della Florida. Batté ancora grandi rivali, s’arrampicò sulla cima del mondo nel 2005 sconfiggendo per la corona Wbo, sempre in Florida, lo statunitense Mike Anchondo per kot alla 4^ ripresa e difese la cintura qualche mese dopo, davanti ai connazionali “afecionados” di Cordoba, fulminando il portoricano Victor Santiago in due round e quindi al 1° round, a Los Angeles nel 2006, il magiaro Janos Nagy.
Poi fu battuto ai punti dal talentuoso dominicano Joan Guzman, il 16 Settembre dello stesso anno a Las Vegas, con una split decision che definire discutibile é poco. Provò ancora a riprendersi la cintura iridata nel frattempo tornata vacante. Erano trascorsi esattamente due anni, ma nella rovente Houston, in Texas, trovò all’angolo opposto quasi la sua fotocopia, il locale guerriero Rocky Juarez che gli impose il kot all’11^ ripresa, quando le sorti del combattimento pendevano comunque di misura e a maggioranza, a suo favore.
Barrios aveva 32 anni. Non molto per la boxe moderna. Ma la sua non era mai stata boxe moderna, bensì una guerra totale condotta con i guantoni alle mani e aveva già speso tanto, tanto…forse troppo. Vinse ancora tre combattimenti, l’ultimo dei quali il 1° ottobre 2010 contro il mancino colombiano Wilson Alcorro, a Corrientes, dove l’Argentina, l’Uruguay e il Paraguay si toccano.
Ma la sua vita era ormai a pezzi…
Jorge Rodrigo Barros, infatti, alle 15.30 del 24 gennaio 2010, a Mar del Plata, aveva provocato la morte della ventenne Yamila Vanesa González, al sesto mese di gravidanza, e il ferimento di altre sei persone in un terribile incidente stradale, provocato dall’altissima velocità con cui viaggiava ma, ad aggravare ulteriormente il tragico evento, la successiva fuga…Presentatosi con un avvocato ad una centrale di Polizia alle 23.00, la “Hiena” venne arrestata per omicidio colposo, lesioni gravissime e omissione di soccorso. Nell’aprile 2012 venne riconosciuto colpevole e condannato a quattro anni di carcere, ma pochi giorni, versando una cauzione di 200.000 pesos (circa 6.000 euro), riacquistò la libertà condizionata. Nell’ottobre 2014, la Cámara de Casación di Buenos Aires ridusse di sei mesi la condanna, però stabilì che Barrios avrebbe dovuto passare almeno i ⅔ della pena tra le sbarrre e così avvenne.
La libertà arrivò nel febbraio 2017.
Il mondo cambia rapidamente oggigiorno e la vita di Rodrigo la “Hiena” era addirittura frantumata, quando si ritrovò di nuovo per le strade di Tigre. La famiglia praticamente non esisteva più e la moglie nemmeno in foto voleva vederlo per tante ragioni e quasi tutte dalla sua parte. Il figlio Mauro aveva cominciato a boxare, ma se l’ammirava e rispettava come pugile, non si può dire altrettanto come padre e come uomo. Forse oggi non ha ancora pace, ma un domani disperso tra fitte nebbie e tanti peccati da scontare.
L’unico momento della vita in cui si é sentito felice e stato quello delle terribili battaglie e delle enormi sofferenze sul ring. Una sola volta é fuggito e ha scelto il momento peggiore per farlo: mentre una ragazza stava morendo sulla strada e tanti feriti le erano accanto.
Pochi giorni fa ha cercato Sergio “Maravilla” Martinez, il campione dei pesi medi che stava crescendo mentre lui stava tramontando. Ora é un promoter e a lui ha chiesto aiuto per tornare lassù, tra le corde.
Ha detto una frase densa di significato, la vecchia “Hiena”: “Nella boxe non c’é mai un’ultima speranza, perché ne esiste sempre un’altra in più”.

Adesso, se “Maravilla” gli offrirà un braccio al quale appoggiarsi, Barrios dovrà sostenere tutte le visite mediche richieste dalla Federazione Argentina e ricevere una deroga, dal momento che sono passati otto anni dal suo ultimo combattimento. Forse gli verrà concesso, dal Consiglio Direttivo, di provarci ancora e dopo, in ogni caso, saranno i medici a stabilire se egli sia o meno in grado di battersi.
Da tempo, Jorge Rodrigo Barrios si prepara presso il Club Argüello Juniors di Córdoba ma, ricorda Roberto Rilo, presidente de la Comisión de Boxeo Profesional, “Una cosa é l’allenamento, ma una cosa molto diversa é salire sul ring”.
Se ci riuscisse, ci sarebbero due Barrios contemporaneamente in attività: Jorge Rodrigo la “Hiena” e Mauro la “Hienita”. Padre e figlio.
Ma non é questo ciò che conta maggiormente, bensì che il feroce, indomito, spericolato guerriero di tanti anni riesca a sconfiggere i propri fantasmi, i propri innumerevoli rimorsi e a ricostruirsi un domani accettabile, proprio ripartendo da quel quadrato intriso di fatica e sofferenze. Il denaro è qualcosa in più, ma poco importante, perché imparagonabile a quello che entrò nelle sue tasche quando lui era “lui”.
Noi ci auguriamo e gli auguriamo che, insieme a “Maravilla”, riesca nell’intento di sentirsi ancora per un po’ pugile, purchè il prezzo da pagare non sia troppo alto e gli faccia voltare pagina.
La vita continua e, come egli ha già ampiamente sperimentato, spesso essa richiede persino più coraggio che attraversare dodici round galleggiando sul dolore.

Ecco. Sarebbe bello se Barrios trovasse finalmente quel coraggio.

Grazie a Don Camillo-Tuiach e a Peppone-Romano: hanno fatto vincere la boxe…

Avevo presentato il match su Boxeringweb, chiamando allegramente i protagonisti Don Camillo-Tuiach e Peppone-Romano. La rivalità politica tra Fabio e Sergio, in vista del match valevole per il titolo italiano dei massimi era, secondo me, curiosa, persino simpatica e per tale motivo l’avevo trattata con leggerezza. La sfida, svoltasi il 15 Luglio a Sequals nell’ambito del 33° “Trofeo Primo Carnera”, si é poi conclusa con la vittoria del triestino ai punti. Ma ciò non é ora molto importante.

Confesso che non ero sicuro che le cose sarebbero andate in maniera perfetta. No, non ne ero sicuro, ma sicurissimo! Conosco entrambi i protagonisti e so che che sono uomini educati, cavallereschi e leali. Valori che li accomuna. Magari le sole cose che li accomuna, assieme al grande amore per la boxe! Poi vedranno il mondo in maniera opposta, ma chi se ne frega? Sul ring ci sono saliti per vincere, hanno combattuto con coraggio e correttezza, alla fine si sono stretti la mano e persino abbracciati. L’uno senza i baffetti alla Hitler e l’altro senza i baffoni allo Stalin.

Perché sono pugili! Pugili veri, nel profondo del cuore…
Dovessero incontrarsi di nuovo, si ripeterebbe il medesimo copione, anche a verdetto invertito.
Perché sono pugili! Pugili veri, nel profondo del cuore…

Da spettatore televisivo dell’evento, sono stato felice di non avere sbagliato, prevedendo un combattimento del tutto tranquillo e normale. Ma poche ore dopo, ho letto su due importanti testate giornalistiche notizie sconvolgenti. O meglio, più che sconvolgenti direi “maligne”…

-L’Italia neo fascista che sale sul ring gridando “A noi!”- E’ stato titolato. Considerando quanto di disgustoso si é verificato tra le sedici corde di casa nostra in tempi recenti e preoccupato del buon funzionamento dei miei neuroni, poiché non avevo visto niente di anomalo durante la diretta e neppure udito alcun rilievo da parte del sempre attento telecronista Fabio Panchetti, ho atteso qualche giorno e ho cominciato a fare telefonate “indagative” a persone che erano a bordo ring (tra i presenti, pure Nino Benvenuti e Patrizio Oliva). In sintesi, tra i tanti, il Presidente del Comitato Friuli Venezia Giulia della Fpi, Alessandro Zuliani e il popolare ring announcer Mimmo Zambara hanno confermato che tanto Tuiach quanto Romano non hanno dato vita ad alcuna inopportuna e sconsiderata manifestazione politica, che il comportamento del pubblico è risultato esemplare senza braccia tese o pugni chiusi, che prima, durante e dopo il combattimento tutto si é dipanato nella massima tranquillità e soprattutto, la stessa Commissaria di Riunione Fpi, sig.ra Monica Piazza (consorte di Paolo Vidoz), non ha mosso il benché minimo rilievo nella propria relazione…

Insomma, Don Camillo e Peppone hanno strabattuto il giornalismo che ama la “zizzania” e che probabilmente neppure ha visto l’incontro, per 10 a 0! Che bello sarebbe se i giornali che scrivono di pugilato soltanto quando accade una disgrazia o una rissa demente o un atto criminale del “pugile” che spesso mai ha indossato i guantoni, avessero la saggezza di avvicinarsi al microcosmo della boxe, di conoscerne i protagonisti e soltanto “dopo” di scriverne. Accusare di razzismo e di altre vergognose nefandezze Fabio é una forzatura che rasenta il ridicolo e offende non solo lui, i suoi famigliari, amici e datori di lavoro, ma anche lo stesso Sergio Romano, che non dubito avrebbe abbandonato il ring se si fosse trovato coinvolto in una sfida dai risvolti deliranti! Eppure si é praticamente auspicato il ritiro della cintura tricolore a Tuiach e la sua squalifica, come se fosse un delinquente da strada, un reietto da allontanare dallo sport e dalla vita civile!

La boxe, la povera boxe col fiato corto e bistratta da tanti anni, nella quale molti lanciano la lenza per pescare fango, invece ancora una volta ha dato lezione. Soprattutto per merito dei pugili, non é una novità, che molto difficilmente la tradiscono. Sì, ha dato lezione! Si potrebbero scrivere mille pagine su come lo sport, ma per primo proprio il pugilato, abbiano offerto nei secoli esempio di cavalleria e rispetto, al di là delle religioni, dei credi politici, del colore della pelle…

Ma forse é tempo perso, il mio, perché si può convincere solo chi é in buona fede.

Ai miei due amici, Don Camillo-FabioTuiach e Peppone-Sergio Romano, dico grazie (e credo di non essere il solo) per essere stati a Sequals semplicemente quello che sono: persone perbene! Scommetto che anche Primo Carnera ne sarà rimasto contento.

Il resto é un venticello fastidioso che già si sta perdendo tra le colline friulane.

Cinquantatré anni fa…la grandezza della boxe italiana non dal clou, ma dal contorno!

Un paio di giorni fa, senza che molti se ne ricordassero, sono trascorsi esattamente 53 anni da un’incredibile notte milanese, in cui il pugilato italiano era ancora sulle prime pagine dei giornali, nelle aperture dei Telesport e soprattutto nelle chiacchiera della gente, persino di quelle a cui della boxe non importava tantissimo. Era il bollente 18 Giugno 1965 e il sottoscritto non aveva potuto andare a Milano, perché eravamo agli ultimissimi e fatali giorni dell’anno scolastico…Nell’aria, quel mattino, si percepiva l’elettricità buona e bella che sempre precede i grandi eventi sportivi. Agli italiani, da sempre “guelfi e ghibellini” anche se si tratta si scegliere la pizza, le more o le bionde, il mare o la montagna, ecc. faceva alzare la pressione il match che di lì a poche ore avrebbe visto di fronte, nello stadio di S.Siro, Sandro Mazzinghi, il guerriero “toscanaccio” di Cascine di Buti, campione del mondo Wba-Wbc dei superwelter, e lo sfidante, il “divino” dei salotti buoni dallo stile elegantemente “chirurgico”, il beniamino del mondo dello spettacolo, il predestinato alla gloria sin da quand’era ragazzino, Nino Benvenuti.

I Bartali e Coppi dell’epoca, con i guantoni alle mani anziché la sella della bici sotto al sedere! Chi non c’era non può nemmeno immaginare…Chi non c’era forse neppure può credere che, in quei giorni a cavallo dell’estate, si parlasse del “cuor di leone” e del profugo istriano dei tempi di sangue, più che di tutto il resto. Invece era proprio così.

Non voglio scrivere del match, del risultato, di tutto ciò che lo precedette e lo seguì, di una rivalità che divise per sempre i protagonisti. Sì, vinse Nino per ko al 5° round e l’immagine del sensazionale uppercut destro che pose fine ad un match sino a quel momento equilibratissimo e drammatico è ormai tra le leggende della boxe. Ma sia Nino che Sandro avevano ancora tanta storia davanti e la percorsero stupendamente.

Voglio invece soltanto ricordare i match che, tra le zanzare e la lieve foschia degli spalti meneghini, fecero da cornice al clou. Simboleggiano abbastanza chiaramente che cos’era la boxe verde-bianco-rossa di quell’epoca, sia in termini quantitativi che qualitativi, ma soprattutto nel tessuto sociale del paese.

Ecco chi vi combatté e come finirono gli incontri:

Camp. Europeo dei Leggeri:
Franco Brondi b. Kid Tano (Spagna) kot 11°r.

Camp. Italiano dei Mediomassimi:
Vittorio Saraudi b. Benito Michelon kot 9°r.

Welter:
Carmelo Bossi b. Alfredo Parmeggiani ai p. 10r.

Medi:
Carlo Duran b. Fabio Bettini ai p. 10r.

Piuma:
Carmelo Coscia b. Gabriele Ceccangeli ai p. 8r.

Questa era la boxe, questo il livello, questo il pubblico. Di cosa stiamo parlando? Di una decadenza che, rapidamente e senza freni, ha fatto scivolare il nostro pugilato in fondo alla scala.

Peccato…Era così bello!