Cari pugili, talvolta ci vuole tanto coraggio a dire “basta”

Ci sono circostanze in cui lo sport immalinconosce e ciò risulta “stonato”, perché esso è il simbolo universale del vigore, della giovinezza, dei sogni, della gioia, della voglia di vivere. Qualsiasi competizione agonistica esalta, delude, spaventa, però il cuore non palpita quasi mai invano e il ricordo dei protagonisti s‘incolla nella memoria della gente in maniera positiva perché quando le passioni si sono annacquate nel tempo, la vittoria e la sconfitta le si considera le facce della medesima medaglia.
Ma talvolta le discipline agonistiche alimentano disagio e negatività in chi vi assiste. Soprattutto quando un atleta tramonta e le circostanze e il tempo non adornano il suo tramonto con i colori caldi e intensi del sole all’orizzonte, ma l’avvolgono in una malinconica, cupa e crescente nebbia che prelude al buio, ad un silenzio che fa quasi paura.
Non c’è atleta, non c’è campione, non c’è neppure il più modesto interprete dello sport che non abbia pensato al fatidico giorno che conclude un’esistenza per avviarne un’altra “normale”. E molti si preparano per tempo e con dolore a quell’evento; affinché il saluto avvenga al momento opportuno e un passo prima del dovuto, in modo che non somigli ad un addio obbligato; ad una fatale condanna del destino; ad una resa senza rivincita.

Altri invece non vogliono arrendersi mai e per mille ragioni personali o sociali accettano di trascinarsi sui piccoli palcoscenici delle periferie a recitare da patetiche comparse, sotto gli sguardi imbarazzanti e imbarazzati di chi un giorno li ammirò come protagonisti.

Nel pugilato, per la natura stessa dello “sport-non solo-sport”, tutto diventa ancora più duro dal momento che il ring non offre scogli a cui aggrapparsi dopo il naufragio né scorciatoie per rendere meno faticoso il cammino. Il ring non guarda in faccia a nessuno e colui che vi sale quando non dovrebbe più farlo paga più di ogni altro atleta al mondo, in termini morali e fisici.
Tra l’ieri, quando non si veniva colpiti e l’oggi in cui si viene colpiti, passa un battito di ciglia; un centimetro tra la gioia e il dolore, un breve lampo tra la vittoria e la durezza del tappeto.
Troppi ne abbiamo visti, troppi ne vediamo e, temo, troppi ne vedremo. Giovani diventati vecchi per battersi ancora, campioni incapaci di rientrare tra i comuni mortali, pugili senza infamia e senza lode con le spalle ormai troppo cariche di sacrifici e sofferenze, votati ad una specie di ostinata autodistruzione.
E’ in queste circostanze che quasi sempre la boxe presenta un conto esagerato. E’ in queste circostanze che chi ama quel giovane, precocemente anziano per l’agonismo, deve farsi ascoltare vincendo l’imbarazzo che molto spesso la verità porta con sé.
La moglie, l’amico, il maestro, la compagna, i famigliari, il medico e chiunque abbia voce per essere ascoltato deve farsi coraggio e dirgli che bisogna voltare pagina, perché chi sul ring si trascina oltre i limiti fa male a tutti. Soprattutto a sé.
Un vecchio allenatore, tanti anni fa, mi disse: “Un pugile porta sempre con sé due sacchi. Uno pieno delle sue fatiche, degli allenamenti, dei sacrifici; l’altro pieno solo di se stesso. Quando il primo é vuoto bisogna dire “basta”, perché altrimenti deve spendere se stesso e non va bene”.
Ecco.
Carissimi pugili, date tutto, ma solo del primo del sacco. Il secondo vi dovrà servire per i tanti anni che ancora vi attendono…

Annunci

Se la nave affonda non é colpa dei gabbiani!

Credevo che scoppiassero sommosse, dopo l’eliminazione dell’Italia (Italia?…Diciamo Italietta) dai Mondiali di Calcio. Invece, per fortuna, niente! Neppure la più grande tragedia che potesse attraversare la penisola pallonara dalle Alpi a Lampedusa ha smosso il popolo, talmente abbacchiato, disormonato, sconsolato, depresso e scoglionato da anni e anni di sfiga, che nemmeno le scarponate e le corsette asfittiche dei nostri molto “ventilati” campioni l’hanno fatto incazzare…Ai tempi che furono, quando i problemi esistenziali erano minori e la gente poteva permetterselo, per una leggendaria staffetta Rivera-Mazzola in Messico nel 1970, in occasione di Brasile-Italia 4 a 1, per poco non scoppiava la rivoluzione! Altre epoche, altro mondo, incubi diversi.

Così, tra gli imbarazzanti e immotivati fischi di San Siro all’inno della Svezia e l’ennesima figura, della compagine azzurra, da vecchia zitella ad un concorso di miss universo, la miliardaria squadra se n’è andata via alla chetichella, tra i sorrisi di compatimento degli scandinavi che, se avessero voluto e saputo farlo, avrebbero potuto salutarci con una pernacchia lungo un quarto d’ora.

Così, con la squallida sconfitta della disciplina dai tanti zeri in banca ma soprattutto in campo, in un certo senso il bluff è finito. Adesso non solo l’Atletica Leggera di Livio Berruti, Sara Simeoni e Pietro Mennea piange sul nulla in cui è piombata o il Tennis di Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta o il Pugilato di Primo Carnera, Nino Benvenuti e Duilio Loi, ma tanti altri sport che furono immensi e ora sono ai minimi termini, come superbe querce trasformate in bonsai. E le rare eccezioni rendono ancora più evidente il drammatico volo dei più nel precipizio.

E’ lo sport nella sua interezza che è in ginocchio. Quello esaltante dei campioni e quello giocoso dei bambini, quello tenace degli anziani e quello ostinato delle donne. E non si venga a dire che in fin dei conti ci sono altre cose ben più importanti…Da sempre, sin dalla notte dei tempi, l’attività agonistica e quella semplicemente ludica ha occupato una parte fondamentale in ogni civiltà, per ragioni sociali, educative, formative e soprattutto culturali e politiche.

Da sempre.

Se così è stato ed è tuttora, non è per superficialità e infantilismo! Se n’è parlato un’infinità di volte ed è inutile ripeterlo ancora. Molto semplicemente e sintetizzando al massimo, l’essere umano è fatto così e lo sport, in qualsiasi modo e a qualsiasi livello venga praticato, è radicato in maniera indissolubile con parti profonde e fondamentali del nostro corpo e della nostra anima. Dalla gara di bocce in spiaggia alla grande finale olimpica.

E’ per questo che se le cose vanno male, anzi malissimo, non si può banalizzare il disastro dicendo che in fin dei conti ci sono cose più importanti a cui pensare. Sarà pure vero, ma anche questa è importante! E’ il semplice e desolante specchio di tanti altri mali, di tanta crescente decadenza. E soprattutto, non si punti il dito esclusivamente su coloro che nei campi, sulle piste o tra le corde di un ring ci mettono la faccia! Avranno certamente le loro responsabilità, ma tante, tante, tante di più sono le responsabilità di chi ha il timone in mano. Più alta è la carica e maggiori sono i meriti e i demeriti perché, gira e rigira, la nave va a sbattere per colpa di Schettino e non dei marinai! Se uno non ha gli attributi per reggere le pressioni derivanti, se ne stia a casa a guardare la Tv! Facile fare passerelle accanto ai vincitori per tenersene lontano quando perdono! Le federazioni sportive, più obsolete e clientelari entità di piccoli e grandi interessi che di intenti sociali e agonistici, stanno sprofondando una dopo l’altra come foglie autunnali nelle pozzanghere di pioggia. Pateticamente incollati alle poltrone, i comandanti dei vascelli e i loro sottufficiali incolpano tutto e tutti, assolvendo soltanto se stessi. Ma non è il tempo né il mare, non è la malasorte né il colore delle vele, non è l’indisciplina del singolo marinaio o il volo dei gabbiani a fare affondare la nave. E’ l’inadeguatezza di chi dovrebbe dare gli ordini e coordinare l’equipaggio, scegliendo la rotta giusta verso il porto. Un tempo, come ben si sa, il comandante che aveva errato affondava insieme al suo veliero. Per fortuna oggi ci si accontenterebbe che si ritirasse in terra ferma e si dedicasse all’orto. Ma non è così. E mentre egli continua a maledire il mondo crudele sulla tolda della nave insieme ai suoi graduati, la burrasca prende il sopravvento e la tragedia incombe…

Per il pugilato italiano, una medicina d’avanguardia o un brodino caldo?

Domanda: se il medico al capezzale di un malato grave s’ostinasse a ritenere che questi sia affetto da un banale raffreddore, potrebbe mai guarirlo? E migliorerebbe la situazione se ripetesse a famigliari ed amici che tutto va per il meglio? Certamente no. Anzi! La paradossale metafora riporta un po’ al pugilato italiano di questi infausti tempi in cui, a chiacchiere, si stanno facendo “grandi cose” ma intanto il povero infermo sta tirando le cuoia. E il millantato farmaco “bla-bla-bla” produce solo una fastidiosa orticaria.

In tale circostanza, il meglio che si può fare è ragionare su dati che, avendo il pregio di essere espressi in numeri, al contrario delle parole sono difficili da mettere nel frullatore per renderli indistinti e confusi e farli bere facilmente alla gente.

Partiamo da una constatazione assodata: chi conosce la storia della boxe italiana, essendosi informato su pubblicazioni e articoli usciti dalle origini a oggi, è consapevole che la parola “crisi” da sempre accompagna la nostra Noble Art, tanto che viene legittimo domandarsi quale mai sia stata la sua età d’oro, considerando che ogni scrittore e giornalista rimanda sempre alle precedenti. Però, se uno qualsiasi di “quegli anni” fosse il 2017, in ogni palestra d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, sarebbe un esplodere gioioso di mortaretti a festa e i corridoi federali di viale Tiziano in Roma assomiglierebbero a Copacabana durante il Carnevale di Rio. Ma dal dolersi per le stagioni difficili che caratterizzano ciascuna disciplina sportiva nel proprio altalenante procedere, al trovarsi aggrappati ad un filo d’erba mentre sotto c’è il precipizio, ce ne corre… Se si parlava di crisi persino negli anni Sessanta, quando numerose medaglie olimpiche si mischiavano a tantissimi titoli professionistici mondiali ed europei, oggi ci sarebbe da cadere in depressione.

Ma torniamo ai numeri, per evidenziare come da qualche anno i risultati del pugilato verde-bianco-rosso non siano più rappresentabili sotto forma di un grafico ascendente e discendente, secondo la realtà del momento, ma da una linea che precipita verso il basso in maniera impressionante. Prendiamo in esame gli ultimi dieci anni, partendo dalle due massime manifestazioni dilettantistiche: Mondiali e Olimpiadi, cioè quelle che “producono” benefit in tutti i sensi, mediaticamente ed economicamente.

Questo è accaduto:

Mondiali di Chicago 2007: 4 medaglie (2 ori; 1 argento; 1 bronzo)

Olimpiadi di Pechino 2008:3 medaglie (1 oro; 1 argento; 1 bronzo)

Mondiali di Milano 2009: 2 medaglie (2 ori)

Mondiali di Baku 2011: 2 medaglie (2 bronzi)

Olimpiadi di Londra 2012: 3 medaglie (2 argenti; 1 bronzo)

Mondiali di Almaty 2013: 3 medaglie (1 oro; 2 bronzi)

Mondiali di Doha 2015: 0 medaglie

Olimpiadi di Rio 2016: 0 medaglie

Mondiali di Amburgo 2017: 0 medaglie

Negli ultimi anni, quindi, l’Italia in canottiera azzurra è rimasta estranea al podio iridato e olimpico. Eppure specialmente nel periodo 2007-2009 sembrava che il barometro del tempo segnasse sereno “costante”, tra vittorie, medaglie e persino il tributo ufficiale dell’Aiba agli organizzatori dei Mondiali di Milano, quale migliore edizione mai realizzata. Poi, non una flessione per un cambio generazionale ampiamente prevedibile (ma non da tutti, evidentemente…) e reso oltremodo difficile perché non avviato nei tempi e nei modi dovuti; non una “crisetta”,bensì…un crollo.Tra le discipline sportive più importanti e medagliate, la magrissima consolazione di essere sottobraccio all’Atletica Leggera. Ma “il mal comune” non porta niente, se non ad un’agonia senza speranza. E se quando sul ring i pugili vincono, dirigenti e tecnici sono legittimamente rapidissimi ad affiancarli nel trionfo, altrettanto devono esserlo, con coerenza, ad affiancarli nella disfatta, perché “tonfi” di queste dimensioni hanno sempre responsabili di vertice ai quali vanno attribuite le responsabilità per strategie, progettualità e politiche palesemente sbagliate, altrimenti il domani non potrà essere che peggiore dell’oggi. Lo “scaricabarile” dirigenziale identifica in chi “sta sotto e di fianco” i colpevoli (atleti, tecnici e dirigenti “malvisti”) per giustificare un’auto-assoluzione che lascia tutto come prima, salvando le poltrone e affossando la boxe.

Comunque, vale anche la pena ricordare che la positiva parentesi in campo dilettantistico nel periodo sopra citato, la quale aveva fatto sperare in un rilancio pugilistico nazionale, è coincisa con un contemporaneo “colpo di reni” del professionismo, a conferma una volta in più che non esistono due pugilati ma uno solo, sia nella buona che nella cattiva sorte. Non è qui il caso di dibattere se la Lega Pro Boxe, nata nell’Ottobre 2010 a seguito della “follia” dell’Aiba d’imporre la cacciata del pugilato a torso nudo dalle federazioni nazionali (salvo rimangiarsi tutto con contorsioni al limite della decenza…), sia stata fonte di ogni male o di ogni bene. Anche in questo caso è meglio affidarsi ai numeri, ai dati certi e incontestabili in seguito a cui ciascuno farà le proprie valutazioni. Mentre l’Aiba stava già meditando su come consentire al “diavolo” professionistico, trattato poco prima quasi da “malato contagioso”, di partecipare addirittura alle Olimpiadi e su come creare un proprio settore per i “prize-fighters”, in Italia è accaduto quanto riportato di seguito.

Si é preso in considerazione il periodo compreso tra il 1° Gennaio 2009 e il 30 Settembre 2017, includendo quindi due quadrienni olimpici (2009/12 e 2013/16), oltre alla prima parte dell’attuale quadriennio (2017/20). In sintesi, un totale di 105 mesi.

Ebbene, dal 1° Luglio 2011 al 31 Dicembre 2016, vale a dire nei 66 mesi in cui il professionismo è stato affidato dalla Fpi alla gestione della Lega Pro Boxe, si sono disputati in Italia i seguenti incontri titolati:

Campionati italiani: 124 (3 femminili)

Campionati Europei: 38 (7 femminili)

Campionati Unione Europea: 39

Campionati Mondiali: 5 (4 femminili)

Campionati Internazionali: 62

In totale: 268 incontri titolati in 66 mesi, con una media di 4,06 titoli al mese.

Nei restanti 39 mesi, sotto la guida diretta della Fpi, pertanto nel periodo PRECEDENTE e SUCCESSIVO alla gestione diretta della Lega Pro Boxe, i numeri sono stati i seguenti:

Campionati italiani: 55 (1 femminile)

Campionati Europei: 4

Campionati Unione Europea: 10

Campionati Mondiali: 3 (2 femminili)

Campionati Internazionali: 36

Totale: 108 incontri titolati in 39 mesi, con una media di 2,77 titoli al mese.

Poiché è evidente che non si possono paragonare i numeri dei match disputati sull’arco di 66 mesi (Lega Pro Boxe) rispetto a quelli svolti in 39 mesi sotto l’egida diretta della Fpi, appare molto più equo fare riferimento alle percentuali medie mensili dei combattimenti titolati allestiti in Italia, per verificare il forte ridimensionamento dell’attività da un periodo all’altro:

Campionati italiani: (Lega Pro Boxe + 33% rispetto alla Fpi)

Campionati Europei: (Lega Pro Boxe + 461% rispetto alla Fpi)

Campionati Unione Europea: (Lega Pro Boxe + 130% rispetto alla Fpi)

Campionati Mondiali: (percentuali identiche)

Campionati Internazionali: (percentuali identiche)

Per capire meglio l’andamento quantitativo e qualitativo dei combattimenti, emerge che nel periodo della Lega Pro Boxe si sono svolti in Italia mediamente 5 campionati italiani in più all’anno; 4 campionati UE in più all’anno e soprattutto 6 campionati europei in più all’anno. E’ proprio a livello continentale infatti che in quel periodo il pugilato tricolore non solo è stato in grado di competere, ma anche di ottenere brillanti risultati con le affermazioni di Bundu, Boschiero, Marsili, Di Rocco, Gianluca Branco e del tuttora detentore Blandamura, nel settore maschile; di Simona Galassi, Loredana Piazza, Vissia Trovato e Valeria Imbrogno, nel settore femminile.

La situazione pugilistica italiana non è mai stata così precaria, incerta, priva di prospettive e di risultati come oggi. Se la strategia è quella di sopravvivere all’interno di un minuscolo bunker in cui, per andare anche solo in qualche piccola emittente Tv si deve pagare e per raccogliere sparuti spettatori attorno al ring si vendono “lucciole per lanterne”, allora tutto va bene. Può essere una scelta persino comprensibile, all’insegna del “si salvi chi può”. Ma se il progetto è invece quello di tentare il rilancio della Nobile Arte italiana, allora moltissime cose non vanno. E’ un mondo intero che deve cambiare; e deve cambiare soprattutto per idee, competenze, strategie, cultura, ma pure per nomi e facce.

O tutto resterà come oggi…se andrà bene. Un passo ancora in avanti e c’è infatti il precipizio.

Tra sogno e realtà, dove la boxe é ancora boxe…

Astana, capitale dell’immenso e lontano Kazakistan. Qualche giorno fa, l’intima meraviglia di stupirmi ancora per la boxe, dopo tanti e tanti anni. E chi se ne frega per i patimenti di un viaggio scombinato, dell’ansia di trovarmi solo, di notte in un aeroporto con quattro gatti, impossibilitato a comunicare con chiunque e senza sapere dove andare? Poi in qualche modo tutto si risolve e qualche ora dopo ecco il momento del peso. Mi chiedo se sto sognando, scaricandomi dalle spalle stanchezza e fuso orario.
Vedo centinaia di persone, accalcate al centro di un grande impianto in cemento a forma della tradizionale tenda circolare mongola, infiammarsi per la comparsa non di campioni ma di ragazzi alle prime armi, invocarne il nome e richiedere foto e autografi, mentre decine e decine di poliziotti cercano di contenere l’entusiasmo.

E quando sulla bilancia salgono Brandon Cook e Kanad Islam, pare la fine del mondo…Un boato di guerra s’alza da quella gente che sino a non molti anni fa percorreva in un lungo e in largo la steppa deserta, vivendo di forza, coraggio e di consuetudine con la sofferenza. Intanto sui mega schermi l’immagine di Kanad, idolo di casa, presentata come quella di un guerriero tra i guerrieri, figlio di una storia lunga e misteriosa. Quando i due rivali si puntano gli occhi negli occhi, sono a due spanne da loro e viene pure a me il batticuore. Mi domando per la millesima volta quale cuore d’acciaio debbano avere i pugili “veri”. Il biondo canadese non batte ciglia ma oscilla nervosamente sulle gambe. Le pupille di Islam, immobile invece come una statua, sembrano spade di fuoco che fuoriescono dai suoi occhi a mandorla e si conficcano nel cervello del rivale, incrudelite da un lievissimo sorriso che lo fanno somigliare ad una tigre pronta all’attacco. Fa paura, paura davvero…

E la sera seguente, alle 17 (un’ora prima dell’inizio della manifestazione), persino le vie limitrofe all’immenso e nuovissimo velodromo al coperto in cui si svolgerà la manifestazione sono tutte piene…All’interno, tra controlli di sicurezza affidati ad un numero indecifrabile di militari, con lo sguardo puntato alle gradinate stipate di rumorosissimi appassionati penso che neppure ai tempi del ritorno in Italia di Nino Benvenuti dopo la trionfale notte del Madison Square Garden avevo mai visto nulla di simile. Ogni incontro di contorno, anche quelli più improponibili per l’infimo livello di rivali raccattati chissà dove, gode del più totale gradimento del pubblico e qualsiasi avversario cada dinanzi ad un kazako è ragione di esaltazione e di unanime festa tribale.

Poi il clou tra Kanad Islam e Brandon Cook. Una battaglia da film. Una sfida senza “se” e senza “ma”. Entrambi più volte sull’orlo del baratro da cui riemergono con un fuoco “dentro” che urla loro di continuare. Quando il kazako prende il largo, Brandon cade più volte ma si rialza, come se si giocasse la vita stessa e quando colpisce fa ancora tremendamente male. Sconcerta la determinazione feroce di Islam. Commuove il coraggio disumano di Cook. E arriva la fine. Sancita giustamente dall’arbitro ma non Brandon, il quale altrimenti sarebbe ancora là, su quel ring dall’altra parte del mondo, a mettere a repentaglio tutto se stesso. Quindi il popolo kazako che precipita come una cascata verso la platea e gli spogliatoi, con i militari che devono fare miracoli per frenarne l’amore e l’orgoglio per il “proprio” cavaliere della steppa. Me ne vado che il pugile è ancora laggiù, assediato nel suo trionfo nei sotterranei del velodromo. Ora è davvero tutto finito. Ma pur avendo visto tante delle maggiori arene del mondo, chissà perché, questa mi è sembrata “speciale”, diversa dalle altre.

Grazie boxe. Ancora una volta tu, vecchia signora dalle tante rughe, mi hai regalato una notte indimenticabile.

Ora tornerò nella mia bella Italia e tutto ritornerà come prima, tra rimpianti, ricordi e vaghe speranze a cui la “nostra” vecchia signora s’aggrappa per non scomparire, per non dirci addio…

Il tempo che passa e sconfigge tutti…

Sono persone strane, gli atleti. Per tante ragioni. Compresa quella di diventare vecchi quando sono ancora giovani. La vita umana si è prolungata e con essa la carriera di chiunque pratichi attività agonistica. Però, purtroppo, si è solo allungata. Non è diventata eterna. Nello sport le differenze si misurano in millimetri, in centesimi di secondo. Nel pugilato ancora di più, perché solo un battito di ciglia differenzia il non essere colpiti dall’esserlo. Il pugilato non è una corsa, né una partita a tennis, né una nuotata in piscina. Se il fisico non è perfetto, sul ring non si arriva secondi, ma ci si fa male. Qualche volta troppo.
Per questo, con lo scorrere degli anni e l’accumularsi di migliaia di match nella mia memoria, sono diventato sempre più apprensivo, a volte addirittura timoroso, quando vedo un campione o un umile pugile attendere il gong d’inizio di un match e riconosco, ancora più sul suo volto che nel suo record, i segni incancellabili del tempo, i presagi di una sconfitta inevitabile e preparata dalla lenta macina della natura.

Lasciare il ring è un momento angosciante, talvolta sconvolgente.
“Pugili una volta, pugili per sempre”, scrissi tempo fa. Lo ribadisco. E perciò lo strappo deve avvenire al momento opportuno, senza richiedere un biglietto troppo caro. Campione o no, non fa differenza. Perché se il saluto di commiato non lo farai spontaneamente tu, guerriero del ring, prima o poi ti costringerà a farlo un qualsiasi ragazzotto pieno di sogni e affamato di vittorie.
Inoltre la gente, che sa essere meravigliosa ma anche crudele, forse dimenticherà in un solo istante ciò che hai conquistato in tanti anni e seppellirà la magia dei tuoi momenti d’oro sotto la terra delle ultime sconfitte.
O peggio, ti guarderà con pietà, l’onta peggiore che possa essere riservata a chi ha vissuto la sua esistenza sempre a tavoletta, sotto l’impulso di un coraggio e di un orgoglio che profumano ancora di tempi antichi e mai del tutto scomparsi.
Ma soprattutto, chi ama lo “sport-non solo sport”, vuole vederti davanti a sé nei tempi futuri, sereno e in perfetta forma, simbolo di un’arte nobile e senza eguali, a sventolare la bandiera del pugilato.
Di ciò che sei, che sei stato e sempre sarai.
Per preparare la strada a coloro che verranno dopo, affinché la magica follia del ring non muoia mai.

Amburgo: i tre “zeri”, il pugilato dilettantistico italiano, il piccolo dramma di una nobile arte

Uno è già duro da digerire, due sono troppi, tre insopportabili… Forse nemmeno Ercole, per quanto avvezzo alle sue mitiche fatiche, sarebbe riuscito a portarseli sulle spalle. Si sta parlando dei tre pesantissimi “zeri” di cui il pugilato italiano si é dovuto consecutivamente fare carico negli ultimi anni. Tre “zeri” (Mondiali 2015, Olimpiadi 2016, Mondiali 2017) che sono purtroppo piovuti addosso alla boxe azzurra nel momento meno opportuno: quando aveva già un febbrone “da cavallo” e il respiro affannoso. Però i maledetti “zeri” non sono piovuti dal cielo, ma alla rovescia! Sono piovuti dalla terra, cioè per responsabilità ormai evidenti degli uomini e non degli dei dell’Olimpo. Di quegli uomini che più stanno in alto e maggiori responsabilità dovrebbero avere o altrimenti non si capisce cosa ci stiano a fare. Nel Calcio sarebbero già avvenuti sfracelli, anche senza il presidente Zamparini. Invece nel microcosmo pugilistico nazionale, una critica dopo l’ennesimo fallimento e il balenare di qualche dubbio equivalgono a commettere peccato mortale e tradire la patria.

Ma la realtà sotto gli occhi di tutti urla che si è ad un bivio: o il pugilato italiano, nel suo complesso, trova il coraggio, la dignità, l’orgoglio di puntare il dito verso se stesso e dire “Il re è nudo” o la corsa verso il basso continuerà a velocità crescente, secondo la legge fisica del piano inclinato. Adesso è già quasi troppo tardi perché, sia chiaro, se un giorno arriverà un medico al capezzale, in realtà più che medico dovrebbe essere un santone capace di miracoli per riportare lo stato di salute della Nobile Arte tricolore a com’era qualche lustro fa.

Ogni tentativo di sminuire il disastro, di occultarlo, di fingere di dimenticarlo, di dare le colpe a tutto e tutti purché non sia contemplato un pur minuscolo “mea culpa” è inutile e irresponsabile. Persino le trame occulte e i complotti internazionali sono saltati fuori. Mai un gesto di contrizione, una “spolveratina” pur minima di cenere sul capo.

“Tutto va bene-Stiamo facendo grandi cose-Il futuro è roseo…”.

Metaforicamente, peggio degli orchestrali che suonavano sul Titanic, mentre stava schiantandosi contro l’iceberg! Certe dichiarazioni della vigilia, alla luce dei risultati, hanno rasentato il surreale.

L’Italia pugilistica, con tutto il rispetto, non è Andorra né il Gambia! Non è l’Islanda, il Benin o le Isole Faroe…L’Italia è l’Italia! Quella con la canottiera azzurra di Benvenuti, Parisi, Oliva, Atzori, Bolognesi, Pinto, Stecca, Cammarelle, Formenti, Musso, De Piccoli, Tamagnini, Orlandi, Toscani, Sergo! E’ l’Italia che con i guantoni ha portato 15 ori, 16 argenti e 17 bronzi nella storia dello sport olimpico, dove occupa il quarto posto tra tutte le discipline. Non si può fallire tre volte ai massimi livelli, i soli che davvero contano, e non “pagare dazio” mai, proprio sulla falsariga della peggiore politica.

Ricordatevi di Alberto Brasca, viene da dire. Ricordatevelo bene! Ricordatevi che dodici mesi orsono pagò per tutti, anche per i suoi scodinzolanti collaboratori di un’ora prima. Se ne andò dignitosamente e a testa alta…La gente lo capì, lo perdonò e l’applaudì. C’è un tempo e un modo per ogni cosa. Anche per questa nostra povera e infelice boxe di oggi, del cui dramma non importa più nulla a nessuno o quasi, tanto da non essere ritenuta degna nemmeno di due parole di riflessione su una televisione che conti.

E adesso, per passare alla boxe-boxata, cioè quella seria e fatta dai pugili, è interessante dare un’occhiata ai risultati conseguiti dagli atleti che hanno eliminato i nostri sette azzurri. A posteriori, verrebbe da dire che si è persa davvero una grande occasione per rialzare la testa, perché cinque di essi sono stati sconfitti nel turno successivo, nei Quarti, a dimostrazione che non si trattava di invincibili “draghi”, ma di avversari alla portata dei nostri. Per chi poi fosse dedito allo studio del complottismo internazionale, soprattutto quello ordito dalla Russia, una curiosità: ben sette suoi pugili su nove sono stati eliminati entro i Quarti di finale! Nettamente il risultato più negativo conseguito negli ultimi anni tra Mondiali e Olimpiadi…Un complotto davvero maldestro, no? Eppoi, perché tutti contro la sola povera squadra azzurra? E sì…Fa riflettere infatti un particolare non di poco conto: ben 31 Paesi (trentuno!) sono stati presenti nei Quarti almeno con un rappresentante e 20 Paesi (venti!) nelle Semifinali. Ma non l’Italia. Tutti raccomandati? Tutti favoriti? Tutti borseggiatori di verdetti?

E meno male che ad Amburgo c’era il vice-presidente mondiale dell’Aiba Franco Falcinelli, nel contempo pure presidente dell’Eubc (Europa), con a fianco il presidente federale Vittorio Lai, anch’egli dirigente dell’Aiba e Team Leader della squadra. Viene da tremare pensando che se non avessero ricoperto tali posizioni chissà cosa avrebbero fatto ai nostri atleti!…

Ecco comunque il percorso dei pugili che hanno sconfitto i nostri:

Il 49 kg. l’indiano Amit Panghal, vincitore di Federico Serra, è stato sconfitto dall’uzbeko Khasanbay Dusmatov.

Il 56 kg. il dominicano Leonel De Los Santos, vincitore di Raffaele Di Serio, è uscito per mano dell’inglese Peter McGrail.

Il 75 kg. il cubano Arlen Lopez, vincitore di Salvatore Cavallaro, é stato eliminato dal kazako Abilkhan Amankul.

L’81 kg. il bielorusso Mikhail Dauhaliavets, vincitore di Valentino Manfredonia, è stato messo fuori dall’irlandese Joe Ward.

Il +91 il russo Maxim Babanin, vincitore di Guido Vianello, è stato battuto dall’australiano Joseph Goodall.

NB: il 52 kg. russo Tamir Galanov e il 69 kg. kazako Abylaykhan Zhusupov , vincitori rispettivamente di Manuel Cappai e Vincenzo Mangiacapre, sono entrati invece in semifinale e se la vedranno proprio nella gionata di oggi, nell’ordine con il cubano Yosvany Veitia e l’uzbeko Shakhram Giyasov.

I Mondiali di Amburgo danno i numeri…L’azzurro non vola più

Avendo indegnamente praticato per anni l’Atletica Leggera e nello stesso tempo amato il Pugilato sin dai tempi della ragione, è con immensa tristezza che prendo atto della loro decadenza. Sino a ieri, entrambe tra le più generose portatrici di allori all’Italia e oggi condannate solo a sopravvivere. Poche ore fa, la minuscola platea che si è posta dinanzi allo schermo del computer per assistere ai Mondiali Aiba di Amburgo attraverso mille tribolazioni telematiche, ha forse percepito per la prima volta la netta sensazione che la bombola dell’ossigeno sia ormai alla fine. Almeno per l’Atletica Leggera c’è stata la diretta sulla Rai, tante voci di indimenticabili campioni (Mei, Cova, Fiona May, Sara Simeoni, Gibilisco…) che si sono levate per gridare rabbia e sconforto in occasione del “semi-funerale” ai recenti Campionati del Mondo di Londra…Per il Pugilato, no. Il silenzio e solo un umile collegamento streaming, come se per lui non ci fosse nemmeno un onorevole spazio per celebrarne il momento drammatico. Due righe tra le brevi di qualche giornale. E il nulla.

Mondiali di Doha 2015, Olimpiadi di Rio 2016, Mondiali di Amburgo 2017…Tre terremoti consecutivi negli unici appuntamenti di cui a qualcuno (ahimè, solo a qualcuno…) importa ancora. L’azzurro non vola più! Eppure milioni di euro sono stato investiti per inseguire almeno un podio. Una quantità enorme di denaro pubblico (…pubblico!) gettato al vento, mentre le associazioni dilettantistiche boccheggiano e i “veri” dilettanti salgono sul ring per 50 euro, rubando tempo allo studio, al lavoro, agli affetti. I nazionali della Boxe, come dell’ Atletica Leggera, indossano quasi tutti una divisa, sono profumatamente retribuiti per allenarsi e competere, godono di enormi privilegi rispetto agli “altri”. Certo che faticano e si sacrificano! Ma sono pagati per farlo a tempo pieno, quindi “hanno l’obbligo”, nei limiti del possibile, d’ottenere risultati altrimenti non si capisce (in caso di ripetuti insuccessi) per quali meriti debbano restare dove sono. Se così vanno le cose, forse anche la benemerita funzione dei gruppi militari va ripensata, perché probabilmente è ormai fuori dal tempo.

Le rituali interviste della vigilia, gli annunci trionfalistici, i proclami ad alta voce, il sarcasmo condito d’arroganza di un “minuscolo” potere che ha fallito, diventano patetici alla luce delle sentenze che il ring e le piste d’atletica emettono. A Rio tutti ricordano ciò che accadde nelle convulse ore del “tonfo”…Pagarono solo il presidente Alberto Brasca e i tecnici Francesco Damiani e Lello Bergamasco. Ci fu chi si smarcò con un guizzo di cui neanche il Pelé dei tempi d’oro sarebbe stato capace e i dirigenti di ieri sono diventati quelli di oggi e probabilmente pregustano d’essere anche quelli di domani. Una verginità riconquistata in “due-e-due-quattro” e sancita da un congresso vinto con i brividi per una manciata di voti. Qualcuno pagherà anche stavolta e ci sarebbe da scommettere che sarà il solito “anello debole”, l’agnello sacrificale che conta poco o niente e che si butta nella spazzatura in queste occasioni. Poi, riacquistata l’ennesima verginità, la dirigenza ricomincerà di nuovo tra trionfalismi, chiacchiere e voli destinati a durare sino al momento in cui il ring non dirà la sua. Eppure, la Fpi non è mai stata forte come ora nell’ambito dell’Aiba (a sua volta stordita da ipotetici e disonorevoli scandali). Franco Falcinelli è vice-presidente mondiale dell’ente e presidente europeo; il presidente della Fpi, Vittorio Lai, ne occupa da anni posizioni di rilievo. Che si vuole di più? Se tutto crolla, inutile prendersela con il muratore e l’imbianchino. I responsabili stanno lassù e sono quelli che hanno fatto progetti senza capo né coda o non li hanno fatti per nulla; sono quelli che hanno promesso alla gente che li doveva eleggere cose che non hanno mantenuto; sono quelli che hanno scelto persone e professionalità sbagliate; sono quelli che nell’esaltazione della vittoria hanno chiuso la porta sul naso e con arroganza a chi poteva aiutarli. Inutile girarci intorno! La Costa Concordia andò a fondo non per colpa di chi era al timone, ma per colpa di chi dava gli ordini ed essere sulle poltrone più importanti implica l’assunzione della piena responsabilità. Alberto Brasca lo fece e il popolo della boxe lo salutò, per questo, con un commosso e interminabile applauso al Congresso di Assisi. Qualcuno dovrebbe meditare sulla sua lezione di signorilità e correttezza.

Ora il Pugilato dilettantistico è allo stremo, abbracciato a quello professionistico, e non servirà a nulla continuare a tenere la testa sotto la sabbia perché la realtà non concede sconti.

Aria fresca, aria nuova, facce e nomi diversi e la non facile “speranziella” di un miracolo ormai difficilissimo per chiunque. Fate voi…

Ed ecco la breve (purtroppo) sintesi dei Mondiali in corso e già il fatto che siano ancora in corso la dice lunga su una sintesi che testimonia un disastro figlio di altri disastri…

Componenti della Nazionale italiana:

49-SERRA FEDERICO CENTRO SPORTIVO ESERCITO

52-CAPPAI MANUEL GRUPPO SPORTIVO FF.OO.

56-DI SERIO RAFFAELE CENTRO SPORTIVO ESERCITO

69-MANGIACAPRE VINCENZO GRUPPO SPORTIVO FIAMME AZZURRE

75-CAVALLARO SALVATORE GRUPPO SPORTIVO FF.OO.

81-MANFREDONIA VALENTINO ASD PUGILISTICA DE NOVELLIS

+91-VIANELLO GUIDO CENTRO SPORTIVO CARABINIERI

Vittorio Lai Team Leader

Emanuele Renzini Capo Allenatore

Gianmaria Morelli Allenatore

Giovanni Cavallaro Allenatore

Fabrizio Cappai Allenatore

Ireneo Sturla Team Dottore

Marcello Giulietti Physio

Giovanni Russo Physio

Match disputati (non contemplato il wo): 12

Vinti: 5 (41,6%)

Persi: 7 (58,4%)

Risultati individuali:

Serra (1 sconfitta; eliminato ai Sedicesimi)

Cappai (2 vittorie, di cui 1 per wo; 1 sconfitta; eliminato ai Quarti)

Di Serio (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Mangiacapre (1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Cavallaro (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Manfredonia (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Vianello (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)