Tra sogno e realtà, dove la boxe é ancora boxe…

Astana, capitale dell’immenso e lontano Kazakistan. Qualche giorno fa, l’intima meraviglia di stupirmi ancora per la boxe, dopo tanti e tanti anni. E chi se ne frega per i patimenti di un viaggio scombinato, dell’ansia di trovarmi solo, di notte in un aeroporto con quattro gatti, impossibilitato a comunicare con chiunque e senza sapere dove andare? Poi in qualche modo tutto si risolve e qualche ora dopo ecco il momento del peso. Mi chiedo se sto sognando, scaricandomi dalle spalle stanchezza e fuso orario.
Vedo centinaia di persone, accalcate al centro di un grande impianto in cemento a forma della tradizionale tenda circolare mongola, infiammarsi per la comparsa non di campioni ma di ragazzi alle prime armi, invocarne il nome e richiedere foto e autografi, mentre decine e decine di poliziotti cercano di contenere l’entusiasmo.

E quando sulla bilancia salgono Brandon Cook e Kanad Islam, pare la fine del mondo…Un boato di guerra s’alza da quella gente che sino a non molti anni fa percorreva in un lungo e in largo la steppa deserta, vivendo di forza, coraggio e di consuetudine con la sofferenza. Intanto sui mega schermi l’immagine di Kanad, idolo di casa, presentata come quella di un guerriero tra i guerrieri, figlio di una storia lunga e misteriosa. Quando i due rivali si puntano gli occhi negli occhi, sono a due spanne da loro e viene pure a me il batticuore. Mi domando per la millesima volta quale cuore d’acciaio debbano avere i pugili “veri”. Il biondo canadese non batte ciglia ma oscilla nervosamente sulle gambe. Le pupille di Islam, immobile invece come una statua, sembrano spade di fuoco che fuoriescono dai suoi occhi a mandorla e si conficcano nel cervello del rivale, incrudelite da un lievissimo sorriso che lo fanno somigliare ad una tigre pronta all’attacco. Fa paura, paura davvero…

E la sera seguente, alle 17 (un’ora prima dell’inizio della manifestazione), persino le vie limitrofe all’immenso e nuovissimo velodromo al coperto in cui si svolgerà la manifestazione sono tutte piene…All’interno, tra controlli di sicurezza affidati ad un numero indecifrabile di militari, con lo sguardo puntato alle gradinate stipate di rumorosissimi appassionati penso che neppure ai tempi del ritorno in Italia di Nino Benvenuti dopo la trionfale notte del Madison Square Garden avevo mai visto nulla di simile. Ogni incontro di contorno, anche quelli più improponibili per l’infimo livello di rivali raccattati chissà dove, gode del più totale gradimento del pubblico e qualsiasi avversario cada dinanzi ad un kazako è ragione di esaltazione e di unanime festa tribale.

Poi il clou tra Kanad Islam e Brandon Cook. Una battaglia da film. Una sfida senza “se” e senza “ma”. Entrambi più volte sull’orlo del baratro da cui riemergono con un fuoco “dentro” che urla loro di continuare. Quando il kazako prende il largo, Brandon cade più volte ma si rialza, come se si giocasse la vita stessa e quando colpisce fa ancora tremendamente male. Sconcerta la determinazione feroce di Islam. Commuove il coraggio disumano di Cook. E arriva la fine. Sancita giustamente dall’arbitro ma non Brandon, il quale altrimenti sarebbe ancora là, su quel ring dall’altra parte del mondo, a mettere a repentaglio tutto se stesso. Quindi il popolo kazako che precipita come una cascata verso la platea e gli spogliatoi, con i militari che devono fare miracoli per frenarne l’amore e l’orgoglio per il “proprio” cavaliere della steppa. Me ne vado che il pugile è ancora laggiù, assediato nel suo trionfo nei sotterranei del velodromo. Ora è davvero tutto finito. Ma pur avendo visto tante delle maggiori arene del mondo, chissà perché, questa mi è sembrata “speciale”, diversa dalle altre.

Grazie boxe. Ancora una volta tu, vecchia signora dalle tante rughe, mi hai regalato una notte indimenticabile.

Ora tornerò nella mia bella Italia e tutto ritornerà come prima, tra rimpianti, ricordi e vaghe speranze a cui la “nostra” vecchia signora s’aggrappa per non scomparire, per non dirci addio…

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Il tempo che passa e sconfigge tutti…

Sono persone strane, gli atleti. Per tante ragioni. Compresa quella di diventare vecchi quando sono ancora giovani. La vita umana si è prolungata e con essa la carriera di chiunque pratichi attività agonistica. Però, purtroppo, si è solo allungata. Non è diventata eterna. Nello sport le differenze si misurano in millimetri, in centesimi di secondo. Nel pugilato ancora di più, perché solo un battito di ciglia differenzia il non essere colpiti dall’esserlo. Il pugilato non è una corsa, né una partita a tennis, né una nuotata in piscina. Se il fisico non è perfetto, sul ring non si arriva secondi, ma ci si fa male. Qualche volta troppo.
Per questo, con lo scorrere degli anni e l’accumularsi di migliaia di match nella mia memoria, sono diventato sempre più apprensivo, a volte addirittura timoroso, quando vedo un campione o un umile pugile attendere il gong d’inizio di un match e riconosco, ancora più sul suo volto che nel suo record, i segni incancellabili del tempo, i presagi di una sconfitta inevitabile e preparata dalla lenta macina della natura.

Lasciare il ring è un momento angosciante, talvolta sconvolgente.
“Pugili una volta, pugili per sempre”, scrissi tempo fa. Lo ribadisco. E perciò lo strappo deve avvenire al momento opportuno, senza richiedere un biglietto troppo caro. Campione o no, non fa differenza. Perché se il saluto di commiato non lo farai spontaneamente tu, guerriero del ring, prima o poi ti costringerà a farlo un qualsiasi ragazzotto pieno di sogni e affamato di vittorie.
Inoltre la gente, che sa essere meravigliosa ma anche crudele, forse dimenticherà in un solo istante ciò che hai conquistato in tanti anni e seppellirà la magia dei tuoi momenti d’oro sotto la terra delle ultime sconfitte.
O peggio, ti guarderà con pietà, l’onta peggiore che possa essere riservata a chi ha vissuto la sua esistenza sempre a tavoletta, sotto l’impulso di un coraggio e di un orgoglio che profumano ancora di tempi antichi e mai del tutto scomparsi.
Ma soprattutto, chi ama lo “sport-non solo sport”, vuole vederti davanti a sé nei tempi futuri, sereno e in perfetta forma, simbolo di un’arte nobile e senza eguali, a sventolare la bandiera del pugilato.
Di ciò che sei, che sei stato e sempre sarai.
Per preparare la strada a coloro che verranno dopo, affinché la magica follia del ring non muoia mai.

Amburgo: i tre “zeri”, il pugilato dilettantistico italiano, il piccolo dramma di una nobile arte

Uno è già duro da digerire, due sono troppi, tre insopportabili… Forse nemmeno Ercole, per quanto avvezzo alle sue mitiche fatiche, sarebbe riuscito a portarseli sulle spalle. Si sta parlando dei tre pesantissimi “zeri” di cui il pugilato italiano si é dovuto consecutivamente fare carico negli ultimi anni. Tre “zeri” (Mondiali 2015, Olimpiadi 2016, Mondiali 2017) che sono purtroppo piovuti addosso alla boxe azzurra nel momento meno opportuno: quando aveva già un febbrone “da cavallo” e il respiro affannoso. Però i maledetti “zeri” non sono piovuti dal cielo, ma alla rovescia! Sono piovuti dalla terra, cioè per responsabilità ormai evidenti degli uomini e non degli dei dell’Olimpo. Di quegli uomini che più stanno in alto e maggiori responsabilità dovrebbero avere o altrimenti non si capisce cosa ci stiano a fare. Nel Calcio sarebbero già avvenuti sfracelli, anche senza il presidente Zamparini. Invece nel microcosmo pugilistico nazionale, una critica dopo l’ennesimo fallimento e il balenare di qualche dubbio equivalgono a commettere peccato mortale e tradire la patria.

Ma la realtà sotto gli occhi di tutti urla che si è ad un bivio: o il pugilato italiano, nel suo complesso, trova il coraggio, la dignità, l’orgoglio di puntare il dito verso se stesso e dire “Il re è nudo” o la corsa verso il basso continuerà a velocità crescente, secondo la legge fisica del piano inclinato. Adesso è già quasi troppo tardi perché, sia chiaro, se un giorno arriverà un medico al capezzale, in realtà più che medico dovrebbe essere un santone capace di miracoli per riportare lo stato di salute della Nobile Arte tricolore a com’era qualche lustro fa.

Ogni tentativo di sminuire il disastro, di occultarlo, di fingere di dimenticarlo, di dare le colpe a tutto e tutti purché non sia contemplato un pur minuscolo “mea culpa” è inutile e irresponsabile. Persino le trame occulte e i complotti internazionali sono saltati fuori. Mai un gesto di contrizione, una “spolveratina” pur minima di cenere sul capo.

“Tutto va bene-Stiamo facendo grandi cose-Il futuro è roseo…”.

Metaforicamente, peggio degli orchestrali che suonavano sul Titanic, mentre stava schiantandosi contro l’iceberg! Certe dichiarazioni della vigilia, alla luce dei risultati, hanno rasentato il surreale.

L’Italia pugilistica, con tutto il rispetto, non è Andorra né il Gambia! Non è l’Islanda, il Benin o le Isole Faroe…L’Italia è l’Italia! Quella con la canottiera azzurra di Benvenuti, Parisi, Oliva, Atzori, Bolognesi, Pinto, Stecca, Cammarelle, Formenti, Musso, De Piccoli, Tamagnini, Orlandi, Toscani, Sergo! E’ l’Italia che con i guantoni ha portato 15 ori, 16 argenti e 17 bronzi nella storia dello sport olimpico, dove occupa il quarto posto tra tutte le discipline. Non si può fallire tre volte ai massimi livelli, i soli che davvero contano, e non “pagare dazio” mai, proprio sulla falsariga della peggiore politica.

Ricordatevi di Alberto Brasca, viene da dire. Ricordatevelo bene! Ricordatevi che dodici mesi orsono pagò per tutti, anche per i suoi scodinzolanti collaboratori di un’ora prima. Se ne andò dignitosamente e a testa alta…La gente lo capì, lo perdonò e l’applaudì. C’è un tempo e un modo per ogni cosa. Anche per questa nostra povera e infelice boxe di oggi, del cui dramma non importa più nulla a nessuno o quasi, tanto da non essere ritenuta degna nemmeno di due parole di riflessione su una televisione che conti.

E adesso, per passare alla boxe-boxata, cioè quella seria e fatta dai pugili, è interessante dare un’occhiata ai risultati conseguiti dagli atleti che hanno eliminato i nostri sette azzurri. A posteriori, verrebbe da dire che si è persa davvero una grande occasione per rialzare la testa, perché cinque di essi sono stati sconfitti nel turno successivo, nei Quarti, a dimostrazione che non si trattava di invincibili “draghi”, ma di avversari alla portata dei nostri. Per chi poi fosse dedito allo studio del complottismo internazionale, soprattutto quello ordito dalla Russia, una curiosità: ben sette suoi pugili su nove sono stati eliminati entro i Quarti di finale! Nettamente il risultato più negativo conseguito negli ultimi anni tra Mondiali e Olimpiadi…Un complotto davvero maldestro, no? Eppoi, perché tutti contro la sola povera squadra azzurra? E sì…Fa riflettere infatti un particolare non di poco conto: ben 31 Paesi (trentuno!) sono stati presenti nei Quarti almeno con un rappresentante e 20 Paesi (venti!) nelle Semifinali. Ma non l’Italia. Tutti raccomandati? Tutti favoriti? Tutti borseggiatori di verdetti?

E meno male che ad Amburgo c’era il vice-presidente mondiale dell’Aiba Franco Falcinelli, nel contempo pure presidente dell’Eubc (Europa), con a fianco il presidente federale Vittorio Lai, anch’egli dirigente dell’Aiba e Team Leader della squadra. Viene da tremare pensando che se non avessero ricoperto tali posizioni chissà cosa avrebbero fatto ai nostri atleti!…

Ecco comunque il percorso dei pugili che hanno sconfitto i nostri:

Il 49 kg. l’indiano Amit Panghal, vincitore di Federico Serra, è stato sconfitto dall’uzbeko Khasanbay Dusmatov.

Il 56 kg. il dominicano Leonel De Los Santos, vincitore di Raffaele Di Serio, è uscito per mano dell’inglese Peter McGrail.

Il 75 kg. il cubano Arlen Lopez, vincitore di Salvatore Cavallaro, é stato eliminato dal kazako Abilkhan Amankul.

L’81 kg. il bielorusso Mikhail Dauhaliavets, vincitore di Valentino Manfredonia, è stato messo fuori dall’irlandese Joe Ward.

Il +91 il russo Maxim Babanin, vincitore di Guido Vianello, è stato battuto dall’australiano Joseph Goodall.

NB: il 52 kg. russo Tamir Galanov e il 69 kg. kazako Abylaykhan Zhusupov , vincitori rispettivamente di Manuel Cappai e Vincenzo Mangiacapre, sono entrati invece in semifinale e se la vedranno proprio nella gionata di oggi, nell’ordine con il cubano Yosvany Veitia e l’uzbeko Shakhram Giyasov.

I Mondiali di Amburgo danno i numeri…L’azzurro non vola più

Avendo indegnamente praticato per anni l’Atletica Leggera e nello stesso tempo amato il Pugilato sin dai tempi della ragione, è con immensa tristezza che prendo atto della loro decadenza. Sino a ieri, entrambe tra le più generose portatrici di allori all’Italia e oggi condannate solo a sopravvivere. Poche ore fa, la minuscola platea che si è posta dinanzi allo schermo del computer per assistere ai Mondiali Aiba di Amburgo attraverso mille tribolazioni telematiche, ha forse percepito per la prima volta la netta sensazione che la bombola dell’ossigeno sia ormai alla fine. Almeno per l’Atletica Leggera c’è stata la diretta sulla Rai, tante voci di indimenticabili campioni (Mei, Cova, Fiona May, Sara Simeoni, Gibilisco…) che si sono levate per gridare rabbia e sconforto in occasione del “semi-funerale” ai recenti Campionati del Mondo di Londra…Per il Pugilato, no. Il silenzio e solo un umile collegamento streaming, come se per lui non ci fosse nemmeno un onorevole spazio per celebrarne il momento drammatico. Due righe tra le brevi di qualche giornale. E il nulla.

Mondiali di Doha 2015, Olimpiadi di Rio 2016, Mondiali di Amburgo 2017…Tre terremoti consecutivi negli unici appuntamenti di cui a qualcuno (ahimè, solo a qualcuno…) importa ancora. L’azzurro non vola più! Eppure milioni di euro sono stato investiti per inseguire almeno un podio. Una quantità enorme di denaro pubblico (…pubblico!) gettato al vento, mentre le associazioni dilettantistiche boccheggiano e i “veri” dilettanti salgono sul ring per 50 euro, rubando tempo allo studio, al lavoro, agli affetti. I nazionali della Boxe, come dell’ Atletica Leggera, indossano quasi tutti una divisa, sono profumatamente retribuiti per allenarsi e competere, godono di enormi privilegi rispetto agli “altri”. Certo che faticano e si sacrificano! Ma sono pagati per farlo a tempo pieno, quindi “hanno l’obbligo”, nei limiti del possibile, d’ottenere risultati altrimenti non si capisce (in caso di ripetuti insuccessi) per quali meriti debbano restare dove sono. Se così vanno le cose, forse anche la benemerita funzione dei gruppi militari va ripensata, perché probabilmente è ormai fuori dal tempo.

Le rituali interviste della vigilia, gli annunci trionfalistici, i proclami ad alta voce, il sarcasmo condito d’arroganza di un “minuscolo” potere che ha fallito, diventano patetici alla luce delle sentenze che il ring e le piste d’atletica emettono. A Rio tutti ricordano ciò che accadde nelle convulse ore del “tonfo”…Pagarono solo il presidente Alberto Brasca e i tecnici Francesco Damiani e Lello Bergamasco. Ci fu chi si smarcò con un guizzo di cui neanche il Pelé dei tempi d’oro sarebbe stato capace e i dirigenti di ieri sono diventati quelli di oggi e probabilmente pregustano d’essere anche quelli di domani. Una verginità riconquistata in “due-e-due-quattro” e sancita da un congresso vinto con i brividi per una manciata di voti. Qualcuno pagherà anche stavolta e ci sarebbe da scommettere che sarà il solito “anello debole”, l’agnello sacrificale che conta poco o niente e che si butta nella spazzatura in queste occasioni. Poi, riacquistata l’ennesima verginità, la dirigenza ricomincerà di nuovo tra trionfalismi, chiacchiere e voli destinati a durare sino al momento in cui il ring non dirà la sua. Eppure, la Fpi non è mai stata forte come ora nell’ambito dell’Aiba (a sua volta stordita da ipotetici e disonorevoli scandali). Franco Falcinelli è vice-presidente mondiale dell’ente e presidente europeo; il presidente della Fpi, Vittorio Lai, ne occupa da anni posizioni di rilievo. Che si vuole di più? Se tutto crolla, inutile prendersela con il muratore e l’imbianchino. I responsabili stanno lassù e sono quelli che hanno fatto progetti senza capo né coda o non li hanno fatti per nulla; sono quelli che hanno promesso alla gente che li doveva eleggere cose che non hanno mantenuto; sono quelli che hanno scelto persone e professionalità sbagliate; sono quelli che nell’esaltazione della vittoria hanno chiuso la porta sul naso e con arroganza a chi poteva aiutarli. Inutile girarci intorno! La Costa Concordia andò a fondo non per colpa di chi era al timone, ma per colpa di chi dava gli ordini ed essere sulle poltrone più importanti implica l’assunzione della piena responsabilità. Alberto Brasca lo fece e il popolo della boxe lo salutò, per questo, con un commosso e interminabile applauso al Congresso di Assisi. Qualcuno dovrebbe meditare sulla sua lezione di signorilità e correttezza.

Ora il Pugilato dilettantistico è allo stremo, abbracciato a quello professionistico, e non servirà a nulla continuare a tenere la testa sotto la sabbia perché la realtà non concede sconti.

Aria fresca, aria nuova, facce e nomi diversi e la non facile “speranziella” di un miracolo ormai difficilissimo per chiunque. Fate voi…

Ed ecco la breve (purtroppo) sintesi dei Mondiali in corso e già il fatto che siano ancora in corso la dice lunga su una sintesi che testimonia un disastro figlio di altri disastri…

Componenti della Nazionale italiana:

49-SERRA FEDERICO CENTRO SPORTIVO ESERCITO

52-CAPPAI MANUEL GRUPPO SPORTIVO FF.OO.

56-DI SERIO RAFFAELE CENTRO SPORTIVO ESERCITO

69-MANGIACAPRE VINCENZO GRUPPO SPORTIVO FIAMME AZZURRE

75-CAVALLARO SALVATORE GRUPPO SPORTIVO FF.OO.

81-MANFREDONIA VALENTINO ASD PUGILISTICA DE NOVELLIS

+91-VIANELLO GUIDO CENTRO SPORTIVO CARABINIERI

Vittorio Lai Team Leader

Emanuele Renzini Capo Allenatore

Gianmaria Morelli Allenatore

Giovanni Cavallaro Allenatore

Fabrizio Cappai Allenatore

Ireneo Sturla Team Dottore

Marcello Giulietti Physio

Giovanni Russo Physio

Match disputati (non contemplato il wo): 12

Vinti: 5 (41,6%)

Persi: 7 (58,4%)

Risultati individuali:

Serra (1 sconfitta; eliminato ai Sedicesimi)

Cappai (2 vittorie, di cui 1 per wo; 1 sconfitta; eliminato ai Quarti)

Di Serio (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Mangiacapre (1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Cavallaro (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Manfredonia (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Vianello (1 vittoria; 1 sconfitta; eliminato agli Ottavi)

Oggi, trent’anni fa: il Ferragosto di Angelo Musone, Holyfield e Braxton…

Anche per gli appassionati di boxe, per quanto “malati”, il Ferragosto rappresenta un giorno di festa, di cibo da condividere con gli amici, di libagioni talvolta eccessive e soprattutto votato alla famiglia e alla “pancia all’aria”, vuoi che ci si trovi al mare, in montagna o sul divano di casa.
Eppure, non sempre é stato così! Non serve andare a scoprire ciò che accadeva in paesi dove le tradizioni non hanno nulla a che fare con le nostre “Feriae Augusti” (Festività di Augusto) e quindi il 15 Agosto è un giorno uguale agli altri. E non serve neppure andare a consultare libroni impolverati in cui spulciare gli eventi pugilistici dei tempi in cui “Berta filava”.
Basta fare un salto nel 1987 per constatare che anche nella data oggi ritenuta più assurda per una manifestazione di boxe “nostrana” (o quasi…), gli amanti della Nobile Arte trovavano l’occasione giusta per sedersi a bordo ring. Non vogliamo fare cronache di combattimenti ormai affidati alle pagine degli annuari, ma semplicemente rammentare un evento per certi versi curioso.
In quella sera, infatti, ebbe luogo un “gala” al Parking del Nuovo Porto di Nizza.
Quando il sole era quasi sparito oltre la linea blu scuro del mare, disperdendo gli ultimi bagliori dell’iride nel cielo e sull’acqua, la gente cominciò ad arrivare. C’era di tutto, a simbolo di un’umanità che più varia non poteva essere. Dal turista alla buona in bermuda e sandali, arrossato e accaldato con moglie e figli al seguito, all’elegantissima fanciulla appena scesa da uno dei tanti hotel “superstellati” del lungomare; dal magnate e la sua ricca corte sbarcati dal panfilo attraccato al largo, al tifoso ansioso solo di udire il suono del gong; dagli artisti e politici famosi, sapientemente impegnati a fingere di non farsi notare, ai giovani con il panino stretto tra le mani acquistato in un salumificio economico della periferia.
A breve distanza, la stupenda Promenade des Anglais, ancora lontana nel tempo dall’essere sfregiata da un terrorismo ubriaco di sangue e di follia …Ma questa è un’altra storia.
Il primo incontro di apertura della manifestazione, praticamente monopolizzata dai pesi massimi-leggeri, vedeva all’opera un pugile di casa di cui si diceva un gran bene e di radici tunisine, Taoufik Belbouli (20-1-0; 15 ko), però già 34enne e quindi obbligato ad una scalata rapida verso i vertici. Aveva perso ai punti  Parigi solo da Yawe Davis (dice niente questo nome?), ma il povero statunitense Ricardo Spain non aveva proprio nulla a che fare con l’ugandese-genovese e infatti finì ko al 9° round, dopo ripetuti capitomboli. Nemmeno due anni più tardi, Belbouli divenne campione del mondo Wba della categoria…
Poi fu il turno di uno dei “nostri”. Reduce da uno scippo olimpico che aveva fatto il giro del mondo a Los Angeles 1984, allorché una giuria senza ritegno l’aveva dichiarato sconfitto in semifinale contro il “predestinato all’oro” Henry Tillman, ecco l’imbattuto Angelo Musone (20-0-0; 12 ko), avvolto nell’accappatoio bianco-verde della scuderia Totip di Umberto Branchini. Imbattuto e con un promettente futuro da conquistare, aveva di fronte Steve Mormino (12-11-2; 6 ko), un robusto collaudatore del Missouri nelle aspettative di tutti destinato a fungere da “spalla” al ventiquattrenne di Marcianise. Forse Angelo aveva pensato, sino a qualche minuto prima nell’atmosfera ovattata dello spogliatoio, agli amici del paese, al Ferragosto “normale” delle estati precedenti, alla follia di essere lì, mentre tutti festeggiavano…Però sognava un grande domani e doveva vincere. Invece (così decide il ring nelle sue misteriose e talvolta crudeli regie) alla sesta ripresa gli occhi di Angelo Musone videro solo il “nero”, mentre le orecchie percepirono il “dieci” dell’arbitro. Il “cow boy” del Missouri l’aveva messo ko. Fu l’ultimo match di Angelo che, anche per problemi fisici, diede l’addio ai guantoni. La sorte gli avrebbe poi regalato tante altre soddisfazioni esistenziali e pugilistiche, seppure in altri ruoli. Fece persino in tempo a diventare amico del sottoscritto…Però, se in quel disgraziatissimo Ferragosto fosse rimasto a Marcianise a divertirsi, chissà che la storia non avrebbe avuto un altro seguito…
Per non “tirarla troppo per le lunghe”, basterà ora solo rievocare i tre combattimenti che completarono la lunga serata di Nizza.
In un confronto a livello di pesi gallo uno dei migliori pugili dell’epoca, il messicano Fernado Beltran (19-2-2; 11 ko) ebbe la meglio ai punti sul venezuelano Edgar Roman, ormai in declino. Quindi, e qui servirebbe un rullo di tamburi, il piccolo “gigante” del New Jersey e già pluricampione mondiale dei mediomassimi (uno dei migliori di sempre) e dei cruiser, il 34enne
Dwight Braxton (27-4-1; 16 ko) si liberò in sei riprese del temibile 29enne connazionale Lee Roy Murphy (26-1-0; 23 ko), a sua volta ex-iridato dei massimi-leggeri. Infine, il “botto” finale: l’immenso 25enne di Atlanta, Evander Holyfield (15-0-0; 10 ko), detentore delle cinture Wba/Ibf dei cruiser, le difese imponendo un duro kot all’undicesima ripresa al 33enne portoricano Ossie Ocasio (21-4-1; 11 ko).
Alla fine, tutti felici, tutti contenti…Per chi voleva, c’era ancora tempo di immergersi nell’atmosfera ferragostana, senza alcun rimpianto. A chi era invece un po’ stanco, qualche coppa di champagne (ma anche una birra, più alla portata dei comuni portafogli) sorseggiata in qualche bar commentando i match appena conclusi, sembrò una buona soluzione per concludere l’indimenticabie 15 Agosto 1987, quando la boxe era ancora boxe senza vacanze.

Uno dei tanti campioni “senza valore”: Aldo Pravisani

E’ difficile capire le ragioni per cui un bambino “sceglie” i propri campioni.
Una loro impresa? O semplicemente l’abbigliamento, la pettinatura o l’espressione del viso? Oppure una battuta, un atteggiamento? Io da piccolino, quando non avevo mai visto un match di boxe dal vero e avevo solo assistito a quelli trasmessi in bianco-nero dalla Rai, attraverso gli enormi “scatoloni” con piccolo schermo che erano i televisori dell’epoca, ero soprattutto tifoso di Italo Scortichini e Tiberio Mitri…Perché? Forse perché erano stati i primi a inviarmi per posta la foto autografata che avevo loro chiesto…
Però, chissà perché, aveva toccato la mia fantasia un altro pugile che non era considerato né un grande campione, né famoso…Si chiamava Aldo Pravisani ed era un ragazzo con la faccia simpatica, capelli neri ondulati e a “banana”, statura ridotta ma robusto ben proporzionato. Veniva da Tolentino, in Istria, e da profugo era arrivato a Trieste, la città di Tiberio Mitri e Nello Barbadoro e, in seguito, di Nino Benvenuti. Era cresciuto e aveva cominciato a salire sul ring negli anni nei quali la sua martoriata terra elencava gli italiani scomparsi nelle foibe non con nome e cognome, ma spesso a “metri cubi”, come tuttora si constata visitando gli oscuri abissi di Basovizza.
Ma non sono in grado né voglio fare la biografia di Pravisani. Credo sia semplicemente doveroso e interessante togliere talvolta la polvere da nomi che meriterebbero ben di più per essere ricordati. Pensandoci ora, a tanti anni di distanza, ritengo che ad attirare il mio interesse verso quel piccolo guerriero furono le sue avventure pugilistiche in Australia che, ai miei occhi di bambino, era una terra selvaggia pullulante di canguri e con indigeni perennemente a caccia con il boomerang. Insomma, una specie di mondo extra-terreste, almeno per me. Sulle pagine di “Stadio” e de “Il Resto del Carlino”, quotidianamente andavo a leggere ciò che accadeva sui ring d’Italia e del mondo e spesso m’imbattevo in qualche breve articolo che raccontava appunto di Pravisani…Anni dopo, un po’ più grande ma sempre giovanissimo, lo vidi dal vero e fu un’emozione particolare perché si materializzava davanti a me una persona che sino ad allora avevo solo immaginato. Accadde in due occasioni, al palasport di Bologna. Fu il 12 Febbraio e il 19 Marzo 1965, quando davanti ad un mare di folla Nino Benvenuti, che di lì a poco avrebbe affrontato Sandro Mazzinghi, fece un sol boccone di Tommaso Truppi (kot al 5°r.) per il titolo italiano dei medi e dello statunitense Dick Knight (ko al 6°r.). Pravisani batté nella prima occasione Luciano Lambertini prima del limite e nella seconda pareggiò con l’argentino Ernesto Martinsen. Aveva già 35 anni che allora era pugilisticamente un’età “da mummia”. Almeno così commentavano i più grandi di me, all’interno del palasport di Piazzale Azzarita…Eppure mi parve ancora tonico, furbo, elegante e pieno di vigore e non mi pentii di essere stato un suo ammiratore.
Oggi mi capita spesso, parlando con altri appassionati, di fare ancora il suo nome quando sento esaltare le qualità sovente abbastanza scarse di certi pugili contemporanei e con l’esperienza, le letture, l’aiuto di internet e maggiore senso critico, l’ho valorizzato sempre di più…
137 i match sostenuti, con 86 vittorie, 11 pareggi e 40 sconfitte (molte nella fase discendente della carriera, conclusasi nel 1970 a quarant’anni!). Cinquanta combattimenti li sostenne all’estero (Svizzera, Francia, Germania, Jugoslavia, Inghilterra, Spagna, Danimarca), in particolare in Australia dove visse quattro anni (1959-1963), diventando persino campione nazionale dei Leggeri, aggiungendo tale cintura a quella tricolore.
Già sento le obiezioni: “Il suo è un record da dignitoso mestierante e niente di più…”.
Allora, eccovi un elenco molto sommario dei pugili italiani affrontati (e ripetutamente!): Altidoro Polidori, Giordano Campari, Letterio Petilli, Alberto Serti, Sergio Caprari, Armando Scorda, Bruno Melissano…
Chi sono? Andate a dare un’occhiata…
E tra gli stranieri? Beh, qui c’è davvero da tenersi stretti ai braccioli della poltrona. Bastano Jean Sneyers, Cherif Hamia, Ray Famechon, Hogan Kid Bassey, José Hernandez, Gracieux Lamperti, André Valignat, Willy Quator, Rafiu King Jo, George Braken, Jimmy Carruthers, Don Johnson, Love Allotey, Wally Taylor, Pedro Carrasco, Borghe Krogh, Maurice Tavant, ecc?
Eppure Aldo Pravisani fu “appena” campione italiano e d’Australia e combattè per l’Europeo ormai 36enne, cedendo per un soffio a Tavant, in Francia.
Nella sua storia di pugile c’è quasi l’elenco completo dei grandissimi dell’epoca a livello mondiale e io mi domando: “Ma quanto doveva essere bravo Aldo Pravisani per sopravvivere e talvolta anche batterli?”.
Oggi cosa sarebbe stato questo pugile con i riccioli sulla fronte? E chi lo sa!
Ma io una mezza idea ce l’ho…

Oggi, trent’anni fa: l’incredibile storia dell’impiegato del ring

Era il 31 Luglio 1987, trent’anni fa, quando alla Sadowski Field House di Fort Knox, nel Kentucky, un 19enne peso piuma si tolse i guantoni profondamente triste e demoralizzato dopo avere subito l’ennesima sconfitta della carriera. L’aveva battuto ai punti in quattro riprese un 20enne ragazzo di casa, un certo Tim Tipton, al suo secondo incontro da prof.
Lui, invece, era alla quinta delusione in sei match sostenuti e già pensava a quando sarebbe ritornato nella sua Indianapolis e avrebbe dovuto giustificarsi per l’ennesima volta con famigliari ed amici. Gli passarono probabilmente brutti pensieri per la testa; non sarebbe mai diventato il campione che sognava e persino la carriera era forse già tramontata, dopo appena pochi passi…
Si chiamava Reggie Strickland quel giovane con il morale sotto i tacchi e neppure immaginava cosa il futuro gli avrebbe riservato.
Non trascorsero che poche settimane e fu nuovamente ingaggiato, poi ingaggiato di nuovo, di nuovo, di nuovo…
Gli s’accese una lampadina in testa, perché non era un “champ”, ma nemmeo uno stupido! Tutti lo cercavano perché perdeva sempre e allora cominciò ad impostare un progetto economico-sportivo sotto certi aspetti geniale. “Non potrò mai essere un campione? Non vincerò quasi mai? Bene! E allora, alla faccia di tutto il mondo, diventerò un artista della sconfitta!…”.
E così fece, con enorme successo, toccando traguardi “in negativo” forse ineguagliabili.
Reggie rimase sul ring ben 18 anni e si trasformò in un “impiegato” della boxe. Gli amici raccontano che avesse sempre due valigie pronte: una per andare a combattere dovunque lo chiamassero e l’altra da prendere al volo, appena tornato a casa, per correre in un altro angolo degli Stati Uniti dove c’era bisogno di un nome per “ingrassare” il record di qualche ragazzo alle prime armi o di un collaudatore per qualche buon pugile che aveva necessità di sostenere un test non troppo complicato.
Aveva imparato a restare sul ring riducendo ai minimi termini i rischi e il numero di colpi ricevuti e ad Indianapolis si allenava con costanza, per riposarsi nel salotto di casa davanti al telefono, sicuro che di lì a poco qualcuno gli avrebbe proposto un combattimento. Era diventato abilissimo nelle trattative, veloci e senza incertezze: chiedeva sempre un aumento della borsa nella consapevolezza di risultare quasi indispensabile per l’organizzatore che voleva offrire una vittoria al proprio “protetto” o si trovava a dover riempire all’ultimo secondo il “buco” nel programma lasciato da qualche altro pugile più quotato.
Guadagnava piuttosto bene e non conosceva la disoccupazione e a questo punto veniamo agli incredibili numeri che hanno accompagnato la sua storia, premettendo che con gli anni ha attraversato tutte le categorie, dai piuma ai mediomassimi, soffermandosi soprattutto nei superwelter e nei medi.
Attenzione!
In 18 anni, ha sostenuto 359 incontri (!), con 276 sconfitte, 17 pareggi e 66 vittorie…
Sì, perché quando l’occasione era propizia, ha pure sollevato le braccia al cielo, quasi per rompere la sua “routine” di impiegato della sconfitta.
Ha fatto da “balia” a due generazioni di pugili, è stato compagno di viaggio di decine di colleghi che poi hanno fatto strada nel mondo.
E l’esperienza mi dice che Reggie Strickland non deve essere stato nemmeno un cattivo pugile, nonostante il “bastimento” di sconfitte, perché se non lo sei non ce la fai a sopravvivere a ritmi simili…Basti pensare che la media annuale di combattimenti fatti è di 20, ma in certi annate “grasse” è arrivato a salire sul ring anche molto più spesso. Nel 1998, tenetevi stretti, ha fatto 42 match!…Da professionista…
Il 15 Ottobre 2005, a Cincinnati, si esibì per l’ultima volta contro il supermedio Dante Craig, perdendo naturalmente ai punti da impiegato serio e affidabile quale era sempre stato.
Ha lasciato un vuoto e dopo 12 anni dall’addio, qui, dall’altra parte dell’Atlantico, infatti lo stiamo ricordando.
Ineguagliabile Reggie!