Una solitudine che non fa sentire soli

Nel silenzio dello spogliatoio prima della sfida
Nella spossatezza quotidiana dell’allenamento
Nelle notte che precede l’ora della verità
Nella disperazione che segue la sconfitta
Nell’esaltazione che accompagna la vittoria
Nello sguardo intenso di chi l’ammira
Nell’occhiata compassionevole di chi non capisce
Nell’incertezza del domani
Nel sempre tormentato sogno fatto di ombre
Nel sussulto del gong che dice “comincia”
Nel sospiro del gong che dice “basta”
Negli applausi e nei fischi di una folla senza memoria
Nel dolore che non conosce chi non l’ha provato
Nella paura e nel coraggio…

Chi sale sul ring è fondamentalmente una persona sola sin da quando decide di scegliere una strada priva di scorciatoie e fatta sempre di continue ed erte salite, estranea a tutto ciò che è logico ma illuminata da una luce che s’accende unicamente per chi la vede con l’irrazionale razionalità del guerriero.
Una persona sola perché, se è vero che si nasce e si muore soli, il pugile ripete la metafora del nascere e del morire ogni volta che indossa i guantoni e scavalca “quelle” corde.
Una solitudine che è amica e compagna di vita, che riempie l’esistenza con il suo non-essere, che parla ed ascolta perché è lì, unicamente per chi combatte.
Una solitudine speciale, fatta per i forti.
Una solitudine che non fa sentire soli.

Annunci

Un vera, piccola fiaba di boxe…

Una piccola storia di sport. Una di quelle cose accadono un po’ dovunque, ma nessuno ne parla mai se i protagonisti sono portabandiera di discipline “minori” o presunte tali, come in effetti quasi sempre succede. Poi, è sufficiente che in un campo di calcio un giocatore faccia ciò che è normale per qualsiasi altro atleta e si guadagna le prime pagine sui giornali o i titoli d’apertura nelle televisioni. Ma così va il mondo…

Santo Stefano pugilistico a Vicenza. Un match lontano mille chilometri dalle grandi ribalte. Due ragazzi sul ring che si battono con coraggio, lealtà e danno tutto quello di cui sono capaci. Mattia Musacchi, peso piuma ferrarese con i tratti somatici dell’eterno bambino e che nulla ha a che fare con gli stantii stereotipi del pugile povero, proveniente dall’emarginazione e analfabeta…Davanti, un guerriero che sempre si è fatto ammirare ovunque si è esibito. Musacchi sta vincendo e all’ultima ripresa indovina il colpo da manuale, sotto forma di un uppercut al mento che fulmina lo sfortunato avversario. Ma questi non sa neppure cosa significhi la parola “resa” e si rialza…E’ in crisi e sta appeso soltanto ad un orgoglio che meriterebbe un monumento. Uno sguardo che dura un istante tra angolo e Musacchi. Entrambi hanno capito. Il messaggio è chiaro. Il pugile con la faccia da bambino abbassa le mani e comincia a danzare per il ring senza più colpire perché rispetta e comprende il momento del ragazzo che ha davanti. Contro, ma identico a lui. Il pubblico intuisce e applaude. Il gong suona. Il match è finito.

Uno ha vinto e l’altro ha perso. Uno è stato più bravo e l’altro meno. Tutto normale.

E il pubblico però continua ad applaudire…

Una piccola storia di sport come tante altre che la boxe e altre discipline che chiedono il tributo della sofferenza talvolta regala a confermare la propria “nobiltà”.

Mi piace averla raccontata perché è semplice, silenziosa e in punta di piedi come i valori a cui, in questo mondo malato, pochi prestano attenzione.

Una minuscola fiaba dal sapore quasi natalizio, nella quale due giovani con i guantoni alle mani hanno ricordato che spesso, sul ring, basta essere i più bravi e non i più “feroci”. Rispettare e risparmiare può essere un premio migliore che infierire.

Forse per questo le amicizie tra ex avversari di ring durano una vita.

Caro pugilato, ti scrivo una lettera…

Caro pugilato italiano,
oggi ti scrivo perché spero che mi ascolterai. L’atmosfera natalizia favorisce il desiderio di andare alla ricerca delle persone e delle cose che si amano. E il nostro “amore” dura abbondantemente da oltre mezzo secolo, per cui possiamo dirci tutto ciò che ci passa nel cuore fregandocene del mondo intero, dal momento che niente e nessuno può scalfire un legame così duraturo. Ne abbiamo passate talmente tante insieme, che nemmeno un maremoto riuscirebbe ormai a dividerci.

Tu mi hai visto bambino e io ti ho visto grande; tu mi hai sopportato da quando indossavo il grembiulino nero delle elementari e io ti ho sopportato nonostante le innumerevoli notti in bianco per l’adrenalina di immense gioie o il peso di dolorose delusioni. Ma siamo ancora qui…cambiati e tanto, perché il tempo non guarda in faccia a nessuno e non so se adesso sarei ancora in grado di reggere le pazzie che ho fatto per venirti a vedere, per partecipare alla tua vita, per far sì che niente andasse perduto dei tuoi valori profondi di sport che non è solo sport, ma filosofia, arte, pedagogia, musica, danza ed eterna Fiaba con la “F” maiuscola.

Speravo, essendo tu antico e forte come una bronzea statua greca, che rimanessi magnifico come ti avevo conosciuto e che gli anni ti sfiorassero appena, simili ad un venticello che passa e va senza lasciare tracce. E invece sei cambiato pure tu come me, come noi, comuni mortali di carne e ossa. Ai miei capelli bianchi, corrisponde oggi la tua schiena curva; alle mie debolezze, le crepe affiorate sul tuo bronzo; al mio fiato più corto, il tuo muschio incrostato simile a quello di una quercia dalle radici inaridite.
Eppure io e te non vogliamo vivere di soli ricordi e se a volte cedo a questa naturale debolezza dicendo che numerosi tuoi campioni di un tempo erano migliori di quelli attuali, aggiungo subito che molti tuoi campioni di oggi sono migliori di quelli di un tempo. Però ciò non basta, vecchio e amatissimo amico. Non basta…Per non vivere con gli occhi rivolti all’indietro dovresti tornare com’eri. Noi no. Non possiamo. Ma tu sì.

Tu lo puoi perché appunto non sei un comune mortale fatto di carne ed ossa. Punta il dito verso il futuro, mostra a me e a chi ti vuole bene una strada da percorrere per ritrovare la luce del sole e io ti seguirò insieme agli amici di sempre e a quelli nuovi che si aggiungeranno lungo il cammino.
E non venirmi a dire che sei stanco, che non ha più voglia di lottare, che sei troppo carico d’anni!
Queste cose posso dirle io, ma non tu. Non lo sopporto.
Tu non sei vecchio, amico mio! Tu sei antico e quindi prezioso e immortale!
Hai solo bisogno d’incontrare prima o poi restauratori che conoscano il mestiere e con amore e perizia ti rimettano a nuovo com’eri il giorno in cui il primo scultore ti scolpì!
Stringi i denti, urla, piangi, bestemmia il mondo e gli dei, ma tieni duro.

E proprio ora, che Natale è alle porte, voglio regalarti una bellissima notizia: il fondo della tua esistenza è prossimo…il buio più buio è lì, davanti a te.
No, non sono impazzito!
E’ un dono inestimabile che ti preannuncio perché quando ti troverai al culmine del male, sarai come l’infermo che raggiunge 40 di febbre e da quel momento la temperatura comincia a scendere perché la malattia si sta indebolendo.
Gli uomini passano, pugilato mio, ma tu no!
Ed è stata un’impagabile fortuna quella che ti ha riservato il destino di farti trovare ora nelle mani dei più inadeguati guaritori della tua lunghissima esistenza. Essi, nel loro dimenarsi senza costrutto, hanno accelerato l’avvicinarsi del fondo e del buio più nero, oltre il quale vi é però la rinascita.
Proprio come la mitica fenice che bruciava per poi riprendere il volo dalle proprie fiamme alla riconquista del cielo, più forte, vigorosa e splendida di prima.
L’agonia sta per finire, amico pugilato, il patimento lento e umiliante è giunto all’ultima tappa.
Di te si parlerà ancora tra mille anni.
Di chi ti ha fatto male non rimarrà traccia.

Rigondeaux-Lomachenko fa riflettere perché la boxe non é solo boxe…

A chi è stato un grande non si perdona mai una fine banale.

E maggiore è stata la grandezza, più alte sono le aspettative di chi ha osannato per anni il proprio idolo. In queste ore, è diventato di ciò il simbolo Guillermo “El Chacal” Rigondeaux. Quando a bordo ring e in ogni angolo del mondo gli appassionati fremono per l’ennesimo “match del secolo”, ci si può attendere da loro partecipazione, condivisione, gioia e dolore. Ma non bontà a poco prezzo…Il “vecchio” fuoriclasse, in questo caso il cubano come in passato tanti altri “mostri” sacri della Noble Art, può anche perdere di fronte al formidabile e giovane rivale che al Madison Square Garden aveva le sembianze di Vasyl Lomachenko, ma lo deve fare in modo “grandioso” e allontanarsi splendendo, come le fiamme del rogo che avvolgevano un tempo il guerriero valoroso, mentre gli astanti gridavano per l’ultima volta il suo nome, affidandolo per sempre alla laggenda.

I pugili e coloro che li amano sono tutte persone, chi più-chi meno, fuori della normalità. Con il cuore offrono tantissimo, ma al cuore richiedono tantissimo.

L’ultimo atto di un mito può essere tramandato ai posteri, alle parole di coloro di coloro che ne parleranno tra tanti anni, solo dipinto con gli sgargianti colori del vittoria o con i colori egualmente sgargianti della gloriosa sconfitta. Non c’è alternativa a ciò, se non lo sgretolamento di un’immagine che sembrava calda come un raggio di sole e solida come una spada d’acciaio.

Quando il proprio “eroe” diventa semplicemente “uomo”, ci si sente disorientati, traditi, mutilati nei propri sogni e nelle proprie illusioni.

Vincere o perdere “alla grande” è il privilegio e la maledizione di un “grande”.

Il timore verso l’avversario, la disperata ricerca della “non-battaglia”, l’oblio della magnificenza di un tempo, gli occhi bassi di chi ha ceduto ancora prima che tutto sia finito, la resa ad un dolore forse vero, forse simulato…Tutto troppo “normale”. La gente proietta quasi sempre nei campioni dello sport ciò che avrebbe voluto essere e non è: forza, coraggio, resistenza al male fisico e interiore, disponibilità a dare ogni grammo di sé stesso per raggiungere il traguardo. Per questo non perdona! Non sopporta di vedere che anche colui sul quale si erano riversati anche un po’ dei propri ideali esistenziali è fragile, incerto, timoroso…

Il campione non appartiene solo a se stesso, ma anche al prossimo e se da una falla del proprio spirito irrompe la banalità, naufraga non da solo ma insieme a coloro che lo amano e dei quali ha rappresentato un modello.

Noi, comuni mortali, siamo tanto buoni da salire metaforicamente in paradiso o scendere all’inferno con chi abbiamo posto sul piedistallo, ma siamo pure così crudeli da non sopportare che, appunto come i comuni mortali, “lui” ceda senza lottare.

Ancora una volta dal pugilato un’occasione per riflettere.

Ancora una volta la prova che non abbiamo sbagliato ad amare lo sport-non solo-sport.

Cari pugili, talvolta ci vuole tanto coraggio a dire “basta”

Ci sono circostanze in cui lo sport immalinconosce e ciò risulta “stonato”, perché esso è il simbolo universale del vigore, della giovinezza, dei sogni, della gioia, della voglia di vivere. Qualsiasi competizione agonistica esalta, delude, spaventa, però il cuore non palpita quasi mai invano e il ricordo dei protagonisti s‘incolla nella memoria della gente in maniera positiva perché quando le passioni si sono annacquate nel tempo, la vittoria e la sconfitta le si considera le facce della medesima medaglia.
Ma talvolta le discipline agonistiche alimentano disagio e negatività in chi vi assiste. Soprattutto quando un atleta tramonta e le circostanze e il tempo non adornano il suo tramonto con i colori caldi e intensi del sole all’orizzonte, ma l’avvolgono in una malinconica, cupa e crescente nebbia che prelude al buio, ad un silenzio che fa quasi paura.
Non c’è atleta, non c’è campione, non c’è neppure il più modesto interprete dello sport che non abbia pensato al fatidico giorno che conclude un’esistenza per avviarne un’altra “normale”. E molti si preparano per tempo e con dolore a quell’evento; affinché il saluto avvenga al momento opportuno e un passo prima del dovuto, in modo che non somigli ad un addio obbligato; ad una fatale condanna del destino; ad una resa senza rivincita.

Altri invece non vogliono arrendersi mai e per mille ragioni personali o sociali accettano di trascinarsi sui piccoli palcoscenici delle periferie a recitare da patetiche comparse, sotto gli sguardi imbarazzanti e imbarazzati di chi un giorno li ammirò come protagonisti.

Nel pugilato, per la natura stessa dello “sport-non solo-sport”, tutto diventa ancora più duro dal momento che il ring non offre scogli a cui aggrapparsi dopo il naufragio né scorciatoie per rendere meno faticoso il cammino. Il ring non guarda in faccia a nessuno e colui che vi sale quando non dovrebbe più farlo paga più di ogni altro atleta al mondo, in termini morali e fisici.
Tra l’ieri, quando non si veniva colpiti e l’oggi in cui si viene colpiti, passa un battito di ciglia; un centimetro tra la gioia e il dolore, un breve lampo tra la vittoria e la durezza del tappeto.
Troppi ne abbiamo visti, troppi ne vediamo e, temo, troppi ne vedremo. Giovani diventati vecchi per battersi ancora, campioni incapaci di rientrare tra i comuni mortali, pugili senza infamia e senza lode con le spalle ormai troppo cariche di sacrifici e sofferenze, votati ad una specie di ostinata autodistruzione.
E’ in queste circostanze che quasi sempre la boxe presenta un conto esagerato. E’ in queste circostanze che chi ama quel giovane, precocemente anziano per l’agonismo, deve farsi ascoltare vincendo l’imbarazzo che molto spesso la verità porta con sé.
La moglie, l’amico, il maestro, la compagna, i famigliari, il medico e chiunque abbia voce per essere ascoltato deve farsi coraggio e dirgli che bisogna voltare pagina, perché chi sul ring si trascina oltre i limiti fa male a tutti. Soprattutto a sé.
Un vecchio allenatore, tanti anni fa, mi disse: “Un pugile porta sempre con sé due sacchi. Uno pieno delle sue fatiche, degli allenamenti, dei sacrifici; l’altro pieno solo di se stesso. Quando il primo é vuoto bisogna dire “basta”, perché altrimenti deve spendere se stesso e non va bene”.
Ecco.
Carissimi pugili, date tutto, ma solo del primo del sacco. Il secondo vi dovrà servire per i tanti anni che ancora vi attendono…

Se la nave affonda non é colpa dei gabbiani!

Credevo che scoppiassero sommosse, dopo l’eliminazione dell’Italia (Italia?…Diciamo Italietta) dai Mondiali di Calcio. Invece, per fortuna, niente! Neppure la più grande tragedia che potesse attraversare la penisola pallonara dalle Alpi a Lampedusa ha smosso il popolo, talmente abbacchiato, disormonato, sconsolato, depresso e scoglionato da anni e anni di sfiga, che nemmeno le scarponate e le corsette asfittiche dei nostri molto “ventilati” campioni l’hanno fatto incazzare…Ai tempi che furono, quando i problemi esistenziali erano minori e la gente poteva permetterselo, per una leggendaria staffetta Rivera-Mazzola in Messico nel 1970, in occasione di Brasile-Italia 4 a 1, per poco non scoppiava la rivoluzione! Altre epoche, altro mondo, incubi diversi.

Così, tra gli imbarazzanti e immotivati fischi di San Siro all’inno della Svezia e l’ennesima figura, della compagine azzurra, da vecchia zitella ad un concorso di miss universo, la miliardaria squadra se n’è andata via alla chetichella, tra i sorrisi di compatimento degli scandinavi che, se avessero voluto e saputo farlo, avrebbero potuto salutarci con una pernacchia lungo un quarto d’ora.

Così, con la squallida sconfitta della disciplina dai tanti zeri in banca ma soprattutto in campo, in un certo senso il bluff è finito. Adesso non solo l’Atletica Leggera di Livio Berruti, Sara Simeoni e Pietro Mennea piange sul nulla in cui è piombata o il Tennis di Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta o il Pugilato di Primo Carnera, Nino Benvenuti e Duilio Loi, ma tanti altri sport che furono immensi e ora sono ai minimi termini, come superbe querce trasformate in bonsai. E le rare eccezioni rendono ancora più evidente il drammatico volo dei più nel precipizio.

E’ lo sport nella sua interezza che è in ginocchio. Quello esaltante dei campioni e quello giocoso dei bambini, quello tenace degli anziani e quello ostinato delle donne. E non si venga a dire che in fin dei conti ci sono altre cose ben più importanti…Da sempre, sin dalla notte dei tempi, l’attività agonistica e quella semplicemente ludica ha occupato una parte fondamentale in ogni civiltà, per ragioni sociali, educative, formative e soprattutto culturali e politiche.

Da sempre.

Se così è stato ed è tuttora, non è per superficialità e infantilismo! Se n’è parlato un’infinità di volte ed è inutile ripeterlo ancora. Molto semplicemente e sintetizzando al massimo, l’essere umano è fatto così e lo sport, in qualsiasi modo e a qualsiasi livello venga praticato, è radicato in maniera indissolubile con parti profonde e fondamentali del nostro corpo e della nostra anima. Dalla gara di bocce in spiaggia alla grande finale olimpica.

E’ per questo che se le cose vanno male, anzi malissimo, non si può banalizzare il disastro dicendo che in fin dei conti ci sono cose più importanti a cui pensare. Sarà pure vero, ma anche questa è importante! E’ il semplice e desolante specchio di tanti altri mali, di tanta crescente decadenza. E soprattutto, non si punti il dito esclusivamente su coloro che nei campi, sulle piste o tra le corde di un ring ci mettono la faccia! Avranno certamente le loro responsabilità, ma tante, tante, tante di più sono le responsabilità di chi ha il timone in mano. Più alta è la carica e maggiori sono i meriti e i demeriti perché, gira e rigira, la nave va a sbattere per colpa di Schettino e non dei marinai! Se uno non ha gli attributi per reggere le pressioni derivanti, se ne stia a casa a guardare la Tv! Facile fare passerelle accanto ai vincitori per tenersene lontano quando perdono! Le federazioni sportive, più obsolete e clientelari entità di piccoli e grandi interessi che di intenti sociali e agonistici, stanno sprofondando una dopo l’altra come foglie autunnali nelle pozzanghere di pioggia. Pateticamente incollati alle poltrone, i comandanti dei vascelli e i loro sottufficiali incolpano tutto e tutti, assolvendo soltanto se stessi. Ma non è il tempo né il mare, non è la malasorte né il colore delle vele, non è l’indisciplina del singolo marinaio o il volo dei gabbiani a fare affondare la nave. E’ l’inadeguatezza di chi dovrebbe dare gli ordini e coordinare l’equipaggio, scegliendo la rotta giusta verso il porto. Un tempo, come ben si sa, il comandante che aveva errato affondava insieme al suo veliero. Per fortuna oggi ci si accontenterebbe che si ritirasse in terra ferma e si dedicasse all’orto. Ma non è così. E mentre egli continua a maledire il mondo crudele sulla tolda della nave insieme ai suoi graduati, la burrasca prende il sopravvento e la tragedia incombe…

Per il pugilato italiano, una medicina d’avanguardia o un brodino caldo?

Domanda: se il medico al capezzale di un malato grave s’ostinasse a ritenere che questi sia affetto da un banale raffreddore, potrebbe mai guarirlo? E migliorerebbe la situazione se ripetesse a famigliari ed amici che tutto va per il meglio? Certamente no. Anzi! La paradossale metafora riporta un po’ al pugilato italiano di questi infausti tempi in cui, a chiacchiere, si stanno facendo “grandi cose” ma intanto il povero infermo sta tirando le cuoia. E il millantato farmaco “bla-bla-bla” produce solo una fastidiosa orticaria.

In tale circostanza, il meglio che si può fare è ragionare su dati che, avendo il pregio di essere espressi in numeri, al contrario delle parole sono difficili da mettere nel frullatore per renderli indistinti e confusi e farli bere facilmente alla gente.

Partiamo da una constatazione assodata: chi conosce la storia della boxe italiana, essendosi informato su pubblicazioni e articoli usciti dalle origini a oggi, è consapevole che la parola “crisi” da sempre accompagna la nostra Noble Art, tanto che viene legittimo domandarsi quale mai sia stata la sua età d’oro, considerando che ogni scrittore e giornalista rimanda sempre alle precedenti. Però, se uno qualsiasi di “quegli anni” fosse il 2017, in ogni palestra d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, sarebbe un esplodere gioioso di mortaretti a festa e i corridoi federali di viale Tiziano in Roma assomiglierebbero a Copacabana durante il Carnevale di Rio. Ma dal dolersi per le stagioni difficili che caratterizzano ciascuna disciplina sportiva nel proprio altalenante procedere, al trovarsi aggrappati ad un filo d’erba mentre sotto c’è il precipizio, ce ne corre… Se si parlava di crisi persino negli anni Sessanta, quando numerose medaglie olimpiche si mischiavano a tantissimi titoli professionistici mondiali ed europei, oggi ci sarebbe da cadere in depressione.

Ma torniamo ai numeri, per evidenziare come da qualche anno i risultati del pugilato verde-bianco-rosso non siano più rappresentabili sotto forma di un grafico ascendente e discendente, secondo la realtà del momento, ma da una linea che precipita verso il basso in maniera impressionante. Prendiamo in esame gli ultimi dieci anni, partendo dalle due massime manifestazioni dilettantistiche: Mondiali e Olimpiadi, cioè quelle che “producono” benefit in tutti i sensi, mediaticamente ed economicamente.

Questo è accaduto:

Mondiali di Chicago 2007: 4 medaglie (2 ori; 1 argento; 1 bronzo)

Olimpiadi di Pechino 2008:3 medaglie (1 oro; 1 argento; 1 bronzo)

Mondiali di Milano 2009: 2 medaglie (2 ori)

Mondiali di Baku 2011: 2 medaglie (2 bronzi)

Olimpiadi di Londra 2012: 3 medaglie (2 argenti; 1 bronzo)

Mondiali di Almaty 2013: 3 medaglie (1 oro; 2 bronzi)

Mondiali di Doha 2015: 0 medaglie

Olimpiadi di Rio 2016: 0 medaglie

Mondiali di Amburgo 2017: 0 medaglie

Negli ultimi anni, quindi, l’Italia in canottiera azzurra è rimasta estranea al podio iridato e olimpico. Eppure specialmente nel periodo 2007-2009 sembrava che il barometro del tempo segnasse sereno “costante”, tra vittorie, medaglie e persino il tributo ufficiale dell’Aiba agli organizzatori dei Mondiali di Milano, quale migliore edizione mai realizzata. Poi, non una flessione per un cambio generazionale ampiamente prevedibile (ma non da tutti, evidentemente…) e reso oltremodo difficile perché non avviato nei tempi e nei modi dovuti; non una “crisetta”,bensì…un crollo.Tra le discipline sportive più importanti e medagliate, la magrissima consolazione di essere sottobraccio all’Atletica Leggera. Ma “il mal comune” non porta niente, se non ad un’agonia senza speranza. E se quando sul ring i pugili vincono, dirigenti e tecnici sono legittimamente rapidissimi ad affiancarli nel trionfo, altrettanto devono esserlo, con coerenza, ad affiancarli nella disfatta, perché “tonfi” di queste dimensioni hanno sempre responsabili di vertice ai quali vanno attribuite le responsabilità per strategie, progettualità e politiche palesemente sbagliate, altrimenti il domani non potrà essere che peggiore dell’oggi. Lo “scaricabarile” dirigenziale identifica in chi “sta sotto e di fianco” i colpevoli (atleti, tecnici e dirigenti “malvisti”) per giustificare un’auto-assoluzione che lascia tutto come prima, salvando le poltrone e affossando la boxe.

Comunque, vale anche la pena ricordare che la positiva parentesi in campo dilettantistico nel periodo sopra citato, la quale aveva fatto sperare in un rilancio pugilistico nazionale, è coincisa con un contemporaneo “colpo di reni” del professionismo, a conferma una volta in più che non esistono due pugilati ma uno solo, sia nella buona che nella cattiva sorte. Non è qui il caso di dibattere se la Lega Pro Boxe, nata nell’Ottobre 2010 a seguito della “follia” dell’Aiba d’imporre la cacciata del pugilato a torso nudo dalle federazioni nazionali (salvo rimangiarsi tutto con contorsioni al limite della decenza…), sia stata fonte di ogni male o di ogni bene. Anche in questo caso è meglio affidarsi ai numeri, ai dati certi e incontestabili in seguito a cui ciascuno farà le proprie valutazioni. Mentre l’Aiba stava già meditando su come consentire al “diavolo” professionistico, trattato poco prima quasi da “malato contagioso”, di partecipare addirittura alle Olimpiadi e su come creare un proprio settore per i “prize-fighters”, in Italia è accaduto quanto riportato di seguito.

Si é preso in considerazione il periodo compreso tra il 1° Gennaio 2009 e il 30 Settembre 2017, includendo quindi due quadrienni olimpici (2009/12 e 2013/16), oltre alla prima parte dell’attuale quadriennio (2017/20). In sintesi, un totale di 105 mesi.

Ebbene, dal 1° Luglio 2011 al 31 Dicembre 2016, vale a dire nei 66 mesi in cui il professionismo è stato affidato dalla Fpi alla gestione della Lega Pro Boxe, si sono disputati in Italia i seguenti incontri titolati:

Campionati italiani: 124 (3 femminili)

Campionati Europei: 38 (7 femminili)

Campionati Unione Europea: 39

Campionati Mondiali: 5 (4 femminili)

Campionati Internazionali: 62

In totale: 268 incontri titolati in 66 mesi, con una media di 4,06 titoli al mese.

Nei restanti 39 mesi, sotto la guida diretta della Fpi, pertanto nel periodo PRECEDENTE e SUCCESSIVO alla gestione diretta della Lega Pro Boxe, i numeri sono stati i seguenti:

Campionati italiani: 55 (1 femminile)

Campionati Europei: 4

Campionati Unione Europea: 10

Campionati Mondiali: 3 (2 femminili)

Campionati Internazionali: 36

Totale: 108 incontri titolati in 39 mesi, con una media di 2,77 titoli al mese.

Poiché è evidente che non si possono paragonare i numeri dei match disputati sull’arco di 66 mesi (Lega Pro Boxe) rispetto a quelli svolti in 39 mesi sotto l’egida diretta della Fpi, appare molto più equo fare riferimento alle percentuali medie mensili dei combattimenti titolati allestiti in Italia, per verificare il forte ridimensionamento dell’attività da un periodo all’altro:

Campionati italiani: (Lega Pro Boxe + 33% rispetto alla Fpi)

Campionati Europei: (Lega Pro Boxe + 461% rispetto alla Fpi)

Campionati Unione Europea: (Lega Pro Boxe + 130% rispetto alla Fpi)

Campionati Mondiali: (percentuali identiche)

Campionati Internazionali: (percentuali identiche)

Per capire meglio l’andamento quantitativo e qualitativo dei combattimenti, emerge che nel periodo della Lega Pro Boxe si sono svolti in Italia mediamente 5 campionati italiani in più all’anno; 4 campionati UE in più all’anno e soprattutto 6 campionati europei in più all’anno. E’ proprio a livello continentale infatti che in quel periodo il pugilato tricolore non solo è stato in grado di competere, ma anche di ottenere brillanti risultati con le affermazioni di Bundu, Boschiero, Marsili, Di Rocco, Gianluca Branco e del tuttora detentore Blandamura, nel settore maschile; di Simona Galassi, Loredana Piazza, Vissia Trovato e Valeria Imbrogno, nel settore femminile.

La situazione pugilistica italiana non è mai stata così precaria, incerta, priva di prospettive e di risultati come oggi. Se la strategia è quella di sopravvivere all’interno di un minuscolo bunker in cui, per andare anche solo in qualche piccola emittente Tv si deve pagare e per raccogliere sparuti spettatori attorno al ring si vendono “lucciole per lanterne”, allora tutto va bene. Può essere una scelta persino comprensibile, all’insegna del “si salvi chi può”. Ma se il progetto è invece quello di tentare il rilancio della Nobile Arte italiana, allora moltissime cose non vanno. E’ un mondo intero che deve cambiare; e deve cambiare soprattutto per idee, competenze, strategie, cultura, ma pure per nomi e facce.

O tutto resterà come oggi…se andrà bene. Un passo ancora in avanti e c’è infatti il precipizio.